Primarie Usa, il testa a testa continua nel New Hampshire

Ted Cruz e Hillary Clinton (ma di un nulla) escono vincitori dal primo test nella corsa per la Casa Bianca che in ogni modo distribuisce equamente i delegati eletti.
I caucus dell’Iowa hanno così aperto la stagione delle primarie in America dando una nuova impronta ad una lotta finora condotta tra i confini tracciati dai sondaggi.

I numeri per mesi hanno visto Donald Trump con il suo approccio reazionario alla guida dei repubblicani, e invece sul campo è stato premiato il senatore ultraconservatore del Texas Cruz, che dello Stato del Midwest, hanno ripetuto in molti festeggiando il trionfo, «rappresenta i veri valori».

Sull’altro fronte il risultato è sul filo di lana, con la ex segretario di Stato che la spunta per pochi decimali sul socialista Bernie Sanders, a conferma in questo caso delle previsioni che già indicavano un serrato testa a testa.

A conteggio concluso Hillary è al 49,8% (conquista così 23 delegati) e il senatore del Vermont al 49,6% (21 delegati).
Una manciata di voti, eppure sufficienti per far dire al partito che questo primo punto se l’è aggiudicato proprio l’ex first lady.
Anche se Sanders non concede facilmente la vittoria e invoca verifiche, fino ad un riconteggio dei voti.

Tra i repubblicani però la lotta è a tre, con Cruz (28%, 8 delegati), Trump (24%, 7 delegati) e Marco Rubio (23%, 7 delegati), senatore della Florida, di origine cubana, esponente dell’ala moderata.

Lo sconfitto è Trump: se il «fenomeno» si sia già ridimensionato è presto per dirlo, ma in Iowa non ha fatto breccia, la svolta conservatrice del miliardario di New York qui non ha convinto.
Un altro brutto colpo ora in New Hampshire e la voce dell’antipolitica per eccellenza potrebbe diventare molto più fioca.

Intanto canta vittoria Bernie Sanders, senatore del Vermont, 74 anni, ex hippie che si definisce un socialista e che predica una «rivoluzione della politica» portata avanti da giovani e lavoratori.

Per lui, partito quasi da zero e che solo a gennaio ha raccolto 20 milioni di dollari tutti provenienti da piccoli donatori, battersela testa a testa con la potente macchina da soldi della Clinton è motivo di grande orgoglio. E di speranza: quella di spezzare quel dominio dei poteri forti, di Wall Street, delle lobby che a suo dire inquinano e corrompono la politica e le campagne elettorali.

Ma secondo molti osservatori sarebbe un errore leggere nel risultato dell’Iowa una falsa partenza per Hillary.
L’ex segretario di stato, che guida i sondaggi a livello nazionale, ha di fatto limitato i danni. Che poi era l’obiettivo della vigilia, quando già si capiva che il pericolo Sanders era reale.

Per la Clinton, che a Des Moines ha certamente sudato freddo, l’importante è non aver perso. E poco conta che la vittoria sia arrivata per uno 0,3% di differenza (49,9% a 49,6%). Aver evitato in Iowa lo spettro del 2008, l’amara sconfitta con l’allora outsider Barack Obama, è più che sufficiente per guardare avanti con ottimismo.

Così, nel primo comizio in New Hampshire dove già si trovano tutti i candidati che si preparano alle primarie di martedì 9 febbraio, l’ex first lady urla la sua risicatissima vittoria, come una liberazione dopo una nottata di paura.

Hillary sa che anche nel piccolo Granite State, uno dei più liberal degli Usa, Bernie è favorito. Anzi, secondo i sondaggi, è strafavorito. Ma anche qui lo scopo per l’ex segretario di stato sarebbe quello di fare meno danni possibile.

Per lei la vera partita comincia dal South Carolina, il 20 febbraio, primo di quegli stati del sud che sono considerati roccaforti dei Clinton. A partire dall’Arkansas, dove il marito Bill fu governatore prima di conquistare la Casa Bianca.
L’auspicio di Hillary è quindi quello di assestare un colpo duro, se non decisivo, durante il Super Tuesday del primo marzo, quando si voterà in 14 stati.

Lì le si potrebbe aprire davanti la strada per la nomination.
Ma - mettono in guardia molti commentatori politici - attenzione a sottovalutare o, peggio, a ignorare il risentimento di gran parte degli elettori verso Wall Street e quel mondo a cui spesso Hillary e la sua famiglia vengono associati. Senza contare l’incognita di uno scandalo delle e-mail che non smette di imbarazzarla e che rischia di portarla a una incriminazione.

Per tornare ai repubblicani, Ted Cruz ha mantenuto la promessa: quella di fermare Donald Trump, di stoppare una corsa che, con una vittoria in Iowa, sarebbe potuta divenire inarrestabile. Invece, ed è la prima notizia regalata dalla nottata dei caucus, il tycoon newyorchese alla prima prova del voto fa cilecca. Un flop ancor più pesante se si guarda alla vera sorpresa: Marco Rubio.

