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Andrea Castelli in piazza apre il «Teatro capovolto»

L'intervista all'attore che da giovedì 18 a domenica 22 porterà sul palco "La Meraviglia" insieme al chitarrista Emanuele Dell'Aquila

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Il sipario del teatro trentino si rialza questa settimana con “La Meraviglia” di Andrea Castelli.
Ad uno dei più amati e apprezzati teatranti della nostra regione il compito di aprire la rassegna “Teatro capovolto”: una serie di eventi che avranno luogo sul palco del Teatro Sociale aperto verso la cornice di Piazza Cesare Battisti. Da giovedì 18 a domenica 21 giugno (alle ore 21.30 circa) Andrea Castelli porterà in scena La Meraviglia. Voci e storie dalla città sotterranea, uno spettacolo prodotto dal Teatro Stabile di Bolzano, che avrebbe dovuto concludere la Stagione di Prosa 2019/2020 e a cui ora è affidata una ripartenza artistica che è anche un segnale forte alla città per un ritorno alla normalità post Covid - 19.

Castelli, quale effetto le fa essere protagonista dell’inaugurazione del Teatro Capovolto?

«Per me è un momento senza dubbio importante. Lo vivo anche come un segnale d’attenzione della mia città nei miei confronti. Per me è una gratificazione per le lotte che ho condotto in passato su due fronti: mi sono scontrato con i fanatici del dialetto, quelli per i quali anche un rutto, se vernacolare, poteva avere il suo valore semantico, e dall’altra, con gli elitari che consideravano il dialetto una lingua minore. Fra questi opposti, questi Scilla e Cariddi, ho intrapreso un sentierino percorribile, certo pieno di trabocchetti e di sirene, che io ho voluto esplorare usando il dialetto non come fine ma come strumento teatrale».

Una serie di spettacoli che, senza voler essere enfatici, sono destinati ad entrare nella storia del teatro trentino: qualche inquietudine?

«Di mio sono ansioso ma negli ultimi anni il palcoscenico mi tramette invece un senso di tranquillità. Una volta mi agitavo prima di affrontare il pubblico mentre ora, forse sarà l’età, per me il teatro è diventato quasi terapeutico, mi cura un po’».

Davanti a lei, nell’arena che darà su Piazza Battisti, ci sarà un numero di spettatori contingentato all’ingresso e distanziato per le disposizioni in atto: una situazione inedita per tutti.

«Si tratta di una cosa nuova, appunto inedita, e senza dubbio l’impatto con la piazza, almeno la prima volta, sarà strano. In questi giorni ho provato ad immaginarmi la situazione ma non è facile pensare a quello che accadrà. Ecco, spero solo che le persone non indossino le mascherine in questa occasione. Le ho sempre odiate fin da piccolo, quando i miei genitori mi portavano al carnevale mi mettevano una tristezza, una malinconia da coriandolo davvero terribile».

Un segnale forte di ripartenza ma, secondo lei, quando si potrà tornare alla normalità considerando che il teatro è fatto sì di monologhi ma anche di contatto ed interazione fra attori?

«Inutile nascondersi: il settore è in ginocchio. Io mi ritengo fortunato perché sono in pensione da alcuni anni ma penso a molti colleghi che si trovano in gravi difficoltà e la ripresa in questo settore come nello spettacolo in generale, anche se non voglio essere pessimista, la vedo piena di incognite. Plaudo quindi alle iniziative del Teatro Stabile di Bolzano e del Centro S. Chiara, fra i primi in Italia, a dare un forte segnale di ripresa».

Come ha preso forma “La Meraviglia” che ha debuttato l’ottobre scorso a Bolzano?

«”La Meraviglia” racconta le mie paure di quando ero bambino. Le paure verso alcune imposizioni, credenze, frasi fatte, massime eterne in cui io e altri pargoli dell’epoca eravamo immersi. C’è dentro il timore del castigo, il senso di colpa se ti sentivi troppo felice perché allora saresti potuto incappare in una disgrazia uguale e contraria. Un mondo che non c’è più raccontato con gli occhi di un bambino, quello in cui portavo a pascolare le mucche, quando eravamo in villeggiatura, e mi sembrava di essere un cowboy. Il tutto accompagnato dalla musica suonata dall’ottimo chitarrista Emanuele Dell’Aquila che mi accompagna da anni».

È giusto quindi definirlo come il suo spettacolo più autobiografico?

«Sì, ed è anche l’ultimo, ho deciso. Nei miei monologhi ho raccontato tanto di me, a volte come se si trattasse di sedute psicoanalitiche e qui sono arrivato alla mia infanzia più profonda. Quindi questo spettacolo chiude ogni “amarcord” sulla mia vita».



Il coronavirus ha fatto mettere in fila gli aggettivi più inquietanti ma già nella sua infanzia, lo racconta in “Meraviglia”, troviamo le terribili “zie dell’Apocalisse”.

«In tutte le famiglie di solito c’è l’amante del genere horror e non parlo di libri o cinema. C’è chi adora raccontare le tragedie e le disgrazie. Tutto incominciava con la frase, quasi, innocente “Savè chi che è mort?” e da li si scatenava il sabba infernale, come quello che provocavano, appunto, le mie zie».

Qual è l’episodio o il momento che più l’ha spaventata durante il lockdown?

«L’angoscia di non poter incontrare la mia splendida nipotina di un anno che vive in Valsugana. L’idea di non poterla vedere mi ha provato più che ogni timore di poter prendere il virus».

Cosa ci può anticipare del suo futuro?

«Ho scritto alcune cose sulle quali mi confronterò con Walter Zambaldi direttore dello Stabile del Bolzano. Fra queste un testo in italiano che potrebbe spiazzare molti, qualcosa di strano che nessuno o quasi si aspetterebbe da me. Mi è sempre piaciuto esplorare i territori della scrittura e del teatro e spero di continuare a farlo».

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