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Dieci giorni a piedi, un trekking selvaggio

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«Si riesce a scendere nella forra dell'Avisio? Si potrà camminare lungo le rive per tutto il tratto da Stramentizzo  a Lavis? Sarà possibile realizzare un unico sentiero percorribile senza guadi né arrampicate?».
Le domande me le facevo da una piazzola di sosta fra Grumes e Capriana, guardando nel fondo della vallata, un imbuto verde scuro e impenetrabile, e nel fondo il luccicare argenteo della corrente impetuosa. E me le sono portate dentro per quasi due anni finché un giorno  ho scoperto che c'era un altro che si faceva le stesse domande: Alessandro  Ghezzer, fotografo ed alpinista, autore di un formidabile blog di montagna (girovangandoinmontagna.com) con migliaia di itinerari schedati e percorsi in prima persona con il GPS in tasca. Così l'ho chiamato.
Siamo partiti un giorno di fine luglio da Stramentizzo, dopo aver consultato tutte le cartine disponibili: Kompass, Igm, Tabacco e 4Land e parlato con un po' di gente della vallata. La gente scuoteva la testa dicendoci di lasciar perdere. E le cartine non dicevano quasi nulla del greto: non ci hanno preparato alla realtà.
Non è un fiume. Tecnicamente è un torrente. Ma l'Avisio è forte, è come un giovane cavallo selvaggio che devi domare e tenere a bada. Per i pochissimi che ne frequentano la riva (cacciatori, pescatori e qualche contadino), a tu per tu sembra apparentemente tranquillo, ma è forte, aspro e imprevedibile. Nel tratto dalla diga di Stramentizzo a Lavis si è scavato una valle stretta e fonda, un incredibile paradiso di «wilderness», con paesaggi quasi amazzonici di boschi impenetrabili, rive a picco, correnti e lagune, isole di ghiaia e massi grandi come automobili che durante le piene l'acqua sposta come fuscelli.
Dopo dieci giornate, terminate con l'ultima esplorazione a inizio dicembre, abbiamo raggiunto Lavis e il Pont dei Vodi percorrendo a fatica oltre 150 chilometri sulle due rive, per portare a casa due tracce satellitari che sono l'embrione di un sentiero possibile. Per farne un parco fluviale slow, per gente assetata di natura incontaminata (o quasi). Gente come noi, che vuole camminare per davvero, e non ritrovarsi su sentieri luna-park che arrivano in baite discoteca dove si servono sushi e spritz.


