A tu per tu con Ulrike Bridi

Per questo nuovo post ho pensato di contattare una mia conterranea, appena sedicenne, che ha deciso di seguire il sogno della sua vita. Sto parlando di Ulrike Bridi, ragazza classe 1998 che da Trento si è trasferita a Bassano, nelle fila del Bruel Volley, società al top in Italia per il suo settore giovanile

di Andrea Coali

Per questo nuovo post ho pensato di contattare una mia conterranea, appena sedicenne, che ha deciso di seguire il sogno della sua vita. Sto parlando di Ulrike Bridi, ragazza classe 1998 che da Trento si è trasferita a Bassano, nelle fila del Bruel Volley, società al top in Italia per il suo settore giovanile.
Come avevo descritto in un post precedente, la vita di molte atlete in erba, e quindi quella di Ulrike, è abbastanza simile a quella del programma di MTV sulle ginnaste.
Ma iniziamo a conoscerla meglio. Ulrike inizia con il minivolley e da subito emerge tra le molte ragazze cambiando casacca l’anno successivo, fino ad approdare nell’Argentario Volley, titolare del progetto VolLEI. È qua che Ulrike cambia ruolo: da schiacciatrice mister Moretti la fa diventare alzatrice. E questo si può dire che sia stata la sua fortuna, poiché è alle finali nazionali under 18 che viene notata da alcuni procuratori e approda alla sua attuale squadra, scelta dopo un ballottaggio con le giovanili della Liu Jo Modena. 
Ma conosciamola un po’ meglio…
Ciao Ulrike! Non è da tutti, ancora quindicenne, decidere di lasciare gli affetti e casa per inseguire un sogno. Come sta andando?
Non è stato facile fare una scelta del genere ed è anche abbastanza difficile continuare a sostenerla. Però la pallavolo è la mia vita: il mio sogno nel cassetto è arrivare a giocare in Serie A e sono pronta a fare tutti i sacrifici necessari per raggiungere questo mio obiettivo.
Se devo essere sincera, i primi mesi qua a Bassano sono stati piuttosto difficili: sarei dovuta arrivare qua assieme ad una mia compagna di squadra e invece, per problemi burocratici, le è stato impedito di cambiare squadra. Quindi sono stata catapultata in una situazione completamente nuova sia dal punto di vista umano, sportivo e scolastico.
Lì a Bassano come vivi? Come sono le tue giornate tipo?
Vivo in un appartamento condiviso con altre sette ragazze, tutte compagne di squadra. Non è stato facile abituarsi a vivere senza la mia famiglia, però ora mi sono adattata piuttosto bene. Poi, essendo tutte minorenni, siamo seguite da una tutor, quindi abbiamo comunque un punto di riferimento.
Beh, la giornata tipo è proprio quella di uno studente che è anche sportivo ad alto livello: abbiamo allenamento tutti i giorni, tranne il lunedì se giochiamo la domenica, e stiamo in palestra dalle 2 alle 3 ore. Ultimamente stiamo puntando molto sul lavoro fisico, quindi sono presenti anche due o tre sedute di pesi in aggiunta alle sessioni tecniche. Quindi in sostanza ho una routine piuttosto ripetitiva: sveglia, scuola, pranzo ed allenamento. Questo anno mi servirà anche per capire se questo è lo stile di vita che voglio avere nel mio futuro.
Come ti ho detto prima, nel periodo della preparazione estiva ho avuto più di un dubbio: non ero abituata ad una mole di lavoro del genere e è spesso capitato che mi chiedessi “Chi me l’ha fatto fare di venire qua?”!
So che disputate più di un campionato, è vero?
Sì, siamo una squadra un po’ particolare. L’organico è composto da venti ragazze dal 1996 al 1999 e disputiamo ben quattro competizioni: l’Under 16, l’Under 18, la Serie C e la Serie B1. In sostanza ruotiamo a seconda dei diversi impegni: diciamo che gli obiettivi principali sono gli scudetti Under, mentre le Serie superiori servono per farci le ossa e metterci a contatto con un livello più alto del nostro.
Vedendo quello che fai, penso sia lecito pensare che per te la pallavolo è un qualcosa di molto importante… Però qual è l’altra faccia della medaglia?
La pallavolo è sicuramente una parte importante della mia vita: mi sono trasferita, ho salutato tutti i miei affetti e sto facendo un sacco di sacrifici nella sola speranza che tutto questo possa darmi un futuro in questo mondo.
Tutto ciò però ogni tanto mi provoca dei ripensamenti: mi mancano alcune persone in particolare e anche la possibilità di avere una gestione migliore del mio tempo libero. Qua vivo come una vera e propria atleta professionista: devo fare della pallavolo la mia ragione di vita.
In ogni caso, vada come vada, penso che quest’esperienza mi stia servendo molto: sto acquisendo maturità, autonomia e indipendenza notevoli, non tipici di una ragazza della mia età.
Ma se (scongiuri) la pallavolo non andasse..?
Io sto frequentando una scuola professionale per estetiste che mi piace molto. In caso non dovesse andare col volley penso mi butterei in questo campo. Però non ho ancora le idee molto chiare, intanto voglio capire se questa può essere la mia strada principale.

 

 

Ho voluto raccontare la storia di Ulrike perché penso che possa essere uno spunto interessante per alcune discussioni. È innanzitutto molto bello vedere che, a dispetto di quanti molti credono, una ragazza, così come un ragazzo, siano pronti già in giovane età a fare dei sacrifici per inseguire un loro sogno, rimboccandosi le maniche e rinunciando a mille cose che per i loro coetanei sono la normalità, in primis una vita in famiglia e tra gli amici di sempre.
Poi si può affrontare un discorso legato all’agonismo esasperato, tema già affrontato in questo blog. Ma soprattutto si può parlare della costruzione di un’alternativa: io credo che una società sportiva che si fa carico di un progetto giovanile come questo, debba anche impegnarsi per seguire i ragazzi e le ragazze nelle loro altre attività. Bisognerebbe che  anche dalle società arrivassero degli input, dato che si tratta pur sempre di ragazzi ai loro primi anni di liceo: far capire cioè che è giusto inseguire il proprio sogno, ma che è importante avere anche un piano B che sia valido. E questo lo ho visto in prima persona: ragazzi che hanno fatto tutta la trafila delle giovanili a Trento, lasciando casa loro, e che alla fine del percorso si sono trovate “a piedi”, giocando in serie minori con uno stipendio irrisorio e senza un’alternativa concreta. È sbagliato dare al ragazzo tutta la responsabilità di ciò: a quindici-sedici anni non è sicuramente facile fare un ragionamento concreto per il futuro. Oltre alla famiglia è importante che la società che accoglie l’atleta si preoccupi, seriamente, di seguire il ragazzo e incentivarlo a seguire anche altri percorsi, dallo studio al praticantato in una professione magari.
In ogni caso faccio i miei più sinceri auguri ad Ulrike per la sua carriera. E a voi lettori auguro una serena e buona Pasqua.

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