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Ho un sogno: l'Euregio University

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Nei giorni scorsi il direttore dell’Adige Alberto Faustini ha pubblicato un interessante editoriale, nel quale, traendo spunto dal Festival dello Sport, argomentava che la comunità trentina ha smesso di sognare.
Conclusione amara, ma temo assolutamente veritiera. Noi siamo asserragliati nel nostro villaggio gallico, ma abbiamo smarrito la ricetta della pozione magica.

Questo clima lo si vede un po’ in tutto il piccolo mondo che ci circonda, sino al punto da farci dimenticare tutto il buono che abbiamo fatto, gettandolo via, per costruire qualche cosa, ma senza una visione, oserei dire un’anima, che vada al di là di interessi piccoli e spesso tra loro contrapposti. Come afferma il direttore Faustini, è un sentimento trasversale a tutta la società trentina.
In questi ultimi giorni sulla stampa locale si è ad esempio molto parlato di Università.

Varie notizie positive, alcuni stimoli tra Trento e Rovereto, un editoriale dell’allora potentissimo dirigente facente funzione della ricerca provinciale, una lettera che auspica, per l’ennesima volta, la facoltà di medicina e l’abolizione del numero chiuso. Ho a volte l’impressione che si tenda a parlare della ricerca come della nazionale di calcio: tutti sono titolati a dire la loro. Ci mancherebbe, è certamente un segnale di affetto e testimonia una comunità che sente sempre più “sua” l’Università. Poi però bisogna conoscerla, bisogna entrarci, essere orgogliosi dei meriti, ma consapevoli delle criticità che caratterizzano il sistema universitario italiano e il nostro Ateneo.

Innanzitutto, la politica del numero chiuso venne introdotta per offrire una didattica di qualità e per cercare un equilibrio, sempre molto difficile, tra didattica e ricerca. Non dimentichiamo infatti che, soprattutto nelle progressioni di carriera, la ricerca - e le conseguenti pubblicazioni - contano molto di più della didattica, che nei fatti viene talvolta vista e vissuta come tempo sottratto alla ricerca. Non possiamo infatti chiedere a ricercatori e docenti di pubblicare ai massimi livelli internazionali, con stipendi e dotazioni di fondi sensibilmente inferiori rispetto ai nostri “competitors”, e anche di fare tanta didattica.

La recente imposizione di aumentare il numero chiuso viene gestita attraverso l’auspicio di nuove aule e nuove strutture. In tal modo si continua a lavorare sull’hardware, trascurando il software, ossia i docenti. Ci sono corsi di laurea e corsi di insegnamento già ora sovraffollati, con aule dove gli studenti siedono sulle scale, però non ci sono le risorse per assumere nuovi docenti.

Il sistema universitario italiano è poi poco attrattivo: ci sono sempre, ahimè, i concorsi dove si cerca di trattenere il meno bravo, magari più affidabile, a scapito del più bravo. Gli stipendi sono uguali per tutti: per chi lavora e pubblica bene, come per chi si vede nei dipartimenti una volta ogni tanto, ed è ovviamente un livellamento verso il basso.

Da persona che, seppur senza alcun ruolo istituzionale, vive da venticinque anni questa realtà, vedo anche un’università che, come scriveva Faustini, ha smesso di sognare, vivendo la quotidianità e procedendo con aggiustamenti al margine, con il cacciavitino. Vedo una narrazione sempre positiva, loghi nuovi, invero bruttini (de gustibus), e lanci di cappelli in piazza, ma qual è il sogno oltre la narrazione? Io vedo un’Università probabilmente destinata in poco tempo a dover prendere decisioni strategiche importanti, volte a ridefinire il suo ruolo come ateneo e come parte importantissima dello sviluppo della comunità trentina e non solo.

Al tempo della provincializzazione ero tra i critici, non per la provincializzazione in sé, ma perché la vedevo come un’occasione mancata, coerente con un Trentino che iniziava ad usare l’autonomia per giocare in difesa e non per giocare in attacco e volare alto. Ora ho la sensazione che l’Ateneo rappresenti per l’amministrazione provinciale, non solo per quella in carica ora, una partita di difficile gestione, molto costosa, che non si può restituire allo Stato, anche se lo si vorrebbe forse fare. Il tutto inoltre in un contesto dove il bilancio della Provincia è atteso in calo, nella migliore delle ipotesi costante, ma lo ritengo improbabile.
Quel patto sociale che avrebbe dovuto legare la comunità trentina alla ricerca, non è mai stato coltivato e nell’allocazione delle risorse il consenso gioca sempre un ruolo fondamentale. E quindi qual è l’effettivo consenso dell’elettore sulla partita della ricerca? Sarebbe disposto ad un ipotetico aumento del “bollo auto” per finanziare il sistema provinciale della ricerca? Ne dubito…

Quindi si porrà un problema di scelte. L’Ateneo trentino è a mio avviso piccolo per essere grande e grande per essere piccolo. Mi spiego meglio: ritengo possibile che, date le dimensioni ed i vincoli di bilancio, in futuro sarà difficile, per un ateneo di queste dimensioni, essere generalista, ossia cercare di essere ai massimi livelli possibili in tutti e quattordici tra dipartimenti e centri. Endemicamente si affaccia poi il dipartimento di medicina, che ritengo interessante, ma del tutto incompatibile con le risorse che l’Ateneo ha a disposizione.

Ma allora cosa fare? Possiamo andare avanti così senza prendere alcuna decisione? Probabilmente lo faremo, perché è la situazione più comoda: non si creano tensioni e possiamo andare avanti con la bella narrazione e i cappelli in piazza, soprattutto ora che abbiamo il logo rosso come il Mit. Però ad un certo punto, chi non prende decisioni le dovrà subire, e qui le tensioni scoppieranno.

Ragionando quasi per assurdo, mi piacerebbe invece si provasse a vedere le cose in modo diverso. Ci sono scenari che meritano a mio avviso un approfondimento, salvo poi magari capire che sono impraticabili. Ad esempio molto si parla di Euregio, però, al di là del ritrovo di Alpbach, di qualche progettino comune e di qualche boccale di birra, concretamente si potrebbe fare molto di più. Quello che a me piacerebbe che si approfondisse, è un percorso di progressiva convergenza degli atenei dell’Euregio: Trento, Bolzano ed Innsbruck. Tre ottimi atenei, con alcune precise identità, ma anche numerosi doppioni. Perché allora non provare a rilanciare i limiti della piccola dimensione, provando a sognare l’Euregio University? Avrebbe la massa critica per eccellere a livello internazionale, coprendo di fatto tutte le aree, che avrebbero dei poli di specializzazione. È una visione che ci obbligherebbe ad aprire la mente e lo sguardo, creando ricerca e didattica in grado veramente di avere una ricaduta su un territorio alpino caratterizzato da imprese di piccola dimensione, dal turismo e dall’agricoltura di montagna, ma più ampio delle singole provincie.

Non dimentichiamoci che tra qualche anno si potrà andare da Trento ad Innsbruck in pochissimo tempo con l’alta velocità: come adesso i pendolari si spostano quotidianamente tra Milano e Bologna, noi potremo farlo tra Trento ed Innsbruck.

Alcuni anni fa proposi ad una tavola rotonda, moderata proprio dal direttore Alberto Faustini, un Mba a livello Euregio, costruito sulle specificità di un territorio alpino, e fu come gettare un sasso sul nido dei calabroni. Temo che ora sarà lo stesso, ma chissà, forse potrebbe anche nascere una riflessione più approfondita e meno rancorosa di quella che fu….

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