Ritrovare il senso di comunità

Ritrovare il senso di comunità

di Franco De Battaglia

Questo ritrovare un senso di comunità (e di trascendenza) sarebbe un apporto fondamentale per il nostro mondo occidentale. Ed un ritorno all'Umanesimo sarebbe auspicabile, per questa Europa distrutta dai narcisismi (?). Ritornare ad un'immagine di Dio non solo metafisica, filosofica? ma centrata su Cristo, su un Dio che si fa uomo, che muore per l'Uomo, potrebbe essere utile anche per ricostruire laicamente nei nostri paesi un tessuto di comunità ed un tessuto sociale. Le chiese sono vuote, ma stanno svuotandosi i paesi nelle valli! Quanto ai giovani, le nuove generazioni potrebbero sorprenderci, dimostrandosi costruttrici di un nuovo tessuto relazionale.

Lauro Tisi - vescovo di Trento (l'Adige 9 aprile 2016)

«Si svuotano le chiese, ma si svuotano anche i paesi». Sono forse le parole centrali della lunga e bella intervista rilasciata, all'indomani del suo insediamento, dal nuovo vescovo Lauro Tisi all'Adige e al suo direttore. Centrali, perché il «vuoto» della società civile e la mancanza di classe dirigente politica - sotto gli occhi di tutti - non vengono richiamati come alibi alle debolezze della Chiesa, ma si trasformano piuttosto in impegno, diretto non solo a pascolare il «gregge» dei fedeli, ma a prendersi cura del «popolo» degli uomini, delle donne, dei bambini. Cristo stesso si preoccupava che le folle potessero sfamarsi, ma a ben guardare tutta la vocazione della Chiesa tridentina, da Vigilio che come suo primo atto fece costruire un ospizio di accoglienza accanto alla cattedrale, fino ai preti cooperatori dell'Ottocento, ai missionari e al volontariato dell'ultimo secolo, va in questa direzione. In questo senso le parole del vescovo Tisi non sono scontate, né si fermano alle opere di carità, ma si richiamano alla necessità di un nuovo Umanesimo - cristiano e laico in occidente - capace di essere lievito di un'Europa che sembra aver disimparato «la grammatica dell'umano». 

Nuovo Umanesimo vuol dire accoglienza, ma anche studio, scuola, capacità di comunicare (e strumenti per farlo) lavoro, impegno al bene comune, discernimento personale. Vuol dire rinnovare i ruoli dei laici, delle donne, ma anche riproporre con pienezza la figura del prete, del sacerdote, capace di ascoltare drammi umani ma anche di scioglierne i nodi, di farsi strumento di perdono, in una «redenzione» che abbraccia tutto il creato, anche la natura («Laudato sì»). È un progetto forte per il Trentino, a tutto campo, capace di rinnovare energie, coinvolgendo anche i dubbiosi, chi cade e si rialza.

Queste riflessioni sull'intervista si appoggiano, in parte, e traggono conforto, da pagine antiche, ma sempre attuali, di storia trentina. Da una «coincidenza», se vogliamo chiamarla così. Proprio nei giorni in cui don Tisi veniva consacrato vescovo, l'Istituto storico Italo germanico promuoveva un'intera giornata di studio dedicata alla figura grande di un suo predecessore, Celestino Endrici, principe vescovo e poi arcivescovo dal 1904 al 1940, in anni difficilissimi (grande guerra, fascismo?) con scelte rischiose, contraddittorie, dolorose anche, ma di grande pienezza. 

Dire oggi «principe vescovo» sembra dire ricchezze, privilegi. Sembra quasi di doversi scusare. Eppure non bisogna aver paura di essere «episcopo». In quegli anni, cento anni fa, Endrici fu davvero «principe» e fu davvero «vescovo», non per onori e apparenze (proveniva da una modesta famiglia di Don, con nove figli), ma per interiore grandezza d'animo, perché seppe farsi carico dei poveri (fra cui i giovani delle valli che non potevano studiare), promuovere il riscatto dalla fame (cooperazione) tenere insieme il Trentino, mentre le guerre e le violenze politiche facevano a pezzi le famiglie e le identità. In questo senso il vescovo «istituzionale» fece da supplenza all'autorità civile che perdeva la sua legittimità. Un passaggio su cui riflettere oggi. 

Fu Endrici a «scoprire» De Gasperi e a metterlo alla testa del giornale diocesano. Anche allora, cento anni fa, i paesi trentini erano vuoti, svuotati dai centomila profughi e internati costretti a lasciare le loro case. E i giovani morivano, un'intera generazione andata perduta, nelle trincee della Galizia, sulle pietraie dell'Ortigara. O venivano ingannati, intruppati prima nei reggimenti, poi nei Balilla? Lo stesso vescovo che difendeva il suo gregge, che rifiutava «la benedizione delle armi» imposta dal potere, venne umiliato con l'arresto e detenuto nell'abbazia di Heiligkreutz, vicino a Vienna, nei pressi della fatidica Mayerling dove si tolse la vita Rodolfo, il figlio dell'imperatore, accendendo la miccia della dissoluzione austroungarica. Un vescovo imprigionato, i paesi vuoti, le chiese bombardate, i giovani sacrificati? un passato non così lontano, di cui le comunità e il territorio portano ancora le cicatrici, ma che al tempo stesso incoraggiano ad affrontare in modo determinato, proprio nel richiamo del vescovo Tisi, le difficoltà di oggi. I paesi possono tornare ad essere presidiati da laici e movimenti di gente di buona volontà, i giovani, se coinvolti in progetti che, a quanto par di capire, non potrà essere la politica a proporre, sapranno fare la loro parte verso un nuovo Umanesimo, capace di saldarsi alla spiritualità, alla carità... È l'augurio rivolto al nuovo vescovo, ma anche a noi stessi.

fdebattaglia@katamail.com

comments powered by Disqus