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Gli attentati del Sacro Cuore e la morte dello stradino

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Per antica tradizione, nella domenica del Sacro Cuore la popolazione di lingua tedesca del Sudtirolo celebra la grande festa con i fuochi del solstizio. Appena cala la sera su tutti i monti vengono accesi centinaia di falò, suggestive e brillanti luci a raffigurare croci, aquile tirolesi, cuori e la magica cifra 1809 a ricordare e celebrare, commemorare e festeggiare l’ avventura partigiana guidata da Andreas Hofer, il generale Barbon. Quella notte gli abitanti di Bolzano si erano addormenti mentre i fuochi, invece di spegnesi lentamente, continuavano ad ardere sulle creste e nelle radure, anzi sembrava che le fiamme venissero ravvivate come se quei gioiosi incendi non dovessero finire mai.

Attorno all’una di quella notte d’estate, la prima esplosione con l’ acuto rimbombo, ingigantito e moltiplicato dall’eco, poi un’altra e un’altra ancora mentre Bolzano piombava in un buio spettrale rotto, a tratti, dal guizzare di lampi azzurrognoli che serpeggiavano dai cavi dell’alta tensione nell’attimo del crollo delle torri d’acciaio dei tralicci. La gente si era rivestita in fretta; c’era chi s’affacciava alle finestre e chi scendeva nelle strade attraversate da automezzi della Polizia, dei Carabinieri e dell’Esercito che, nel suono delle sirene, sembravano muoversi senza un meta precisa. C’era panico; impressionavano, vicino alle caserme, i militari con gli elmetti e il Garand in pugno e in molti pensarono che l’esercito austriaco stesse arrivando dal Brennero bombardando con l’artiglieria Bolzano.

Questa era anche la convinzione di un maggiore dell’Esercito. Fermò, puntandogli addosso la rivoltella, un cronista dell’Alto Adige che in sella ad una Lambretta stava arrivando a passo d’uomo nelle immediate adiacenze del portale di una caserma. «Spegni subito il faro, l’Austria ci attacca» disse con voce forte e chiara mentre un gruppo di militari stava rizzando con sacchetti di sabbia un qualcosa che nel buio poteva sembrare una trincea. Impossibile avventurarsi oltre quei militari, meglio spegnere il fanale e quanti negli anni Sessanta hanno guidato uno scooter ricordano benissimo come era scarsa e tremolante la luce del citato “faro”. Tragico pensare che la Repubblica italiana venisse attaccata dall’Austria ma era facile capire che la tensione separatista tirolese era diventata violenta rivolta.

È l’alba. Livida, con improvvisi acquazzoni. Pattuglie con le armi spianate presidiano la sede della Rai, l’edificio delle poste, la stazione ferroviaria, palazzo di giustizia, la sede dei giornali Alto Adige e Dolomiten e quella del Msi, il Movimento Sociale Italiano dove, questo è il ricordo di un testimone di quella giornata, l’avvocato Andrea Mitolo aveva esposto il Tricolore e radunato i camerati. Dalle mastodontiche ricetrasmittenti montate sui veicoli militari si apprende che ad Appiano è stato incendiato un deposito militare, che ci sono state esplosioni in val Sarentino e attorno a Merano, che sono crollati 37 tralicci dell’alta tensione e altre torri d’acciaio sono state gravemente danneggiate. Il cronista controlla il carburante della Lambretta e decide di tornare a Trento o meglio, andare a Salorno e Termeno. La statale del Brennero – all’epoca non c’era l’autostrada – è deserta, i campi vuoti, nessuna luce dalle finestre delle case. Pioviggina, fa freddo ma ecco sull’asfalto nel tratto fra Salorno e Cadino, all’altezza di una baracchetta dell’Anas un corpo.

È bocconi, quasi nel mezzo della carreggiata, un braccio sembra troncato. Nell’aria c’è odore di polvere da sparo, appoggiata alla siepe una bicicletta da uomo con attaccata alla canna una scopa di saggina e un badile, due strumenti da lavoro degli stradini. C’è anche un berretto con visiera. Ecco da Trento arrivare un’automezzo dei Carabinieri. L’autiere rimane al posto di guida, dal veicolo scendono il maggiore Federico Marzollo, il capo della procura della Repubblica Luigi Spadea, il sostituto procuratore generale Catullo Zanfei. Arrivano i carabinieri delle stazioni di Salorno e San Michele, il corpo viene girato, il petto è dilaniato, il cadavere identificato e identificato dal cronista: è lo stradino dell’Anas Giovanni Postal residente a Grumo.

Lo ha ucciso l’esplosione di un ordigno collocato dai separatisti tirolesi del BAS (Comitato per la liberazione del Sudtirolo, nda) ai piedi di un palo di legno: cadendo di traverso sulla strada, avrebbe dovuto segnare, simbolicamente, la nuova barra di confine fra il Tirolo e l’Itala. Postal lo aveva strappato dal palo. L’esplosione lo aveva ucciso.

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