Rossini Opera Festival: ovazioni per "Demetrio e Polibio" con la trentina Molinari

di Daniele Valersi

 La prima di "Demetrio e Polibio", andata in scena al 40° Rossini Opera Festival per la regia di Davide Livermore e con la direzione di Paolo Arrivabeni, ha riscontrato un grande successo di pubblico, suggellato da sette minuti di applausi ininterrotti. Il giorno dopo abbiamo sentito le impressioni a caldo della rivana Cecilia Molinari, mezzosoprano, che vi canta nel ruolo di Demetrio-Siveno.

Un commento sul successo di pubblico: che cosa si prova in quei momenti?
«Dipende molto se ce lo si aspetta oppure no; a volte lo si può intuire (dagli applausi dopo le arie, ad esempio), ma durante l’azione non puoi mai sapere come stai cantando realmente, lo senti piuttosto dentro di te. Per me è sempre inaspettato, perché sono molto autocritica e penso soprattutto a quello che avrei potuto fare meglio. Così, quando parte l’ovazione, è una cosa bellissima».

Come si è trovata con gli altri cantanti e col direttore?
«Molto bene: siamo solo in quattro e l’opera è piuttosto breve. Cerco sempre di creare dei legami positivi coi colleghi e con questo cast (Jessica Pratt, Juan Francisco Gatell, Riccardo Fassi, ndr) è facile, sono tutti generosi e gentili. È la mia prima esperienza in un ruolo paritario con la protagonista (Jessica Pratt/Lisinga): ci siamo confrontate sulle cadenze, abbiamo studiato insieme aiutandoci a vicenda. Arrivabeni è molto determinato a fare bene e ha un gesto chiaro, confacente allo stile di Rossini. Ha reso brillante quest’opera; con lui e con Daniele Carnini, il curatore dell’edizione critica, ci siamo consultati sui passaggi dubbi, che potrebbero condizionarne l’esito».

È la prima opera di Rossini, allora appena diciottenne: si potrebbe pensare che le parti siano davvero facili.
«Quello che appare facile all’ascolto è frutto di molto lavoro, Mozart affermava che le cose più semplici nascondono lo studio più duro. Nella parte di Lisinga (Jessica Pratt) la scrittura dei passaggi di agilità è piuttosto acerba, non sono così naturali come nel resto della produzione; l’autore non conosceva ancora a fondo lo strumento vocale. Anche i brani d’insieme sono complicati; nel quartetto la complessità sta nel rapporto tra azione scenica e canto: non sempre siamo visibili al pubblico e non vediamo il direttore».

Da esperta rossiniana, un giudizio in sintesi sull’opera.
«È un’esperienza notevole conoscere il primo Rossini: vi ritrovi temi e stilemi che poi ritornano nelle altre opere, ma pure aspetti imprevedibili. La mia parte è soprattutto cantabile, non ha i caratteristici passaggi dì agilità; Rossini viene sempre associato alla coloratura, qui è invece più melodico, con momenti intimistici (mozartiani, potremmo dire) e maggiore attenzione alla frase».

Vi sono regie che sostengono la compagnia di canto e altre che creano invece ulteriori difficoltà: com’è quella di Livermore?
«È un bel compromesso; giocando la carta del teatro nel teatro ha superato l’handicap di una trama piena di incongruenze: siamo i fantasmi della famiglia Mombelli (la compagnia per la quale Rossini scrisse la partitura, ndr) che mettono in scena “Demetrio e Polibio”. La regia ci sostiene, non ci chiede cose impossibili e coordina bene i movimenti coi diversi momenti musicali. Rende anche un tributo alle maestranze portando in scena il lavoro di macchinisti e sarti, a ricordare che il teatro non è fatto solo di cantanti».

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