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Cosa ci dicono le catastrofi

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Di cosa parliamo quando parliamo di catastrofi naturali, di cambiamenti climatici? Di molte cose. Ostracizzare i dubbi non aiuta il cittadino a capire la portata dei problemi, a diventare più consapevole e responsabile. Un anno fa, Vaia.

Una tempesta di vento flagella mezza Europa, colpisce il nord-est d’Italia, inclusi Trentino e Alto Adige. Doverosi i riti comunitari del dolore e del ringraziamento agli operatori dei soccorsi. L’attenzione pubblica ha allargato il discorso al cambiamento climatico, con un rilancio di sensibilità per l’ambiente sull’onda dei Fridays for Future. Il tema va tenuto vivo, ma senza strozzarlo: non si trasformi in un’altra guerra culturale tra fronti opposti, più e meno accreditati. Siamo spettatori o vittime di eventi terribili con cui il pianeta Terra colpisce anche gli uomini e che provocano distruzioni, dolore, solidarietà. Ma anche, troppo spesso, visioni polarizzate: per alcuni sono disgrazie inevitabili, per altri catastrofi causate dall’uomo che maltratta la natura.

La questione è più complicata. Sollecita molteplici interrogativi. Quelli di ingenui o rompiscatole Amleto, come dice chi ha verità certificate? Non proprio. Ad esempio: 1) le catastrofi naturali, le minacce dei cambiamenti climatici, sono del tutto “naturali” e ineluttabili oppure responsabilità dell’uomo? E in quale misura?
2) l’uomo è responsabile delle “cause” o degli “effetti” distruttivi delle catastrofi? Può eliminare o limitare le cause o intervenire solo per ridurne le conseguenze distruttive?
3) gli obiettivi e l’efficacia della prevenzione e della messa in “sicurezza” di territorio e ambiente, dei soccorsi nel momento della calamità, hanno o no dei limiti dovuti ai contesti ambientali e sociali in cui si interviene, a contingenze e fortuità delle circostanze?

Tali interrogativi hanno risvolti scientifici e tecnologici, economici e organizzativi, politici e di stili di vita. Sul lato della scienza ci sono interrogativi aperti e cautele sull’incontrovertibilità o certezza delle conoscenze. Riguardano, ad esempio: 1) la lunghezza e completezza delle serie storiche dei dati di cui la scienza dispone nel fare i conti con una catastrofe;
2) l’omogeneità e comparabilità delle misurazioni, ad esempio, dei cambiamenti climatici nel corso dei millenni;
3) il fatto che i risultati delle ricerche si basino su “relazioni causa-effetto” o su “correlazioni” tra i fenomeni osservati dove manca la prova scientifica che un dato fenomeno A sia causa del fenomeno B e si è in grado di registrare solo la “coincidenza” del mutamento di un dato fenomeno cataclismatico (ad esempio un uragano) con il mutamento di un altro fenomeno (ad esempio la temperatura del pianeta);
4) l’affidabilità dei modelli di simulazione dei mutamenti ambientali o climatici. Il sistema vita-pianeta è estremamente complesso, di più: è un “sistema aperto”, senza confini a noi scientificamente noti, in continua e imprevedibile mutazione. Perciò, come ben sanno gli scienziati che conoscono le problematiche della conoscenza scientifica, non riusciamo a osservare e “controllare” empiricamente tutti i fattori in gioco in un determinato fenomeno, la varietà, intensità e mutevolezza delle relazioni tra i differenti fattori. «Quel che vedo nella natura è una struttura magnifica che possiamo capire solo molto imperfettamente». Così Einstein. Nonostante gli impressionanti risultati conseguiti da scienza e tecnologia, l’affermazione conserva la sua solidità. Perciò è importante come comunichiamo la scienza. È necessaria una riflessione critica su quale idea di scienza comunicano esperti e mass media, quale idea di natura e del suo rapporto con l’uomo, quale idea di sicurezza e rischio. A dominare è il “modello Piero Angela”, a cui tanto deve la divulgazione scientifica e che però rischia di far scivolare la scienza nel dogmatismo.

Osservava Alexander Langer, echeggiando McLuhan: l’imballaggio, il modo in cui confezioniamo e presentiamo qualcosa, è importante quanto il contenuto.

Quanto alle manifestazioni e allarmi in difesa della Terra e della specie umana: possono aiutare a riconoscere le emergenze, ma hanno l’effetto di celare due cose importanti: a) come sottolineava Langer, che le cause sociali e culturali delle emergenze contro cui ci si batte godono di massicci consensi popolari, nei comportamenti quotidiani e nelle scelte politiche dei cittadini, giovani inclusi; b) che danni ambientali e lotte per ridurli accrescono le diseguaglianze sociali. Questioni che richiedono bisturi, non accetta.

Per far fronte alle sfide ambientali non bastano paura, leggi e controlli, scienza. Occorre una “conversione” ecologica e umanistica, lavorare a una rifondazione culturale e sociale di ciò che una società considera desiderabile, a favore di una visione del benessere e dell’equità diverse dalla prevalente. Una politica ecologica e un’economia eco-sostenibile dipendono da convinzioni culturali, etiche, religiose: cose antiche che dovremmo trasformare in cose nuove. Questo lavoro etico-culturale e politico deve però procedere nella libertà e nella democrazia, senza immaginare dirigismi ecologici, tecnocratici o di Stato etico ma secondo quei valori dell’uomo che nessun super-esperto o dispotismo paternalista potrà surrogare.

Anche i poteri economici e politici possono fare la loro parte. Ma le cose vanno diversamente. Un esempio. Al vertice di ottobre, i governi dell’Ue avevano sostenuto l’ambizioso progetto di affrontare con urgenza «la minaccia esistenziale del cambiamento climatico». Poi hanno deciso di rimandare di due mesi: un dettaglio, forse, che però ha fatto saltare importanti scadenze già fissate. Vedremo come andrà. Intanto ricordiamo che già nel luglio del 2018 l’europarlamento aveva predisposto una risoluzione per condizionare ogni accordo sul commercio internazionale alla ratifica e implementazione dell’Accordo di Parigi sul clima; sette mesi dopo, arrivate le minacce degli Stati Uniti di dazi sulle importazioni di auto europee, l’europarlamento mise da parte i suoi propositi e condusse i negoziati con gli Usa (ritiratisi dall’Accordo di Parigi): per tutelare l’economia europea, ovviamente, a cui i cittadini tengono molto. Morale: ogni idea ha gambe se ha dietro delle forze sociali. Finora, una potente alleanza “capitale-lavoro” blocca ogni vero sviluppo dell’agenda politica sull’ambiente.

Persino la nuova enfasi che le forze del centro-sinistra, al governo o all’opposizione, pongono sulla “crescita con redistribuzione” per frenare diseguaglianze e ingiustizie sociali, di fatto esprime una cultura politica industrialista, più diffusa di quanto sembri, che, sotto il sigillo dell’alleanza capitale-lavoro, frena l’azione ambientalista. Qui sta una parte importante del problema. Non resta che continuare a lavorare su questa cultura politica, senza semplificare o mistificare le questioni in gioco. Diversamente, la priorità politica dell’ambiente andrà sempre a rilento e il New Deal Verde proclamato dalla Commissione Ue sarà solo la bandiera di una nave che viaggia in altre direzioni. E poi c’è l’inquinamento, un male più sottile e “liquido” delle catastrofi da cambiamento climatico. Destino del Titanic, il nostro?

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