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La solitudine è un riparo dal dolore

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La solitudine è un riparo dal dolore

Non sono all’altezza di confrontarmi con l’amico, il prof.Pascuzzi..., ma il suo editoriale tratta un argomento che mi interessa e con il quale più volte ho duramente duellato: la solitudine (e le sue proprietà di cui è intriso l’editoriale: libertà, competizione, individualismo).
Mi spetta, prima di una risposta secca, il preambolo che ha un respiro filosofico. Viviamo rinchiusi in una fortezza buia, universale che ci è invisibile  talmente ci siamo abituati a viverci dentro... Siamo riusciti persino a scoprire l’universo intero attraverso i muri della fortezza nazione. Abbiamo impiegato gli ingredienti della fortezza per fabbricare una quantità di miracoli pensando di salvarci (dalla morte), atomici, medici, elettronici... ma i nostri muri non crollano (ma ogni tanto si...).

Ed è un’altra terra... ma la lenta invasione della nuova vita sta demolendo la fortezza prigione.
«Tutte le nostre rivoluzioni finiscono gambe all’aria o dentro un letamaio proprio perchè non abbiamo fatto l’unica rivoluzione che c’è da fare».

Credo che sia la risposta giusta alla solitudine riconducibile alle frustrazioni della vita quotidiana del fare che sono l’acceleratore alla non disponibilità ad interrogare noi stessi, abituati alle facili scorciatorie del successo a tutti i costi. Certo che interrogare se stessi e rispondere è durissimo anche “con l’aiuto di Dio”. È anche vero che la solitudine con il suo corollario di silenzio sembrano a volte un riparo dal dolore.
Riparo che somiglia a una tregua se il mondo non è amato per intero e senza distinzioni e dunque attraversato.

Il silenzio è una possibile fessura fra il ferire ed essere feriti, e la solitudine rivela se stessa nel verso di Emily Dikinson:
«C’è una solitudine dello spazio/una del mare/una della morte/ma queste/compagnie saranno/paragonate a quel profondo punto/quell’isolamento polare dell’anima/ammessa alla presenza di se stessa/Infinito finito».
E l’uomo, la sua anima, ammessa alla presenza di se stessa, in assoluta nudità non è l’unica forma di confessione e di risposta alla solitudine?

Antonio Marchi


 

Ma non sia una gabbia

Trovo davvero interessanti le parole di Pascuzzi e anche le tue, caro Antonio: la solitudine è uno dei grandi temi di questo tempo, nel quale il virtuale dà la sensazione (solo la sensazione, appunto) d’essere circondati da tanti amici, mentre siamo alle prese con nuove solitudini (ne parlerei al plurale, come fa proprio Emily Dickinson). C’è un tempo nel quale la solitudine aiuta a pensare, a riflettere, a concentrarsi, appunto anche a ripararsi. Ma tutto ha un senso solo se la solitudine è una scelta momentanea e non una sorta di gabbia nella quale si è costretti a vivere. Nell’editoriale del professor Pascuzzi si parlava anche del mito dell’autonomia, interessante - e pericolosa? - declinazione di nuove forme di solitudine. Leggendo quel passaggio, insieme a molte delle cose che leggiamo e che vediamo, m’è venuta in mente anche la politica di oggi.

a.faustini@ladige.it

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