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Ricevuta ieri dal premier incaricato Matteo Renzi, nell'ambito delle consultazioni, la delegazione Svp-Patt ha chiesto continuità con lo schema precedente: sì all'appoggio anche al futuro governo, a patto che venga confermata la disponibilità mostrata dall'esecutivo Letta nei riguardi di Trento e Bolzano.

di Zenone Sovilla

Ricevuta ieri dal premier incaricato Matteo Renzi, nell'ambito delle consultazioni, la delegazione Svp-Patt ha chiesto continuità con lo schema precedente: sì all'appoggio anche al futuro governo, a patto che venga confermata la disponibilità mostrata dall'esecutivo Letta nei riguardi di Trento e Bolzano.

 

Dopo l'incontro esplorativo, la delegazione, composta anche dai presidenti delle due Province autonome, Ugo Rossi e Arno Kompatscher, ha manifestato ottimismo in seguito a una serie di "garanzie" fornite dal segretario del Pd. Garanzie sui flussi finanziari, sull'estensione delle competenze, sull'esclusione del Trentino Alto Adige dall'annunciata riforma del Titolo V della Costituzione, sulla permanenza anche nella nuova legge elettorale (il disegno Renzi-Berlusconi) di un regime differenziato nel metodo (uninominale) e nel contenuto, cioè un rapporto collegi-seggi che assicuri a Bolzano la rappresentanza dei gruppi linguistici e a Trento qualcosa in più della della mera proporzione demografica (nell'ipotesi Pd-Fi, altri territori periferici e poco popolosi vengono invece gravemente penalizzati).

 

La figura di riferimento per le autonomie speciali è stato finora il ministro degli affari regionali, Graziano Delrio, che stando a quanto annunciato dalla delegazione Svp-Patt sarà anche in futuro l'interlocutore di riferimento, in una prospettiva di continuità con il lavoro fin qui svolto nelle relazioni con Roma.

Graziano Delrio, ora atteso da una promozione forse addirittura all'economia, è il braccio destro di Renzi e nel governo uscente ne è stato il fedele interprete di un'arida visione bipolare dell'architettura democratica: contano Stato e Comuni, il resto va cancellato o svuotato di senso (salvo gli Statuti speciali).

 

In questi dieci mesi il ministro degli affari regionali ha dedicato molta energia alla promozione del suo disegno di legge che prevede la riduzione al rango di semplici agenzie funzionali dirette dai sindaci delle Province ordinarie (enti costituzionali per i quali il governo reitera da oltre due anni la sospensione dell'esercizio del diritto di voto, malgrado una sentenza della Consulta abbia bocciato questi provvedimenti).
La stessa legge ha in realtà l'obiettivo di istituire le Città metropolitane (previste dal Titolo V riformato nel 2001): un nuovo ente locale che ha i confini della Provincia "soppressa" e viene affidato ai sindaci, cioè a figure non scelte dall'intero corpo elettorale di riferimento ma esclusivamente dai residenti nel capoluogo.

E se i cittadini dei comuni minori nell'area metropolitana sono esclusi dal voto, a chi invece vive nelle zone periferiche va ancora peggio, perché semplicemente non avrà più a disposizione un ente intermedio degno di questo nome. In altre parole, si sottraggono spazi di rappresentanza democratica.

Fra l'altro, nel corso dell'iter parlamentare ha preso corpo un'interpretazione semantica stravagante dell'aggettivo "metropolitano", visto che si è arrivati al tentativo di raddoppiare il numero dei nuovi enti, originariamente fissato in dieci (e date le dimensioni italiche anche questi sarebbero già il triplo del necessario).
Questa (contro)riforma, che evidentemente risponde alle pulsioni municipali dell'Italia dei campanili che rifiuta logiche di coordinamento o di controllo sovraterritoriale, è stata duramente contestata anche da qualche esponenti del Pd: il presidente dell'Unione Province, Antonio Saitta, l'ha definita senza mezzi termini "un pasticcio che se approvato genererà caos nei servizi, maggiori costi e nuova conflittualità amministrativa".

 

Ora la legge, già approvata alla Camera, si è arenata al Senato, dove è stata sepolta da circa tremila emendamenti presentati per lo più da Forza Italia e del Movimento Cinque stelle.

Apparentemente entrambi i gruppi di minoranza contestano il "pasticcio" e la mancata cancellazione tout-court delle Province che rientrano dalla finestra come Città metropolitane.

In realtà, i berlusconiani hanno cambiato idea solo dopo aver abbandonato le larghe intese (in precedenza anche la relatrice di maggioranza era una deputata di Fi) e si sono potuti serenamente scatenare contro le Città metropolitante, tanto gli eventuali "supersindaci" futuri sono tutti di centrosinistra.

L'M5S, invece, è ferocemente contrario alle Province e a una qualunque forma di ente intermedio; non ci è dato sapere se abbia qualche idea alternativa di architettura istituzionale periferica, di coordinamento in territori omogenei e di strumenti di partecipazione democratica locale; oppure se ritenga - come il duo Renzi-Delrio - che lo Stato centralista a capo dei Comuni è bello.

 

Sarebbe stato meno deprimente se qualche forza politica - e non solo alcune voces nel deserto - avesse preteso su questa delicata materia un ragionamento aperto e inclusivo, che solleciti un percorso di riforme con la partecipazione dei territori interessati e sulla scorta delle loro aspirazioni. Potrebbe nascere un'idea di federalismo; ma a quanto pare a Roma si va in tutt'altra direzione. Sarà per questo che parole quali elezioni e partecipazione popolare sembrano quasi un tabù (salvo quando si tratta delle "primarie"). Matteo Renzi, d'altra parte, va ripetendo a giorni alterni che in Italia c'è un rischio: che se non passa il ddl Delrio, a maggio si debba andare nientemeno che a elezioni per rinnovare una cinquantina di Province commissariate dal governo. Un vero pericolo per la democrazia.

 

Un altro interessante indicatore analitico viene dalla visione, varie volte annunciata dal premier in pectore, in materia di Regioni: vanno depotenziate e lo Stato deve riprendersi una serie di competenze, per esempio quelle sull'energia. Anche in questo caso, né il metodo né i contenuti possono rassicurare chi abbia in mente un'Italia ispirata dal principio di sussidiarietà, un Paese solidarmente unito ma animato da autonomie locali depositarie di quote significative di potere, in grado di coinvolgere e responsabilizzare cittadini e territori rendendoli maggiormente protagonisti del loro destino.

 

Non ci è dato sapere se la delegazione Svp-Patt abbia fatto notare a Renzi e a Delrio che di fronte al loro approccio istituzionale per gli autonomisti e i federalisti c'è poco da stare sereni.

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