Tumori, cresce l'esercito dei sopravvissuti

Parla il primario di oncologia medica

di Patrizia Todesco

Dieci anni fa i trentini che avevano avuto una diagnosi di tumore erano 18.346. Nel 2012, secondo i calcoli erano 24.000 e le previsioni del 2030 parlano di 33.238 persone. Numeri impressionanti che dimostrano come, i «sopravvissuti», o anche coloro che hanno in atto questa battaglia, siano sempre di più con conseguenti risvolti psicologici, medici, lavorativi, familiari. Perché, per chi ha avuto una diagnosi di tumore, c’è un prima e un dopo. Secondo la recentissima pubblicazione americana sui progressi della lotta contro il cancro pubblicata dalla Society of Clinical Oncology, la «Bibbia» dei medici che si occupano di questo delicato settore, è stato stimato che un bambino su due che nasce oggi avrà una diagnosi di tumore nel corso della sua vita. «Detto questo non dobbiamo disperarci - dice il primario di oncologia medica Enzo Galligioni - in quanto è aumentata la sopravvivenza e sono in calo le morti. Bisogna convivere con l’ipotesi che a ognuno di noi possa essere diagnosticato un tumore, sapendo però che scienza e medicina, oggi, danno risultati notevoli anche in Trentino».

Oggi del cancro si sa molto di più. «Se ne conoscono le cause, si riesce a diagnosticarlo prima, si sono affinate e personalizzate le cure», aggiunge il primario.

Dottor Galligioni, partiamo dalle cause

Sulle cause, oltre al fumo, è stata accertata la sempre maggiore responsabilità dell’obesità che è giudicata al pari del fumo. In questi anni in America, ma anche in alcune realtà italiane, sono iniziati degli screening per il tumore ai polmoni per i soggetti fumatori che stanno dando risultati interessanti. Il problema è che, soprattutto tra le donne, il numero dei fumatori non accenna a diminuire e infatti ora in Trentino il numero di morti per tumore al seno è praticamente pari a quello delle morti per tumore al polmone. Mentre nel primo caso le diagnosi sono numericamente maggiori ma la sopravvivenza è alta, per il tumore al polmone i numeri non sono così incoraggianti. Secondo i dati 2013 ci sono stati 359 casi di tumore alla mammella e 107 i decessi e 230 casi di tumore al polmone con 200 decessi. Prendendo in considerazione dati recenti sulla sopravvivenza per cancro a 5 anni, negli ultimi quarant’anni abbiamo avuto grandi progressi grazie alla diagnosi precoce e al miglioramento delle cure. Con alcune eccezioni. Per il polmone i miglioramenti sono modesti ed è la prevenzione che conta. Anche per il pancreas i miglioramenti sono quasi nulli e non abbiamo nemmeno la prevenzione perché non conosciamo le vere cause.

Molti progressi, ma arrivare ad una cura definitiva sembra un obiettivo lontano?

Direi impossibile perché non esiste una sola malattia. Ci sono almeno duecento malattie diverse che si moltiplicano a seconda della variabilità individuale. In pratica quasi per ogni persona si tratta di una malattia a sé e personalizzare è la chiave. A questo puntano i nuovi farmaci biologici. Tutto è scritto nel nostro Dna e anche il tumore risente del contesto in cui si sviluppa.

Quanto spende ogni anno la sua unità operativa per farmaci per la cura dei tumori?


La previsione di quest’anno è di 6 milioni e 399 mila euro. Dieci anni fa erano 3,5 milioni. È evidente che, fatti i giusti controlli di appropriatezza, vengono garantite le migliori cure e va sottolineato che qui in Trentino, a dispetto di quanto sta iniziando ad accadendo in altre regioni italiane, non sono mai state negate a nessuno. E in alcuni casi sono cure davvero costose, si parla di 50 mila euro a dose. Il fatto è che alcuni farmaci oggi a disposizione raddoppiano e a volte triplicano i tempi di sopravvivenza di una persona. Fortunatamente noi facciamo anche attività di ricerca che ci permette di accedere ad alcuni protocolli con farmaci innovativi che ci vengono forniti gratuitamente con un risparmio di almeno 500-600 mila euro.

Oggi sono cambiate le terapie ma è cambiato anche il modo di prendersi cura del paziente.

Nel campo oncologico è sempre più importante il lavoro d’equipe. Dal sospetto diagnostico fino alle cure palliative non è mai il singolo medico a decidere. Quando un nuovo paziente viene preso in carico dalla nostra unità operativa, ad esempio, il medico segue le linee guida interne compilando la cartella informatizzata. Il caso viene poi discussio collegialmente in vari momenti, dalle prime cure fino a i successivi accertamenti. Le decisioni, come detto, vengono prese in gruppo e per questo è un bene che il paziente, nei vari accessi al reparto, venga visto da medici diversi. In questo modo il paziente ha maggiori garanzie e e non è mai lasciato a se stesso. Capisco che a volte le persone preferirebbero avere un medico di riferimento ma in questo modo il paziente può contare su un’equipe e non su un singolo.

Un lavoro d’equipe che prosegue anche nel fine cura.

Già da due anni sono state attivate le cure simultanee, ossia la collaborazione tra oncologia e cure palliative per rendere meno traumatico il passaggio. Il paziente inizia così ad avere confidenza con la figura del palliativista ma resta in cura presso l’oncologia in modo che non abbia la sensazione di essere abbandonato quando le terapie non possono più fare nulla.

E per quanto riguarda l’organizzazione dell’oncologia sul territorio ci sono novità?

Tutti gli ospedali periferici hanno un day hospital oncologico. A Rovereto e dal primo gennaio anche a Cles c’è un medico a rotazione dell’oncologia medica di Trento. Negli altri il personale dedicato interagisce con Trento grazie anche all’informatizzazione completa e alla possibilità di effettuare teleconsulti oncologici come se ci trovassimo nella stessa sede. Nel 2015 i teleconsulti sono stati circa 400 e più di 19 mila gli accessi all’unità operativa.

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