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Francesco Ciaghi, in bicicletta

dal Sudafrica a Ronzo Chienis

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Trentun’anni, 5 mesi per prepararsi, oltre 27mila chilometri in sella alla sua bici nell’arco di 7 mesi e un paio di settimane, 14 paesi africani visitati percorrendo 18 mila chilometri solo nel continente nero, una maratona corsa la mattina della partenza (per non fari mancare proprio nulla), 25 chili di bagaglio bicicletta compresa: sono i numeri del viaggio di Francesco Ciaghi, giovane di Ronzo Chienis, da Cape Town, in Sudafrica, alla sua Val di Gresta in bici.

Se numeri e mezzo hanno reso questo ritorno una vera avventura, le persone incontrate lungo il cammino l’hanno trasformato in un’esperienza di vita unica. «L’ospitalità delle persone è stata straordinaria - racconta, da Bologna, dove ha fatto tappa per vedere la partenza del Giro d’Italia - più di metà delle notti le ho passate da qualcuno, mi hanno anche dato l’attrezzatura per arrampicare il monte Kenya, alle cascate Vittoria mi hanno ospitato degli appassionati di mountain bike e con loro abbiamo fatto dei giri straordinari seguendo le piste tracciate dagli elefanti. In Sudafrica sono stato ospitato da una famiglia, quel weekend era il compleanno della bambina e avevano preso un cottage in un parco privato e quindi li ho seguiti nel safari e ho passato la giornata con i bambini della famiglia. E di queste esperienze ne ho fatto tantissime, la gente che mi ha ospitato mi ha dato la possibilità di divertirmi in Africa, di capire tantissimo di Paesi di cui non sappiamo nulla». Per Natale, arrivato a Nairobi, ha trovato un pezzetto di “casa”, ovvero due grestani come lui: «Ho incontrato il mio amico Luca Cimonetti - racconta - che ha fatto un’esperienza con una Ong in Sierra Leone e poi assieme siamo andati a trovare padre Gerardo, missionario ottantenne anche lui grestano».

In sella alla sua bici Francesco è partito da Cape Town, dove abitava da due anni, deciso a pedalare fino a casa ma soprattutto a visitare il più possibile: già la partenza è stata una deviazione sulla linea ideale Città del Capo-Cairo perché invece di andare a nord Francesco è andato a est per entrare in Lesotho, paese tutto sopra i mille metri con passi che non hanno nulla da invidiare allo Stelvio, e arrivare a fare una gara di bicicletta al quale si era iscritto con un amico prima di organizzare il suo viaggio. Poi il resto dell’Africa con i suoi deserti, le sue piogge, i paesaggi incredibili: «Ho fatto praticamente un safari in bicicletta – racconta – che è molto diverso dallo stare sulla jeep. Senza finestrino fra te e gli animali è un’emozione grandissima. Poi il Malawi, il paese più povero che ho visitato, ho deviato per andare a Zanzibar e il Ruanda che mi ha stupito perché con le debite proporzioni è un po’ la Svizzera africana e nonostante il genocidio degli anni Novanta la capitale si sta sviluppando tantissimo, per esempio hanno bandito l’uso della plastica, una volta al mese i cittadini devono pulire il territorio ed è un paese bellissimo». In Sudan ha attraversato il Sahara ed è stato faticosissimo tanto che quasi pensava di fermarsi al Cairo come altri prima di lui avevano fatto e non avrebbe certo sminuito il suo viaggio, ma in Egitto, alzata la testa dalla strada sono apparse le piramidi: «Le ho viste e mi hanno dato un’energia pazzesca, ho deciso di andare avanti». Israele, Istanbul, l’Europa dell’Est, Francesco ha macinato chilometri su chilometri, superando paure, stereotipi, limiti personali e fisici e ieri è torna a casa: partito per l’ultimo tratto del suo viaggio, da Bologna a Ronzo Chienis, ha dato appuntamento agli amici a Loppio, alle 17, per pedalare gli ultimi chilometri verso Ronzo assieme. Poi una grande festa.

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