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Brexit: May ce la fa, non passa

la mozione di sfiducia Tory

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Theresa May si salva dalla ribellione interna: la premier si è infatti vista confermare stasera la fiducia come leader Tory da 200 deputati su 317: uno in più dei 199 con cui conquistò la guida del partito nel 2016 dopo le dimissioni di David Cameron seguite alla vittoria di 'Leave' nel referendum sulla Brexit del 2016.

Theresa May vince la sfida sulla mozione di sfiducia contro la sua leadership nel partito che minacciava di schiantarla nel pieno dell'arrampicata sugli specchi dell'ultimo sforzo negoziale sulla Brexit, a costo di precipitare nel caos l'iter di uscita del Regno dall'Ue e un Paese intero. Mentre si vede offrire paradossalmente una dose di gerovital, sebbene solo per il tempo di "completare una Brexit ordinata", come puntualizzato nel decisivo appello dell'ultimo minuto condito dalla promessa di farsi da parte prima delle elezioni del 2022.

E, chissà, una prospettiva meno labile di salvare quel faticoso accordo raggiunto con Bruxelles la cui ratifica a Westminster (rinviata in extremis per evitare una bocciatura certa) potrebbe tornare a galla a gennaio come unico salvagente, giusto un po' riverniciato, di fronte all'incubo a quel punto incombente del 'no deal'. A tramare l'agguato era stata l'ala dei brexiteers ultrà - guidata dal rampante Jacob Rees-Mogg e dietro le quinte da Boris Johnson -, capace dopo mesi di manovre, minacce e preannunci di mettere infine insieme le 48 lettere necessarie di deputati favorevoli sfiducia, pari al quorum richiesto del 15% del gruppo parlamentare. E a innescare la convocazione del voto da parte di Graham Brady, presidente del Comitato 1922, l'organismo che da quasi un secolo sovrintende alle spietate rese dei conti interne al Partito Conservatore. Un voto segreto, affidato al giudizio senz'appello dei 317 membri Tories titolari oggi d'un seggio alla Camera dei Comuni (May compresa) che tuttavia non ha permesso loro di avvicinarsi al 50% più uno degli aventi diritto, ossia a quota 159. Al contrario è stata May a incassare la conferma del sostegno di 200 colleghi, uno in più dei 199 che nel 2016 la portarono a succedere a David Cameron.

Per quanto non vada sottovalutato il numero dei deputati ostili, ben 117: una spina del fianco che non smetterà facilmente di pungere, come avverte stasera stessa Rees-Mogg, evocando senza giri di parole un risultato "terribile per il primo ministro" La premier era stata informata iersera delle forche caudine che si preparavano per lei, reduce dai colloqui supplementari di Bruxelles, Berlino e L'Aia alla ricerca di "rassicurazioni" aggiuntive sul backstop: il meccanismo vincolante di salvaguardia sul confine aperto fra Irlanda e Irlanda del Nord che rende per ora indigeribile l'intesa ai dissidenti della sua maggioranza parlamentare. Ha quindi rinunciato a una successiva tappa a Dublino e si è fermata a Londra decisa ad "affrontare la sfida", per poter "portare a temine il lavoro" come chiarito fin dal mattino in un discorso alla nazione all'ombra dell'albero di Natale di Downing Street e poi nel Question Time ai Comuni.

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