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L'Europa ora va, noi siamo al palo

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Per uno dei classici capricci della storia il 4 marzo ha fatto coincidere due eventi di rilevante importanza per il futuro dell’Ue: la fine dei quasi sei mesi di faticosa formazione del nuovo governo in Germania e l’appuntamento elettorale in Italia. In Germania, anche se con una forte perdita elettorale, hanno tenuto i due partiti tradizionali: la Cdu-Csu di Angela Merkel e l’Spd. In Italia hanno invece prevalso le cosiddette forze anti-sistema, M5s, Lega e Fratelli d’Italia che hanno messo assieme quasi il 55% dei voti.

Pd e Forza Italia, che avevano preso il posto dei nostri vecchi partiti del dopoguerra, sono stati nettamente ridimensionati. Si dirà, ma che c’entra l’Ue con questi due episodi di politica interna nazionale? C’entra per due ragioni principali. La prima è che dopo la creazione dell’euro e l’approfondimento del processo di integrazione europea ogni evento elettorale nazionale ha un impatto sulla Ue.

È un impatto immediato sulle prospettive dell’Europa: ciò vale sia per paesi piccoli, si pensi alle elezioni in Grecia o Austria, che per quelli grandi, dalla Spagna alla Francia. La seconda ragione è che oggi, a differenza del passato, il tema europeo costituisce uno dei principali motivi di contesa fra partiti: sì o no all’Unione. Anche su questo aspetto la differenza fra Germania e Italia è netta. A Berlino va al potere una riedizione della Grossa Coalizione, ma questa volta con un programma e un atteggiamento molto più centrato, di quanto non sia mai stato in passato, sul rilancio del processo di integrazione. Da noi, come sopra ricordato, i migliori risultati elettorali sono stati ottenuti dalle forze politiche più critiche nei confronti dell’euro e delle politiche dell’Unione.

Davvero uno strano paese il nostro, che a differenza della Germania e di altre democrazie occidentali, non è mai realmente riuscito a creare un sistema di alternanza di partiti al governo: per quasi 50 anni abbiamo avuto la Democrazia Cristiana al potere; poi all’inizio degli anni ’90 abbiamo cominciato ad affossare i partiti tradizionali, Dc, Psi ma anche Pci; ci siamo quindi inventati una precaria pseudo-alternanza al potere con due movimenti ex-novo, Forza Italia e l’Ulivo; oggi ci risvegliamo con una maggioranza di forze politiche dai caratteri indefiniti, salvo una comune propensione anti-sistema, nazionalista e in buona parte xenofoba.

Siamo perfino riusciti a suscitare l’ammirazione di Stephen K. Bannon, il luciferino ex-consigliere di Donald Trump, che profetizza un ruolo decisivo per i «populisti» italiani nel trafiggere al cuore l’odiata Bruxelles. Un’Italia vista come punta di diamante di tutti i tentativi (per ora falliti) che si sono succeduti in diverse elezioni nazionali in Europa, volti a scardinare l’attuale Unione.
Non è un caso che la prima a congratularsi con Salvini sia stata Marie Le Pen, la «pasionaria» anti-euro e anti-immigrati che per poco non vinceva le elezioni presidenziali francesi contro Macron. Non sappiamo evidentemente quale sarà sul piano pratico lo sbocco dei risultati elettorali del 4 marzo. Ma sappiamo quali sono gli impegni che ci aspettano in Europa. La soluzione dello stallo politico in Germania e l’entrata ormai prossima in attività del quarto governo Merkel rimette subito in moto il discorso europeo, che era rimasto congelato per lunghissimi mesi sia prima che dopo le elezioni tedesche.

Ad attendere luce verde per ripartire non vi è solo Bruxelles ma anche la Francia di Macron, che ricordiamolo, ha vinto le elezioni presidenziali con un programma fortemente europeo. Ci sono quindi già i segnali di una nuova agenda dell’Unione che prevede, fra il resto, il completamento dell’unione economica e di quella bancaria, un nuovo bilancio comunitario, l’avvio di progetti di difesa comune e il ripensamento di diverse politiche dell’Unione, fra le quali quella dell’immigrazione. Tutti temi che ci riguardano da vicino e che vanno ad impattare sul nostro interesse nazionale.

Quindi, oltre ad avere in tempi ragionevoli un governo (stabile, si augura Angela Merkel), dobbiamo anche decidere come elaborare la nostra strategia nazionale nei confronti delle proposte che verranno dai nostri principali partner e da Bruxelles. Se ci limitassimo agli slogan semplicistici e per lo più antieuropei della campagna elettorale non andremmo davvero molto lontani, anche perché non troveremmo alleati a sostenerli, fatta eccezione per i quattro del gruppo di Visegrad (Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia e Ungheria), dove non è solo l’antieuropeismo ad albergare, ma lo scarso rispetto delle regole democratiche. Bisognerà quindi fare un doppio sforzo in vista del difficile negoziato europeo che si sta per aprire. Il primo è quello di metterci d’accordo fra di noi sulle posizioni da sostenere a Bruxelles, il che non è semplicissimo perché anche fra gli antieuropei le interpretazioni sull’Unione variano quasi giornalmente (si pensi al referendum sull’Euro, prima sì, poi no, infine forse) e le visioni di fondo non sempre coincidono.

Il secondo impegno sarà quello ancora più difficile di guadagnare rapidamente una sufficiente credibilità per potere negoziare con efficacia. Quello della credibilità del nostro paese è stato quasi sempre uno dei maggiori handicap, sia per la precarietà e la brevità al potere dei nostri governi, sia per la superficialità e inadeguatezza della nostra burocrazia obbligata a mettere in pratica le decisioni prese a Bruxelles.
Difficile quindi pensare che i partiti che hanno vinto queste elezioni e le possibili coalizioni di governo che ne potranno derivare siano in grado di costruirsi la necessaria credibilità: il che non farà che aumentare la tradizionale solitudine del nostro paese nei confronti di Bruxelles e dei nostri maggiori partner, Germania e Francia in testa. Non sarà certo il tradizionale «Stellone» a proteggerci dallo scetticismo europeo: anche se oggi di Stelle ne abbiamo addirittura cinque.

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