Avisio trekking a piedi nel torrente foto Gigi Zoppello
luglio eravamo partiti da sotto il viadotto, appena dopo la diga di Stramentizzo, convinti che saremmo arrivati in riva all'Adige in tre giorni. Ma abbiamo dovuto fare i conti con un ambiente ostile. La vita lungo l'Avisio per secoli si è svolta dalla strada e dai paesi verso il basso. Dal 1966, con l'alluvione, tutte le attività si sono invece spostate a monte, e quello che c'è fra la strada e la riva è tornato al regno vegetale ed animale. Ci sono lungo il corso d'acqua innumerevoli segni della presenza umana, dal paese fantasma di Ischiazza (i muri delle case, ed anche la chiesetta, sono ancora lì come muti testimoni dell'abbandono) ai ruderi di masi e mulini, ai tronconi di ponti distrutti o alle funi d'acciaio delle carrucole che un tempo servivano per passare di qua e di là dalla corrente.
Da Stramentizzo a Lavis, oggi, l'Avisio si attraversa a piedi solo al Pont de la Rio, al Ponte di Cantilaga ed alla passerella di Pozzolago. In auto, solo al ponte dell'Amicizia fra Segonzano e Faver. Quattro attraversamenti in quaranta chilometri. Un tempo invece si passava anche a Maso Ponte di Capriana, oltre che per passerelle più o meno precarie, e a «funivie volanti».
In molti punti le rive ed il bosco sono segnati dai resti dei terrazzamenti: fra Rover di Capriana e Grumes un tempo si estendeva una rete di migliaia di muretti coltivati, che sono ancora ben visibili nelle immagini satellitari Lidar della Provincia Autonoma di Trento. C'è qualcuno che eroicamente li sta recuperando, come i contadini di Maso Conti e Maso Dossi, per fare un esempio, che hanno avviato coltivazioni biologiche e a «chilometro zero». E vivono in case dove non si arriva in automobile.
Con noi, qualche giorno, sono venuti amici ed esperti locali: l'accompagnatore di territorio Maurizio Teti Fernetti, l'alpinista Angelo Spadaro, i climber Nicola Pagano e Ivo Cestari, il pescatore Christian Tired che conosce ogni angolo nascosto del torrente, oltre a Enzo «Cic» Marcon e Camillo Nardelli del Gruppo Speleo Sat di Lavis. Una squadra che si è via via infoltita per la vasta eco su Facebook del nostro racconto: seimila visualizzazioni, tanti incoraggiamenti. L'idea piace, e ce ne siamo resi conto giorno dopo giorno.
Che cosa c'è dentro il torrente? Tanti animali, dai pesci agli ungulati, caprioli e cervi, germani reali e aironi, cormorani con le ali aperte ad asciugare. Poi una fantastica varietà vegetale, dai salici rossi che al tramonto hanno un colore sanguigno agli ontani, betulle e larici, pecci e roveri, in qualche punto impressionanti coltivazioni di castagni o noci dell'Ottocento ormai abbandonate e lasciate marcire.
Abbiamo visto anche i segni dell'uomo: moltissime discariche, cataste di copertoni d'auto buttati giù dai tornanti soprastanti, carcasse di auto, bidoni di vernici e di fitofarmaci, plastica e sacchi dall'aria velenosa. E poi le immense ferite delle cave di porfido, sotto Camparta, in Comune di Trento ma in un angolo abbandonato da tutti i controlli.
Ce la farà l'Avisio a sopravvivere? In dieci giorni abbiamo imparato ad amarlo, con tutte le sue asprezze e la fatica che ci ha riservato. 

IL PROGETTO

Il cacciatore ci aveva intercettati su una larga golena nel greto: «Ma voi, da dove venite?». Con il fucile in spalla e un walkie talkie nel taschino, aveva in faccia stampato lo stupore di vedere due pazzi scesi a capofitto da un canalone instabile nel bosco. Poi ci aveva scortati lontano, mentre nove altane erano popolate dei suoi compagni, che attendevano gli animali venuti candidamente ad abbeverarsi nell'Avisio, o ai punti di pastura dove i cacciatori depositano mais, mele, blocchi di sale.

Tante volte, incontrando i pochi abitatori del fiume, ci siamo sentiti chiedere da dove eravamo passati. In gergo, quello che facevamo era «ravanare». Cioè studiare il terreno, cercare una possibile traccia anche labile, e provarla per vedere se fosse un embione di sentiero. Sbagliando, riprovando, tornando indietro più volte, aggirando salti di roccia risalendo i crinali del bosco, ridiscendendo pendii instabili e scivolosi e vecchie discariche sotto le cave.
E noi, che cosa stavamo cercando? Ne abbiamo parlato con la Rete delle Riserve dell'Avisio, che si occupa di conservazione dell'ambiente e di natura. Abbiamo scritto alle sezioni Sat della valle. Abbiamo informato la Comunità di Valle e alcuni sindaci: «Ci piacerebbe che nascesse un sentiero. Non un percorso attrezzato e pianeggiante, ma una via che costeggi l'Avisio, 44 chilometri da Molina di Fiemme a Lavis».
Come ha spiegato in alcuni incontri di appassionati «esploratori fluviali» Alessandro Ghezzer «l'idea è di lasciare l'Avisio selvaggio, con interventi minimi per poter passare nei quattro o cinque punti che oggi sono impraticabili. Per il resto, basterebbe una buona pulizia del bosco con Forestali e Ripristino».
L'esempio c'è già: il Sentiero dei Vecchi Mestieri sotto Segonzano. O il tratto Rover-Maso Lio che è stato sistemato ottimamente dalla Rete delle Riserve. «Può diventare un formidabile richiamo turistico: nessuno in Italia, e forse in Europa, ha un tratto così intatto e selvaggio». 

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