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Uno spazio per accompagnare chi sta morendo

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Gentile direttore, scrivo per portare all'attenzione del personale sanitario e dei dirigenti interessati un tema delicato: il morire.

Circa un mese fa mio padre, Adriano Rizzoli, ricoverato in cardiologia a Trento, ha subito un'emorragia cerebrale.

È stata un'emorragia cerebrale talmente estesa da condurlo in pochi giorni alla morte, senza che egli abbia mostrato alcun segno di recupero. I riflessi, come ci hanno spiegato i dottori, erano pressoché inesistenti fin da subito.

La situazione «molto drammatica», «tragica».

In altre parole, mio padre si avvicinava a passi svelti al momento del trapasso.

Voglio dire a chiare lettere che è stato curato con grande professionalità e attenzione. Il personale si è dimostrato preciso, disponibile, chiaro nelle comunicazioni, con punte di sincera empatia su uno sfondo di umanità palpabile.

Ma una persona che sta a tutti gli effetti morendo andrebbe accompagnata in un contesto intimo, riservato, possibilmente personalizzato: un fiore, la sua musica preferita (è vero che l'encefalogramma dava segnali minimi, ma non si sa mai), una candela colorata.

Non in uno stanzone - per quanto dotato delle migliori tecnologie - con altri nove pazienti, dei quali alcuni sono lì per guarire, altri, la minoranza, per andarsene.

Di certo ci sono motivazioni operative per sostenere la scelta di raggruppare tutti i pazienti di rianimazione in un unico spazio. Efficienza, massima organizzazione, funzionalità.
Ma possono eventi come il morire (e il nascere, ad esempio) essere sottoposti alla logica di un paradigma incardinato su meri costi e benefici?

A mio parere, no. Essi richiedono qualcosa di più, anzi proprio di altro rispetto a questo, ovvero di considerare anche l'aspetto che alcuni definirebbero «sacro», altri semplicemente personale e profondamente intimo, oltre la razionalità.

Avrei voluto potermi sdraiare a fianco di mio padre, sentivo il bisogno di tenerezza. Parlargli ad alta voce, con il tono di una normale conversazione. Massaggiargli i piedi senza temere di essere osservata. Forse avrei voluto chiamarlo a gran voce, forse un pianto più libero mi avrebbe permesso di sgravarmi ogni tanto di tensioni accumulate, durante quelle lunghe ore troppo brevi.

La mia domanda: è pensabile dare l'opportunità di diversificare i percorsi per pazienti in gravissime condizioni e altri che hanno ottime chance di guarigione?

I casi della vita, si sa, sono imprevedibili, ma sono sicura che considerando l'importanza dell'evento morte - non una malattia inguaribile, ma un fatto della vita - le persone competenti in merito potrebbero apportare alcuni miglioramenti gestionali.

Grazie a tutti quelli che hanno svolto il loro compito con amore. Quell'amore ha comunque arredato il bianco stanzone della rianimazione e sparso un po' del suo profumo ovunque.

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