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«Abbiamo conti super,

ma non troviamo ingegneri»

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«Il gruppo, l'azienda, vanno oggi estremamente bene. Stiamo "volando". Ma non riusciamo a trovare tutte le figure professionali che ci servono. Abbiamo bisogno di almeno una decina di ingegneri, specificatamente meccanici e strutturisti».
Antonello Briosi, patron di Metalsistem, leader nella logistica di magazzino (sono quelli, ad esempio, che hanno automatizzato gli sconfinati hangar di Amazon), ha portato il suo gruppo a lidi sicuri attraverso l'oceano in burrasca della crisi. Senza peraltro mai chiamarla crisi.
«Mai. Perché non è stata una crisi, ma un cambiamento. Un cambiamento epocale che si poteva vedere arrivare, fin dal 2006. Almeno, quello è l'anno in cui noi ci siamo mossi». 
Cosa avete fatto? 
«Una scelta coraggiosa, una ristrutturazione completa verso quello che pensavamo sarebbe stato il futuro. Una scelta che, ad oggi, si rivela essere stata azzeccata. Non si può agire in piccolo e pensare in grande, o pensare in piccolo e agire in grande». 
In altre parole? 
«Le tue azioni devono essere proporzionate alla tua identità. Così nel 2006 abbiamo capito che dovevamo diventare più "snelli", tagliare tutte le parti debordanti. Siamo passati da dodici partite Iva (all'epoca, una per ogni stabilimento del gruppo in Italia, ndr ) ad una sola, trasformando gli altri stabilimenti in opifici al servizio dell'unico head quarter di Rovereto. Abbiamo dimezzato manager e quadri, lasciando invariarato il più possibile il personale. Abbiamo poi tagliato le spese: da una flotta di 126 tra auto ed autocarri siamo passati a 26, ottimizzando il loro utilizzo, tagliando il più possibile i viaggi a vuoto. Questo a fatturato costante ci ha permesso di avere marginalità maggiori».
Ed ora guardate con fiducia al futuro.
«I nostri dati sono molto positivi. In ogni parametro stiamo meglio della fase pre-cambiamento. Nel 2015 il gruppo aveva un consolidato di 2,4 milioni, nel 2016 siamo a 13. Mentre la Metalsistem spa aveva un consolidato di 4,5 milioni nel 2015 e di 10 nel 2016. E per il 2017 stimiamo una crescita di fatturato del 15%».
È ripartita l'economia allora? 
«Soprattutto quella europea. Il nostro fatturato è costruito all'estero per l'80%».
Ma ora non trovate personale.
«Di pari passo con la crescita delle nostre performance è cresciuta la nostra esigenza di professionisti. Se due anni fa avevamo bisogno di due, tre persone, oggi c'è spazio per dieci. Ma non le troviamo». 
Chi cercate?
«Ingegneri meccanici, strutturisti, ma non disdegnamo, nel campo della meccatronica, anche ingegneri informatici e tecnici specializzati in meccanica, oleodinamica, progettisti. Tutti, ovviamente, con una solida competenza linguistica inglese e/o tedesca. Al giorno d'oggi devi essere davvero un "genio" della meccanica per andare avanti con una conoscenza solo scolastica dell'inglese. Ma l'università di Trento non ne "sforna" abbastanza. Mi diceva il rettore Collini che i neolaureati in meccanica sono tutti, al 100%, rapidamente impiegati. La concorrenza è forte».
Penuria di ingegneri. Che idea si è fatto sul motivo?
«Mah, credo che spaventi lo sforzo. Si tratta di facoltà impegnative».
Cosa offrite ai neolaureati?
«Contratto indeterminato e l'ingresso in un'azienda dove la meritocrazia è vera e dove un giovane non ha limiti: se lo merita, diventa amministratore delegato».
Non c'è solo Trento. Non potete rivolgervi ad altre università?  
«L'abbiamo già fatto e continueremo a farlo, ma il rischio che un ragazzo prenda e vada via dopo cinque, sei anni, una volta insomma che è completamente formato, per riavvicinarsi a casa, è alto. Ci è successo più volte. Per questo preferiremmo far entrare in azienda ragazzi trentini.
In che condizioni di salute versa l'economia trentina?
«Molto migliore il sentimento generale rispetto a qualche anno fa. Ma c'è ancora tanto da fare. Ma vedo con preoccupazione che in generale ci siamo un po' adagiati. Manca nella maggior parte la voglia, la fame che c'erano negli anni '60 e '70».
Si può dire che l'entusiasmo del boom economico è stato sostituito dalla paura dei nostri giorni?
«Sì, si può dire. Ma va messo bene in chiaro che riguarda di più i "vecchi" che i giovani. Mi spiego: la paura per la perdita o la mancanza del "posto fisso" non riguarda i giovani di oggi. Almeno, non i giovani che ho visto io in azienda: loro non cercano più il "posto fisso", ma un lavoro che li gratifichi. Lo so perché io stesso ho ricevuto risposte negative alle mie offerte di assunzione da parte di ragazzi che volevano vedere prima altre realtà lavorative. Non c'è lo stress legato alla "precarietà", perché questa è considerata parte della vita di oggi. Certo, per viverla bene devi avere le competenze e le risorse intellettuali e professionali adatte».
Lei denuncia la mancanza di ingegneri meccanici nella Rovereto che punta forte, con Trentino Sviluppo, proprio sulla meccatronica.
«È un paradosso, sì. Ma non condanno la politica provinciale, ci mancherebbe. Va benissimo investire risorse per incentivare aziende da fuori a stabilirsi in Trentino, ma investire solo sul terziario è un gioco a perdere in prospettiva di lungo periodo. Occorre dare attenzione non a chi fa servizi ma a chi produce proprietà intellettuale, a chi fa brevetti propri. Perché è quella la vera ricchezza che porta avanti un territorio. Guardiamo alla Silicon Valley: lì la proprietà intellettuale è tutto. La parte produttiva è tutta appaltata all'esterno».

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Matthias Pfaender

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Laureato in Scienze della Comunicazione a Bologna, professionista dal 2006. Lascia la Vallagarina nel 1999, vi ritorna nel 2011. Nel frattempo conosce un po' di mondo e scopre che adora fare il giornalista.