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Le feste esagerate

dopo i matrimoni

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Matrimoni con festa nel salotto buono di casa, viaggio di nozze a Venezia. Qualcuno si accontentava del lago di Garda, una gita che qualche volta coinvolgeva anche i genitori, privacy addio.

La Aldina di Roncio, in val di Sole, ricordava di essere andata col suo Antonio fino a Padova alla basilica del Santo, per esaudire un voto fatto durante la guerra.

Dopo la cerimonia all’alba delle 5 di corsa a prendere la «vaca nonesa» e cambio di treno alla stazione di Trento. I regali? Un gruzzoletto dalla zia, col quale fu acquistato un pezzo di lardo bello bianco. Che meraviglia mangiarselo un po’ alla volta, o fare le «ciciole» che erano un piatto prelibato. E anche per condire il lardo andava bene.

Era il 1946, quando la gente di paese ancora legata alla montagna raramente andava al di là della valle. Oppure sì, partiva ma per un viaggio lungo lungo e non per festeggiare il matrimonio, ma per sfuggire alla miseria, una valigia di cartone e il bastimento da prendere a Genova per attraversare il mare.

Oggi che i migranti arrivano invece nella nostra terra, anche loro in gran parte per sfuggire alla miseria (o alla guerra), da noi le cose stanno andando meglio e il viaggio di nozze ha mete ben più lontane. Settembre è uno dei mesi più graditi per chiamare a raccolta parenti e amici e la cerimonia diventa un evento da preparare con grande anticipo. Grosse spese per una giornata che riempirà l’album dei ricordi.

L’abito, innanzitutto. La sposa può optare per un abbigliamento da 2-300 euro, ma c’è chi spende molto di più e lo dimostrano i prestiti in banca con una cifra che si aggira in media sui 12 mila euro. Nei primi tre mesi di quest’anno sono aumentati del 15 per cento rispetto al 2016. Sono aumentati anche i matrimoni, sia religiosi che civili, circa 5 mila in più negli ultimi sette anni. E la gran parte non tira sulle spese.

Un’analisi condotta a Trento dimostra (ovviamente con le dovute eccezioni in meno e in più) che un matrimonio con cento persone comporta una cifra di poco superiore ai 14 mila euro, escluso il viaggio, al quale grazie a una bella abitudine dei tempi moderni provvedono spesso gli invitati, esonerati così da possibili e frequenti errori.

Non più, insomma, inutili regali doppi e tripli con esuberanza di tazzine da caffè e servizi di bicchieri. Nell’elenco delle spese sono da considerare il pranzo, le decorazioni floreali, spesso l’orchestra o il disc jockey, per non parlare del fotografo ufficiale spesso «colpevole» del grande ritardo che i novelli sposi mettono in conto prima di sedersi a tavola e dare il via all’arrivo della prima portata.

Per fortuna non è ancora giunta da noi la novità del cameriere virtuale, che invece va alla grande, peraltro molto apprezzato a quanto sembra, nel primo ristorante automatizzato di Manhattan. Basta leggere il menù, scegliere il cibo, inserire la carta di credito e attendere che su uno schermo esca il numero per poter ritirare il pasto. Preparato da un robot.

L’Italia resta invece ancorata alla tradizione e quasi esagera nel senso opposto, visto che la nuova tendenza già adottata da qualcuno è quella del weekend di matrimonio, un fine settimana che comprende due feste e una cena. E non si pensi che sia un’esclusiva da miliardari, se è vero che una commessa lombarda ha trovato bellissima quest’idea per realizzare la quale ha speso 60 mila euro, restituiti in banca a rate per quattro anni.

La speranza degli sposi è ovviamente quella di poter guardare per il resto della vita le foto ricordo di quel giorno e invece le statistiche prevedono che la durata media di un matrimonio sia di soli 17 anni. In questo caso però non tutto il mondo è paese.

In certi posti dell’India, ad esempio, vige il divorzio istantaneo. Basta che l’uomo, rivolto alla moglie, dica per tre volte «talaq» ed è bell’e fatta. «Talaq» vuol dire «io divorzio da te» e la parola può essere affidata anche a un breve sms o a una semplice e-mail. Neanche necessario guardandosi in faccia.

Contro questa interpretazione della legge islamica tuttavia le associazioni di donne musulmane indiane nel gennaio scorso hanno finalmente presentato una petizione alla Corte Suprema. Che almeno «talaq» possano pronunciarlo anche loro.

sandra.tafner@gmail.com

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