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«La crisi è colpa della nazionale,

distrugge i nostri atleti»

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Dopo un avvio di stagione non certo esaltante, con una serie di sconfitte, il presidente della Trentino Volley Diego Mosna fa il punto della situazione, cercando di trovare le cause di questo momento difficile. 

Dopo sei giornate la sua Diatec è quint'ultima, ha perso quattro volte, di cui due in casa. È la prima volta che si trova a fronteggiare una crisi così evidente da parte della sua squadra?
«Sì, è la prima volta. E non siamo abituati. Per noi questo momento rappresenta una sfida nella sfida: sia come staff che come dirigenza dobbiamo dimostrare di riuscire a tirar fuori dalle secche una squadra che è sfinita sia dal punto di vista fisico che da quello psicologico».
È colpa della Nazionale?
«Noi siamo la squadra che paga il maggior prezzo per una stagione interminabile, con i tre azzurri costretti a giocare ininterrottamente da oltre un anno. Non voglio fare polemica, perché detto da noi in questo momento può sembrare soltanto un accampare scuse, ma comincio anche ad averne le scatole piene di questa storia di essere noi i più grandi contribuenti della Nazionale italiana: non è possibile costruire gli atleti, fornirli all'Italia e poi ritrovarceli in queste condizioni. Quest'anno hanno giocato in azzurro da maggio ad ottobre».
C'è anche chi si è chiamato fuori...
«Chi aveva problemi con le scarpe adesso sta giocando benissimo e anche chi ha passato l'estate a rinfrancarsi sulle spiagge di Cuba. I nostri invece arrancano senza l'energia per fare un salto in più».
Col senno di poi la decisione di Juantorena di abbandonare (temporaneamente) la Nazionale è stata una intelligente mossa di preservazione?
«Certo. È stato intelligentissimo: ha fatto una scelta che gli dà benefici in termini di qualità di vita, che salvaguarda la sua integrità di atleta e tutela anche gli interessi del club che lo paga. Purtroppo questa scelta ha messo nei guai chi ha dovuto sostituirlo».
Ci sono soluzioni?
«Nei prossimi giorni dovrò andare con la Lega volley a Losanna per discutere proprio dei problemi di calendario e di un piano di riposo per i giocatori che altrimenti vengono distrutti: non penso esista uno sport che propone una stagione agonistica così lunga».
Detto ciò, lo stato dell'arte è questo. Ora in casa Diatec dovete voltare pagina e trovare in fretta il rimedio ad una malattia piuttosto grave.
«Adesso abbiamo finalmente una settimana senza partite e potremmo allenarci in un regime di concentrazione calibrata, prestando grande attenzione a fare riposare i giocatori ma lavorando sull'intesa».
Come presidente, al di là del discorso stanchezza, ha individuato qualche altra responsabilità?
«Non possiamo rimproverare niente a nessuno: tecnico, staff e giocatori hanno la massima fiducia».
Anche l'impianto generale del gioco è apparso mutato. Non si vedono più le ricezioni aggressive e gli attacchi di seconda intenzione che hanno caratterizzato l'impronta di Lorenzetti, lo scorso anno.
«L'allenatore è lo stesso e il gioco che propone è quello dello scorso anno. Ma per un approccio così rapido e dinamico la condizione psicofisica è fondamentale. Se un atleta è stanco, è appannato in tutti i movimenti e l'energia per un guizzo, per un salto proprio non ce l'ha».
Non tutti arrivano però dalla Nazionale. Per esempio: il libero non è stato in azzurro e la sua ricezione non dipende dall'intesa coi compagni...
«Va detto che abbiamo trovato dei battitori eccezionali. Sia Milano che Verona ha azzeccato la partita dai nove metri e quando i giocatori servono così bene è difficile non soffrire. Anche Modena è una squadra eccezionale, eppure contro i battitori di Civitanova ha dovuto alzare bandiera bianca».
Un'ultima questione. Non le sembra che sia un limite imperniare tutta la squadra a triplo nodo sulla vena del palleggiatore Giannelli, senza avere un sostituto che gli permette di tirare il fiato?
«Sono d'accordo ma teniamo presente che il secondo palleggiatore solitamente si allena con la squadra delle riserve: sostituire Giannelli significherebbe far arrivare a tutti i titolari una palla alla quale non sono abituati. L'alternativa è cambiare tutta la squadra: è una situazione in cui non vorrei trovarmi. E comunque, anche giocando da stanchi, almeno l'affinità migliora».

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