Mobbing, Tramontin ko Ma la causa dura 14 anni

A distanza di quasi 14 anni dai fatti, la Cassazione ha messo la parola fine in calce alla causa di lavoro intentata (e vinta in tre gradi di giudizio) da un ex dipendente della società Edilmarket  Tramontin che sosteneva di essere stato mobbizzato dal datore di lavoro. Dopo anni di battaglie legali, la Suprema corte ha messo un punto fermo dando ragione al dipendente, il 60enne Giuseppe Caldini, a cui era stato riconosciuto un risarcimento, tra danni e spese legali, di circa 70 mila euro. Il caso era stato portato alla luce dalla Filcams Cgil che aveva sostenuto il lavoratore in questo delicato contenzioso (con l’avvocato Sonia Guglielminetti in primo e secondo grado e Mario Murgo in Cassazione). L’azienda da parte sua aveva sempre respinto l’accusa di aver avuto atteggiamenti persecutori e, pur perdendo la causa di lavoro, aveva incassato la solidarietà di una ventina di dipendenti che in una lettera sottolineavano come in poche aziende fossero garantite libertà di discussione e possibilità di dialogo come alla Tramontin.

I fatti risalgono al 2004. Caldini era dipendente del famoso mobilificio con sede a Lavis da 11 anni, ma tra settembre 2004 e luglio 2005 i rapporti si erano incrinati. Secondo quanto sostenuto dal dipendente, tutto sarebbe iniziato dopo una serie di licenziamenti e dimissioni avvenuti in ditta durante l’estate del 2004.

«L’ultimo ad essere allontanato era stato un mio caro amico, padre di due figli, che nel corso dell’ultimo colloquio con il datore di lavoro era stato informato che il prossimo ad essere licenziato sarei stato io», raccontò Caldini. Da quel momento per il dipendente, che allora era addetto alle vendite nel reparto cucine, iniziarono i dissidi con il direttore e il titolare.

Senza un apparente motivo, il lavoratore fu assegnato ad un altro reparto lasciando il settore cucine, dove lavorava da anni con un buon fatturato. Inoltre, in nove mesi (in realtà tre e mezzo in quanto negli altri era stato assente per malattia) al dipendente furono notificati sette addebiti. Tra questi, ad esempio, il fatto di aver venduto dei biglietti per una lotteria di beneficenza per i bambini bielorussi o di essere arrivato al lavoro in ritardo di due minuti. Tutti atteggiamenti che secondo il dipendente, l’avvocato e il sindacato erano finalizzati a farlo mollare. Nell’estate del 2005 arrivarono infatti le dimissioni poiché secondo Caldini per lui il clima in azienda era diventato insopportabile. Ricollocarsi sul mercato del lavoro non fu facile: l’uomo alla fine trovò lavoro come custode all’Università.

Caldini fece ricorso al Tribunale del lavoro  lamentando di essere stato mobbizzato. Agli atti il suo legale depositò anche una consulenza della clinica Mangiagalli di Milano che confermava il danno psicofisico per le presunte vessazioni subite sul lavoro. Le sentenze di primo (nel 2009) e secondo grado (nel 2012) hanno dato ragione a Caldini. Secondo i giudici era stata provata l’emarginazione del dipendente, c’era stato un abusivo esercizio del potere disciplinare ed era stato dimostrato l’intento persecutorio che avrebbe indotto il lavoratore a dare le dimissioni.

La Edilmarket Tramontin rispondeva con un ricorso per Cassazione che però, con sentenza depositata nei giorni scorsi, è stato rigettato. Secondo la Suprema corte «non sono ravvisabili le denunciate carenze, illogicità e mancanze di coerenza delle argomentazioni della sentenza gravata. Né sono stati dedotti vizi logico-formali che si concretino in deviazioni dalle nozioni della scienza medica o si sostanzino in affermazioni manifestamente illogiche o scientificamente errate».

comments powered by Disqus