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Abdallah, campione di parkour

che ora lotta a Villa Rosa

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«Anche lo sport, un sorriso, una parola possono aiutare un popolo che vive con le bombe»: a pronunciare questa frase è un esile ed apparentemente fragile ragazzo di trent’anni, Abdallah Inshasi, nato a Khan Younis, nella parte meridionale della Striscia di Gaza. Abdallah ha avuto un’idea semplice quanto rivoluzionaria: portare la pratica del parkour a Gaza, 360 chilometri quadrati, 1,7 milioni di abitanti e bombardamenti all’ordine del giorno. Lo sport di arrampicarsi sui palazzi e saltare giù con grande velocità ed equilibrio, diventa così un canale di comunicazione senza confini, per far conoscere la vera situazione di Gaza a tutto il mondo. E parlando di questo, quel giovane ragazzo si trasforma in un uomo deciso, con occhi che hanno visto e vissuto tanto dolore, ma che guardano al futuro con speranza.
Incontriamo Abdallah all’ospedale riabilitativo Villa Rosa di Pergine: l’8 giugno scorso, durante una manifestazione a Rovereto, è caduto rovinosamente a terra, procurandosi una lesione alla schiena che ora lo costringe a rimanere su una sedia a rotelle. Da quattro mesi sta frequentando con impegno e determinazione la fisioterapia, per cercare di risollevarsi, in tutti i sensi, ed è anche parte attiva nel laboratorio «Ausilia» e nel nuovo progetto del tutor virtuale «Captain», presentato proprio la settimana scorsa.
Nonostante il dolore che a volte non gli concede tregua, è palpabile il suo desiderio di rimettersi in piedi: non è facile accettare di dover rimanere fermi dopo aver messo anima e cuore in una pratica come il parkour, che è movimento, frenesia, agilità. E infatti «Abdhi», come è stato soprannominato da tutti, non parla volentieri dell’incidente. Preferisce guardare oltre.
Abdallah, come sta andando il recupero? «Dopo l’incidente sono stato operato all’ospedale di Trento, e poi per il recupero sono stato trasferito qui a Pergine. Dal lunedì al venerdì, mattina e pomeriggio, sono in palestra con i fisioterapisti. Mi aspetta ancora un lungo recupero ma preferisco guardare in avanti senza disperarmi per quello che è stato».
Come hai avuto l’idea di portare il parkour a Gaza? «Ho iniziato con un piccolo gruppo di 12 amici nel 2005, quando le dune di sabbia in periferia della città sono state lasciate libere dagli israeliani. Non abbiamo palestre, non abbiamo nulla. Guardavamo video su Youtube, e cercavamo di imitare quello che vedevamo, perché a Gaza bisogna essere agili nei movimenti, per portare soccorso o fuggire. Poi il gruppo pian piano è cresciuto. Ora siamo più di cinquecento nel gruppo Gaza Parkour and Free Running».
Come hai fatto poi ad arrivare in Italia? «Nel 2012 sono arrivato in Italia la prima volta, ho girato per varie città portando la mia testimonianza di speranza grazie ad un progetto culturale. Poi nel 2013 sono ritornato, ed ho fatto richiesta di asilo politico. Ho trascorso molti anni in Toscana, per poi avvicinarmi al Trentino in cerca di una casa e di lavoro. Ora sono in ospedale, ma comunque sto cercando di aiutare il gruppo rimasto a Gaza, vendendo le nostre magliette e facendo conoscere la nostra storia».
Come vi siete fatti conoscere al mondo con il vostro gruppo di parkour? «Abbiamo iniziato caricando i nostri video su Youtube con un vecchio cellulare. Poi nel 2012, mentre stavamo filmando i nostri allenamenti sulla sabbia, ci siamo ritrovati nel mezzo di un bombardamento: abbiamo chiamato il video »Despite the pain there is hope«, »nonostante il dolore c’è speranza« (il video attualmente conta quasi 270 mila visualizzazioni). Da lì giornali e televisioni hanno iniziato a parlare di noi».
Vivere a Gaza, oggi, com’è? «Gaza è una grande prigione. Ogni famiglia ha perso qualcuno sotto le bombe. Per uscire dai valichi bisogna avere soldi. Sono anni che si combatte una guerra che non ha soluzione. Ma nonostante questo tutti hanno il sorriso, non c’è rassegnazione. C’è voglia di speranza e futuro».
Vorresti ritornare a casa tua? «Io preferisco guardare avanti, al futuro, e non al passato. Ora mi sto impegnando qui in ospedale, poi si vedrà. È ovvio però che mi manca la mia famiglia, che non vedo da sei anni. Ma voglio continuare a portare la mia testimonianza in giro, e far conoscere la realtà del mio Paese, che è molto differente da quella che si vede in televisione. Magari un giorno sarà la mia famiglia a raggiungere me in Italia».
Buona fortuna Abdallah. Chissà che, continuando a fare capriole ed evoluzioni, un giorno non possa essere oltrepassato anche il muro che oggi fa della Striscia di Gaza una grande «prigione a cielo aperto».

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