Becco dell'Aquila, il regno dei jumper

In piedi, sull'orlo del Becco dell'Aquila, il paesaggio è maestoso, l'aria fresca e limpida, l'atmosfera tranquilla e rilassata. Di li a pochi secondi, però, un italiano, due francesi, due scozzesi e un americano si scaglieranno giù dalla montagna armati soltanto di paracadute. Questo è il base jump. Se n'è parlato tanto negli ultimi giorni, come sempre accade in seguito ad una fatalità. Forse, però, è il caso di seguire quella che è una giornata normale di un gruppo di base jumpers, per capire meglio cos'è e come funziona DANNY DUSATTI

MONTE BRENTO - In piedi, sull'orlo del Becco dell'Aquila, il paesaggio è maestoso, l'aria fresca e limpida, l'atmosfera tranquilla e rilassata. Di li a pochi secondi, però, un italiano, due francesi, due scozzesi e un americano si scaglieranno giù dalla montagna armati soltanto di paracadute. Questo è il base jump. Se n'è parlato tanto negli ultimi giorni, come sempre accade in seguito ad una fatalità. Forse, però, è il caso di seguire quella che è una giornata normale di un gruppo di base jumpers, per capire meglio cos'è e come funziona. Soprattutto per capire "perché?". L'appuntamento è alle 7 del mattino al bar Parete Zebrata, poco oltre l'abitato di Dro.

Ai tavolini c'è già tanta gente che fa colazione. Molti di loro sono base jumpers, che si stanno gustando cornetto e cappuccino. Prima "sorpresa": non hanno niente di diverso da qualsiasi altro turista venuto per arrampicare, andare in mountain bike, surfare o altro. Qualcuno si aspetterebbe una banda di esaltati già sovreccitati dall'idea del volo, ma così non è. In macchina si raggiunge San Giovanni al Monte, dove parte una camminata di circa un'ora per raggiungere il Becco dell'Aquila. In gergo, quella è "l'exit", il punto di lancio. La parete, nota internazionalmente come Italian Terminal Wall (ITW) è ormai fra le più conosciute del mondo per la pratica di questo sport, e ha visto negli ultimi anni aumentare esponenzialmente il numero delle persone venute da ogni angolo del globo appositamente per lanciarsi. Durante la meticolosa preparazione, colpisce ancora la naturalezza nel comportamento di queste persone. Chi immagina birre, urla, esaltazione e quant'altro è fuori strada. Qui saltano padri di famiglia, professionisti, uomini e donne, gente comune, lucida ed allenata. Maurizio Di Palma, jumper locale, spiega come l'avvicinamento a questo sport avvenga necessariamente passando da una grande esperienza nel paracadutismo, vincolo necessario per passare ad un'attività profondamente diversa, il base jump: «In cima al Brento c'è un codice di autoregolamentazione. Se viene seguito alla lettera la possibilità di incorrere in incidenti è praticamente nulla. Non siamo pazzi che si lanciano da montagne e palazzi, ma gente normale, preparata e cosciente».

Parole che stonano, per un profano, ma in effetti il rischio è ben conosciuto e mai sottovalutato dai jumper, che ne parlano e lo analizzano tranquillamente, senza mai scivolare nella banalizzazione del pericolo. Tutto pronto: i primi a saltare sono gli scozzesi, ad un paio di secondi l'uno dall'altro. «Occhio che partono» mi sento dire da Maurizio. Rincorsa, stacco, capriola all'indietro e via, eccoli precipitare sotto di noi. Una manciata di secondi dopo ecco le due vele aperte che si dirigono all'ampio prato in località Gaggiolo, 1300 metri più sotto. Subito dopo tocca a Maurizio e Noah, 27enne californiano di San Francisco, anche lui qui per il Base. Loro utilizzano la tuta alare, che permette di volare, nel vero senso della parola, per un minuto intero prima di aprire il paracadute. Fianco a fianco costeggiano la parete per un po', virano, sfrecciano come missili centinaia di metri sopra la statale e, dopo sessanta lunghissimi secondi, aprono il paracadute.
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