Il Trentino e la perdita d'identità

Il Trentino e la perdita d'identità

di Franco De Battaglia

Caro de Battaglia, in occasione del recente convegno dedicato alla memoria e all'opera, ancora attuale, della nobile figura di Aldo Gorfer, è emerso in più occasioni che uno dei timori (fondati) di Gorfer era la progressiva e crescente perdita di identità della gente trentina; anche per questo dedicò alla descrizione del Trentino le guide e innumerevoli altre pubblicazioni. Il concetto di perdita di identità è tutt'altro che un'astrazione e non nasce certo da un atteggiamento nostalgico verso un passato ritenuto più armonico e più umano. Produce infatti quasi ogni giorno conseguenze negative a carico dell'ambiente naturale, della nostra tradizione popolare, dei nostri beni culturali e dell'ambiente storico in cui coloro che ci hanno preceduto inserirono tutti questi valori nel corso del tempo e dei secoli, quasi sempre con un rispettoso sentimento di ricerca dell'armonia.

Ecco alcune conseguenze, a mio avviso negative, o comunque molto discutibili in quanto poco meditate, di questa perdita di identità. Non c'è che l'imbarazzo della scelta. Limitandomi alla città di Trento e al suo nobile centro storico potrei indicare (ma mi pare quasi superfluo perché sono sotto gli occhi di tutti, almeno di tutti coloro che vogliono continuare a vedere e a pensare): l'uso e l'abuso della piazza del Duomo, spazio prezioso buono per ogni genere di utilizzo; il mancato rispetto in occasione delle Feste Vigiliane e delle iniziative commerciali invernali della piazza D'Arogno, con pregiudizio della parte più antica e bella della cattedrale; l'uso a parcheggio della fiancata di Santa Maria Maggiore, dopo una mirabile opera di restauro da poco conclusa e dopo la nuova e gradevole sistemazione della piazza. 

A questo proposito numerose sono state le lettere ai giornali di cittadini che chiedevano di restituire dignità anche al prezioso portale rinascimentale donato dalla famiglia a Prato. Molti altri sono i casi simili, ma mi soffermo sulla recente vicenda della posa di una nuova Via Crucis fissata senza riguardo con quarantadue viti e bulloni ai pilastri interni del Duomo. Le lettere su Santa Maria e sull'uso della piazza non hanno mai avuto pubblica risposta da parte degli amministratori della città. 

Ma anche una mia lettera all'Adige, pubblicata il 6 novembre, in cui si chiedeva se avesse fondamento quanto era stato scritto in un articolo, ossia che la dannosa posa della Via Crucis sarebbe avvenuta all'insaputa della soprintendenza provinciale e di altri organi culturali di controllo, anche ecclesiastici, non ha mai ricevuto risposta né pubblica, come a mio avviso era doveroso, né privata. 
Una delle conseguenze di tali comportamenti è sotto gli occhi di tutti: la crescita della disistima indiscriminata nei confronti del ceto politico e dell'apparato amministrativo e tecnico ad esso sottoposto. In altre parole: un pericoloso incentivo al dilagare della cosiddetta «antipolitica».

Ezio Chini - Trento


La risposta

Caro Chini, se fosse ancora in vita sicuramente Aldo Gorfer lascerebbe i masi isolati dove «solo il vento bussa alla porta» e scenderebbe, per i suoi «reportage» nelle vie cittadine, percosse da un ciclone di incuria, abbandoni ed espulsioni, botteghe sfitte, stravolgimento di usi e di nomi (ci mettiamo anche quella improvvisata Ca dei Gòbi riferita a nulla, se non a un finto folklore carnevalesco?) che non solo involgariscono la città, ma creano disaffezione e distacco in chi la frequenta.

Trento, ci dicono, resta al vertice delle classifiche sull'abitabilità, ma si sa quale valore abbiano queste statistiche di puro «marketing», servono a qualche amministratore che vuole mettersi le piume sul cappello, mentre la realtà è davanti a tutti. Fumo negli occhi. 

Così come spendere cifre folli (quasi due milioni di euro) per installare duemila videocamere, trasformando la terra dell'autonomia in una provincia di spioni (anche nei boschi si viene ripresi dalle fototrappole!) quando basterebbe qualche controllore e postino in più per il presidio delle strade, da anni impunemente deturpate con scritte sui muri tinteggiati a nuovo. Ciò che più colpisce, però, come lei dice caro Chini, è il silenzio - disprezzo («Lasciate che parlino, che scrivano, tanto nessuno li legge»!) opposto a proteste e segnalazioni costruttive. E questo conferma come il problema di «perdita d'identità» non sia estetico, ma politico, non di nostalgia per il «come eravamo», ma di impossibilità di essere ciò che vorremo. E potremmo. Sorge così quel progressivo distacco dalla cosa pubblica che tanti ormai avvertono, che si traduce poi in caduta di senso civico e in disaffezione, come il voto di domenica ha confermato, anche verso l'Autonomia sentita lontana, a differenza dell'Alto Adige, non solo per la crisi, ma per l'incuria verso le cose e gli uomini.

fdebattaglia@katamail.com

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