Pugnali, svastiche e legittimazione di ideologie di morte

di Pierangelo Giovanetti

 E gregio Direttore, il riaccendersi delle polemiche attorno alla liceità della vendita di prodotti, siano essi vini o coltelli, recanti i simboli del hitlerismo e del fascismo non può lasciare indifferenti, soprattutto in un tempo in cui forte si sente riaffiorare alla superficie della storia il magma del neonazismo e dell'antisemitismo.
Pur non obiettando sulla libertà di commercio, crediamo difficile accettare l'assunto della titolare del negozio della Mendola, la quale afferma in proposito: «Allora vietiamo anche i capelli da cow boy per lo sterminio degli indiani. Sono oggetti, l'ideologia non c'entra» (vedi l'Adige 19 di ieri).
L'inadeguatezza di una simile frase si commenta da sé. Forse la gentile signora non sa. Non è una colpa, né un merito. Semplicemente ne prendiamo atto, ma ciò non scusa un paragone proprio delle culture del negazionismo e di quanti ritengono di poter mettere sullo stesso piano ogni accadimento storico. Eppure buona parte della cultura occidentale ha riconosciuto, in tempi non sospetti, l'assoluta originalità ed unicità della Shoah: eppure la vicenda dell'antisemitismo in Europa data millenni. Eppure la coscienza del vecchio continente porta ancora il peso di un dramma pianificato dall'ideologia e realizzato con il concorso di quasi tutto un popolo (I volenterosi carnefici di Hitler). Eppure la signora afferma di avere molta e nostalgica clientela tedesca, perché in Germania è proibita la vendita di simili prodotti e non si chiede come mai? Forse ci si dimentica che dietro l'oggettistica da collezione si nasconde spesso il rinnovarsi del «culto» di un'ideologia che sugli stessi pugnali - messi oggi in vendita con tanta leggerezza – faceva scrivere: «Il mio onore si chiama fedeltà». Non erano i pugnali da caccia di Mano Gialla o di Toro Seduto, bensì quelli d'onore delle S.S. ed è per tale ragione che essi possono diventare oggi amuleti di una «religione dell'odio razziale» di cui non sentiamo alcun bisogno.
Molto probabilmente venderli è consentito e l'esercizio di quest'attività non viola nessuna regola. Colpisce però la faciloneria delle «giustificazioni» adotte e la loro opinabilità: che sia più dannoso vendere vino con l'immagine di Mussolini in etichetta ed icone naziste, anziché «gratta e vinci» è decisamente un'idea originale e che cela in sé, secondo il nostro punto di vista, una sorta di «disprezzo» per quell'immenso baratro di dolore e follia che fu l'Olocausto del popolo di Israele e delle altre centinaia di migliaia di uomini «passati per il camino».
È davanti a simili inquietanti episodi che si fa allora impellente il dovere della memoria, quanto meno come didattica specifica della storia e come deterrente al sempre possibile ripetersi.
Marcello Malfer
Presidente Associazione Trentina Italia – Israele


La vendita di coltelli e pugnali, per quanto da collezione, con incisi la svastica e gli emblemi del nazismo costituisce non solo uno sgradevole se non odioso biglietto da visita per il turista e chiunque frequenti le nostre montagne, ma - pur involontariamente - richiamando ed esaltando l'ideologia di morte di Adolf Hitler, ne costituisce una legittimazione.
Per questo, anche se la legge non ne vieta la vendita, è pericoloso diffondere oggettistica nostalgica, perché crea il presupposto di una relativizzazione del male assoluto del genocidio e di ogni deliberata e organizzata distruzione di massa di vite umane. Il revisionismo rispetto a quelle tragiche pagine di storia, se non addirittura il negazionismo, si abbevera di una simpatia latente, anche fra le giovani generazioni, instillata e propagata dall'emulazione di quei comportamenti, anche attraverso l'oggettistica che ne esalta la memoria.
Sdoganare i simboli di quel «buio dell'umanità» che fu il nazismo, come pure lo stalinismo, il genocidio armeno per mano turca o quello cambogiano per mano di Pol Pot, o quello ancora del Ruanda e di ogni altro massacro preordinato, rimette in vita i germi dell'odio devastante che ha generato i peggiori crimini della storia umana.
Anche se non è reato può avere conseguenze anche più gravi.
 p.giovanetti@ladige.it

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