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Da Hollywood alla val di Non

per il «vampiro» Facinelli

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Senza il pallore che lo contraddistingueva quando recitava la parte di Carlisle Cullen, il capofamiglia dei famosissimi vampiri di Twilight, Peter Facinelli ha tutto un altro aspetto. Muscoloso, abbronzato, occhi azzurrissimi, atteggiamento sicuro di sé e modi spigliati, si fa fatica a riconoscere in lui il compassato medico succhia-sangue che lo ha reso famoso in tutto il mondo.

L’attore statunitense da più di una settimana si trova in Val di Non con la famiglia per riscoprire le sue origini trentine. All’intervista, ospitata nella sede dell’associazione Trentini nel mondo, Peter Facinelli si presenta indossando una coppola very italo-americana con attaccata una piuma da alpino, regalo di papà Pietro. Assieme a lui ci sono le tre biondissime figlie Luca Bella, 19 anni, Lola Ray, 14, e Fiona Eve, 10, avute dalla ex moglie Jennie Garth, celebre per aver interpretato Kelly nella serie tv «Beverly Hills 90210».

Qualche giorno fa la figlia maggiore ha partecipato alla festa dei Coscritti di Revò e per quest’occasione sono tornati in Trentino anche papà Pietro, mamma Bruna, lo zio Cornelio e le tre sorelle maggiori di Peter, con i rispettivi figli. Una vera reunion da oltreoceano. La famiglia Facinelli al completo rimarrà in Val di Non ancora qualche giorno, per poi continuare le vacanze in giro per il mondo prima di tornare alla vita di tutti i giorni tra New York e Los Angeles.
L’attore, che oggi è anche sceneggiatore e produttore, è nato 43 anni fa negli Stati Uniti da genitori emigrati. Parla qualche parola di italiano, imparato soprattutto dalla nonna Corinna, adora la polenta ed è così fiero della sua discendenza nonesa che ha voluto la cittadinanza italiana anche per le sue figlie.

Quando è stata la prima volta che è venuto in Trentino?

«La prima volta avevo 12 anni. Mia sorella doveva partecipare alla sagra della Madonna del Carmine. Poi sono tornato altre due volte, una ovviamente per la mia festa dei coscritti. Era da 24 anni che non mettevo piede in Trentino, sono stato molto occupato per lavoro».

Che cosa ha provato durante questo viaggio alla scoperta delle sue radici?

«Qui ci sono molte cose simili alla mia casa materna di New York, ad esempio i gerani alla finestra o il simbolo della stella alpina che rivedo ovunque. Questi particolari hanno aumentato la mia sensazione di essere a casa. Già i miei genitori in America avevano fatto di tutto per mantenere la loro cultura di origine. Ora riconosco che c’è molto Trentino nelle mie vene».

Come ha trascorso le sue giornate in Val di Non?

«Siamo stati a Revò e a Spormaggiore, abbiamo incontrato i parenti e mangiato molto. Se non parto subito rischio veramente di ingrassare. I paesi sono bellissimi e la gente è così amichevole, accogliente, tutti cucinano per te e cantano spesso».

Cosa ha significato per lei essere figlio di immigrati italiani?

«A New York ci sono un sacco di italiani, ma a essere sincero io volevo essere americano. Ero molto imbarazzato quando i miei cucinavano la polenta e nessuno dei miei amici sapeva cosa fosse, perché loro mangiavano hamburger e patatine. Adesso, al contrario, vado molto fiero di questa ricetta, perché si trova in molti menù, è un piatto ricercato. Poi mio papà suonava la fisarmonica e anche di quello mi vergognavo, mentre adesso sono orgoglioso. A pensarci bene, da giovane sono molte le cose che non apprezziamo; man mano che si cresce i sentimenti cambiano».

E sul lavoro?

«Quando ero giovane volevo cambiare il mio cognome in qualcosa di meno etnico perché non volevo che mi assegnassero solo ruoli da italiano. All’inizio mi sono anche rifiutato di fare parti di quel genere. Poi però non ho più voluto mancare di rispetto alle mie origini e così ho deciso di abbracciare la mia provenienza e ora che ho recitato in tanti film diversi sono pronto anche a rivestire quel ruolo».

È vero che all’inizio aveva rifiutato la parte in Twilight?

«Quando mi hanno proposto un film di vampiri ho pensato a Dracula e al sangue. Poi, leggendo il libro, ho capito che era una storia romantica e che i vampiri erano solo un modo per raccontarla. Così ho cambiato idea e ho accettato. Lavorare per Twilight è stato come lavorare in una famiglia. I ragazzini che hanno recitato con me nella saga ora sono miei amici. Adesso ognuno fa cose diverse, ma quando ci vediamo non c’è imbarazzo, è come essersi visti l’altro giorno».

Ora che si è innamorato della Val di Non, tornerà più spesso?

«Ventiquattro anni sono troppi per stare lontano da qui. Mia figlia Lola Ray tra cinque anni farà la festa dei coscritti, credo che torneremo per quell’occasione».

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