Trump sconta una campagna molto aggressiva nei suoi confronti da parte di Cruz e forse un eccesso di sicurezza che gli ha fatto sottovalutare l’orientamento di un elettorato, quello del piccolo stato rurale del midwest, molto lontano dalla sua New York. Nulla è compromesso. Trump è sempre in testa ai sondaggi a livello nazionale, ed è in testa anche in New Hampshire. Ma quello che al miliardario brucia di più è il colpo alla sua immagine di uomo comunque vincente, anche nelle situazioni più difficili, e di leader carismatico e gran motivatore in grado di convincere anche gli elettori più scettici.

Ora il suo incubo principale è il giovane senatore di origini cubane, ex delfino di Jeb Bush, quando questi era governatore della Florida, che si è piazzato terzo a un solo punto di distanza. Smentendo tutti i sondaggi che lo davano molto più indietro. E Rubio ora fa sognare l’establishment del Grand Old Party, spaventato e frustrato da una campagna elettorale che finora ha visto dominare i due candidati più populisti e antisistema. Tanto più che le speranze riposte nel più piccolo di fratelli Bush sono oramai ridotte al lumicino, se non del tutto svanite. Anche se Jeb, praticamente ‘invisibilè nei risultati finali dell’Iowa, si fa forza, e assicura che la vera corsa verso la nomination partirà dal New Hampshire il 9 febbraio.

In realtà l’ascesa di Rubio, che si accredita e viene visto da molti come colui che può riunificare le anime del partito, potrebbe definitivamente tagliarlo fuori dalla competizione. Una esclusione che avrebbe del clamoroso, se si pensa che fino a qualche mese fa tutti immaginavano un nuovo duello tra dinastie per il dopo Obama: i Clinton contro i Bush. Ma le probabilità che sia questo lo scenario da fine luglio all’Election Day di novembre sono al momento quasi pari allo zero.

La vittoria abbastanza netta di Cruz in Iowa e il secondo posto di Trump confermano comunque come in questa fase a prevalere tra gli elettori sia la rabbia, l’insoddisfazione.

E la disaffezione verso la politica tradizionale. Anche a sinistra, se si pensa all’ottimo risultato del socialista Bernie Sanders che ci racconta come il disagio e il rancore di molti americani sia bipartisan. È quella red-hot America, come la definiscono i media Usa, che non riesce a intravedere i benefici della ripresa dopo la grande crisi e che accusa Washington di corruzione e Wall Street di abusi ai danni della middle class e della working class.

La corsa alla Casa Bianca si sposta dunque in New Hampshire, lo Stato del Granito, dove si terranno le prime primarie delle elezioni 2016 dopo i caucus dell’Iowa. Pur essendo uno degli stati più piccoli d’America, con soli 1,3 milioni di abitanti, il New Hampshire è da sempre uno stato chiave per gli aspiranti presidenti, offrendo una rampa di lancio per i vincitori e uno scenario da catastrofe per gli sconfitti in attesa del Super Tuesday, quest’anno il 1°  marzo.

Liberal per eccellenza, il 9 febbraio il New Hampshire eleggerà 23 delegati per la convention dei democratici e 32 per i repubblicani, e porta a novembre solo 4 voti elettorali nella cassaforte dei candidati, che per conquistare la Casa Bianca hanno bisogno di raccoglierne 270. Ma il suo peso va ben oltre i numeri.

Dopo l’assaggio dei caucus in Iowa, chi vince le primarie con voto segreto in New Hampshire si dimostra il candidato più forte del momento e arriva negli stati più grandi, al sud e nel west, sull’onda di una copertura mediatica che vale più di decine di milioni di spot televisivi.

Nel 1992 Bill Clinton si definì proprio in New Hampshire il Comeback kid, gettando le basi per la conquista della Casa Bianca. Sedici anni dopo, nel 2008, il New Hampshire ha regalato a sorpresa la vittoria a sua moglie, Hillary, prolungando di ulteriori cinque mesi la sua campagna elettorale poi persa contro Barack Obama.

Hillary alle primarie di martedì in New Hampshire si presenta nettamente dietro nei sondaggi rispetto a Bernie Sanders, che vanta un vantaggio di 20 punti, e con una vittoria di misura in Iowa. In New Hampshire come in Iowa, l’obiettivo è limitare i danni e cercare di contenere la sconfitta in due stati che non le sono amici, prima di involarsi verso sud, in South Carolina, dove è avanti rispetto al rivale democratico.

Per i repubblicani la partita è più complessa. Donald Trump è in testa nei sondaggi e ha fatto della conquista dello stato uno dei punti chiave della sua campagna elettorale. Il New Hampshire offre a Marco Rubio la possibilità di rafforzare il sostegno dei repubblicani dell’establishment a livello nazionale. Ted Cruz ha messo in piedi una rete molto forte nello stato, nel tentativo di contrastare lo strapotere nei sondaggi di Trump.

Il New Hampshire offre anche a Jeb Bush la possibilità di scendere definitivamente in campo:«La corsa inizia il 9 febbraio». Per Chris Christie potrebbe invece segnare l’addio alle aspirazioni presidenziali: se il risultato non sarà positivo, o il governatore del New Jersey con pochi soldi in cassa potrebbe ritirarsi.

comments powered by Disqus