Immobilità sociale, tutto inizia all'asilo nido

Che ruolo hanno oggi gli asili nido nella nostra società? Può la frequenza nell’infanzia degli asili migliorare i risultati scolastici dei bambini e il loro successo da adulti? Quali sono dunque le ricadute economiche e sociali di un’istituzione che in Italia presenta ancora parecchi chiaroscuri? Il tema dell’educazione nella prima infanzia pone questioni importati che chiamano in causa questioni economiche e sociali ma anche politiche e culturali. Se i dati sembrano confermare l’utilità degli asili nido soprattutto nell’appianare le disuguaglianze sociali, il dibattito è aperto su come essi debbano funzionare, quali valori promuovere e a chi rivolgersi prioritariamente. Ne hanno discusso con Battista Quinto Borghi, Ferruccio Cremaschi e Chiara Pronzano.  

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Il tema dell’incontro al quale hanno partecipato Ferruccio Cremaschi, direttore di Zerosei up, Chiara Pronzato dell’Università di Torino e Battista Quito Borghi dell’Università di Bolzano si è centrato sull’utilità nella società odierne degli asili nido. La questione è complessa e pone una serie d’interrogativi che chiamano in causa diversi aspetti della vita sociale. L’educazione nella prima infanzia può avere effetti determinanti sulla vita economica del paese, sulla mobilità sociale dei suoi cittadini, sullo sviluppo delle forme di convivenza e socialità. A rendere ancora più difficile il dibattito, vi è la delicatezza della tematica che inevitabilmente pone questioni affettive, ideologiche e politiche. Nel suo intervento, Chiara Pronzato ha approcciato questi temi da una prospettiva prevalentemente “quantitativa”, presentando i risultati di una serie di studi italiani ed europei. La maggior parte di queste ricerche ha confermato l’effetto positivo della frequenza degli asili nido nei risultati scolastici e economici dei futuri cittadini. Particolarmente interessante è il dato che mostra come questi effetti siano più marcati sui bambini provenienti da famiglie svantaggiate. In questo senso, l’investimento pubblico negli asili nido diventa un efficace strumento di redistribuzione economica e appianamento delle disuguaglianze. L’intervento di Ferruccio Cremaschi invece ha posto l’accento su questioni soprattutto “qualitative”.

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A suo parere, il dibattito sull’educazione nella prima infanzia non si può limitare ad una semplice valutazione delle opportunità economiche connesse o dei risultati scolastici che produce. In Italia, “l’asilo nido” è stato usato come una soluzione univoca a ogni problema. Con il concetto martellante di “più asili nido” si sono però evase questioni ben più importanti come: “quali asili nido?” “dentro a quale concezione più ampia di educazione nell’infanzia?”. Queste domande richiedono certamente riflessioni più ampie, probabilmente più difficili, ma la loro importanza non può essere sottovalutata. Per Cremaschi due temi appaiono particolarmente rilevanti. La prima riguarda l’organizzazione pratica dei sistemi di educazione per la prima infanzia. La società attuale non è quella in cui e per cui gli asili nido sono stati pensati. Questo servizio deve sapersi adattare alla maggiore flessibilità, diversità e complessità odierne. La seconda riguarda i modelli educativi. Anch’essi sono rimasti legati a proposte e concezioni appartenenti ad epoche diverse. La società contemporanea ha visto cambiare le famiglie, i bambini, la comunità. L’offerta formativa deve essere capace di adattarsi alle nuove sfide e allo stesso tempo di fare tesoro dell’esperienza accumulata. Se il sistema educativo ha avuto l’effetto di riprodurre le disuguaglianze sociali è solo attraverso una revisione integrale di questo che si può pensare di superarle.

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