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L'allarme dell'Antimafia sul Trentino

"Possibile infiltrazioni economiche"

sotto la lente 80 operazioni "sospette"

 

Altro che orsi e lupi, il vero pericolo è la criminalità occulta

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In un territorio in cui le ultime sedute, ripetute, del Comitato per l’ordine pubblico e la sicurezza sono state dedicate all’orso e ai lupi, la Dia, la direzione investigativa antimafia avverte che anche in Trentino, come nelle altre aree del nord del Paese, esiste una «mafia latente», che investe, conquista fette di mercato, allunga sottotraccia i propri tentacoli sull’economia.

L’Adige ha dato conto (domenica 14 luglio), analizzando i dati del rapporto annuale dell’Uif, l’Unità di informazione finanziaria di Bankitalia, delle operazioni di riciclaggio (69 milioni di euro di denaro sporco) che interessano la regione, con oltre 1.300 segnalazioni di operazioni sospette, di cui 678 in Trentino, con un aumento del 7% in un anno. La relazione della Dia al Parlamento, relativa al secondo semestre 2018, conferma il quadro e la necessità di non abbassare la guardia.

Nel primo semestre 2018, in Trentino-Alto Adige sono state registrate 71 operazioni finanziarie sospette «attinenti alla criminalità organizzata», nel secondo semestre altre 9: 80 in tutto. Quanto ai reati spia, sono stati rilevati 339 casi nel primo semestre e 631 nel secondo. In totale, nel 2018, 1.050 operazioni sospette.I cosiddetti reati spia sono quelli che più indicano dinamiche riconducibili alla supposta presenza mafiosa: impiego di denaro, beni o utilità di provenienza illecita, usura, estorsione, danneggiamento seguito da incendio, etc. Il reato di estorsione - l’ultimo caso clamoroso riguarda il settore del porfido con la condanna in primo grado, in tribunale a Trento, a sei anni di reclusione del legale rappresentante della Anesi srl, Giuseppe Mario Nania, - ha visto nel 2018 87 soggetti segnalati in regione.

A conferma delle parole usate il 14 giugno scorso a Trento da Roberto Pennisi, sostituto procuratore della Dia intervenuto al convegno sull’’ndrangheta organizzato dal questore Giuseppe Garramone («Oggi non è la mafia che cerca l’economia. È l’economia che cerca la criminalità organizzata»), l’incipit della relazione dell’antimafia relativa al secondo semestre 2018, a proposito del Trentino-Alto Adige, annota che «la diffusione di ricchezza e la possibilità di investimento offerte dal contesto economico-imprenditoriale del territorio costituiscono una potenziale attrattiva per la criminalità organizzata». La Dia cita quanto già evidenziato dalla Commissione parlamentare sul fenomeno delle mafie (anche straniere) della XVII legislatura: «...diversi elementi fanno ritenere che siano in atto attività criminali più intense di quanto finora emerso perché l’area è considerata molto attrattiva».

La Dia evidenza che «in analogia a quanto accaduto per altre aree del nord Italia, già a partire dagli anni ’70, in Trentino e in Alto Adige è stata rilevata la presenza di elementi malavitosi calabresi affiliati alla ’ndrangheta, per lo più provenienti dalla Locride». In Alto Adige, per la Dia, le cosche avrebbero creato «una sorta di “ponte” a metà strada tra la Calabria e le proiezioni e i locali che stavano crescendo in Germania, ed in particolare a Monaco di Baviera». Altro «elemento di valutazione su tale silente presenza» sono i dati relativi ai beni sequestrati e confiscati alla criminalità organizzata: la Dia evidenzia come, «allo stato attuale, sia in atto una procedura per la gestione di 2 immobili, entrambi nella provincia di Trento. Sono, inoltre, in corso le gestioni di quote societarie di minoranza di tre aziende». Guardando al passato, sono 16 gli immobili sequestrati e confiscati dal 2003 al 2010.

La Dia spiega inoltre come la provincia di Trento, grazie alla sua collocazione geografica, si presti «ad essere utilizzata dalla criminalità come crocevia di movimentazioni di mercati illegali da e verso gli altri Paese europei». Il riferimento è in primis al traffico di stupefacenti. Un traffico, annota la Dia nella relazione, «gestito da gruppi di soggetti stranieri, in particolare dei Balcani e africani, sia da connazionali». Viene in proposito citata la conclusione dell’operazione Darknet della Polizia di Stato che lo scorso dicembre ha portato all’«arresto di cinque soggetti italiani, per traffico di cocaina. Il gruppo si approvvigionava di droga dalla Spagna, commercializzando attraverso il web. Gli acquirenti, dopo l’ordine, provvedevano al pagamento dello stupefacente mediante ricariche poste pay convertite in BitCoin». Do. S.

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