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Dopo la morte in cella di un detenuto

rivolta di 300 carcerati al penitenziario di Spini. Fiamme e danni, poi la mediazione - VIDEO e FOTO

Richiesto un presidio sanitario e più flessibilità. Fugatti: «Pronti a migliorare»

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Rivolta carcere Spini di Gardolo detenuti suicidio fiamme

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Il carcere di Trento è stato teatro ieri di una violenta protesta inscenata dai detenuti dopo il suicidio la scorsa notte di un loro compagno di reclusione. Dopo ore di tensione, la situazione è tornata alla normalità grazie alla mediazione condotta dalla direzione del carcere, dal questore e dal commissario del governo.

Secondo il sindacato penitenziario Sappe le celle sono state devastate, un agente è rimasto ferito e altri sei intossicati. Solo un mese fa un altro suicidio si era verificato nello stesso carcere: un cittadino nigeriano si era tolto la vita appena rientrato dal Tribunale dove era stato condannato con l’accusa di violenza sessuale di gruppo e rapina.

Ieri tutto è cominciato poco dopo le 4 di notte quando è scattato l’allarme per un detenuto tunisino di 32 anni trovato impiccato nella sua cella. Per l’uomo era prevista la fine pena nel maggio del prossimo anno. Vano è stato l’intervento dei sanitari del ‘118’ che non hanno potuto fare altro che constatare il decesso. In breve la notizia della tragedia si è diffusa fra gli altri detenuti ed è scattata la protesta che ha coinvolto in un primo momento più di 300 persone.

Sul posto sono intervenuti in forze agenti di polizia, carabinieri, finanzieri, vigili del fuoco e 118. Dopo la mediazione della direttrice e della Polizia penitenziaria, gran parte dei rivoltosi è rientrato nelle celle, mentre una parte di loro si è barricata nella sezione dei laboratori per lavorazioni, dando fuoco ad alcune suppellettili. Gli incendi sono stati prontamente spenti dai vigili del fuoco.

La situazione di grande tensione nel pomeriggio è calata con l’arrivo del commissario del governo, Sandro Lombardi, e del questore Giuseppe Garramone, i quali, assieme alla direttrice del carcere, hanno accettato di incontrare una delegazione di detenuti.

«I detenuti hanno lamentato problemi relativi ai servizio sanitario e alla richiesta di permessi da inoltrare al giudice di sorveglianza», ha detto il prefetto Lombardi. Sul posto anche il governatore del Trentino Maurizio Fugatti. «Qualora emergessero dagli approfondimenti che verranno condotti per far luce sulle cause della vicenda, carenze organizzative in capo alla Provincia, ribadisco la totale disponibilità a valutare attentamente eventuali proposte migliorative che dovessero esserci sottoposte», ha detto.

 


GHEZZI: TROPPI SUICIDI, E' ALLARME. In tarda mattinata al carcere si era recato anche il consigliere provinciale Paolo Ghezzi, di «Futura 2018» che si è detta «vicina ai familiari di Sabri El Abidi, detenuto trentaduenne che si è tolto la vita. Un altro essere umano morto in cella. A Trento, struttura modello o quasi, cominciano ad essere troppi. I dati statistici parlano di una frequenza ben superiore alla media nazionale».

Racconta Ghezzi: «Sono da poco tornato dalla casa circondariale dove per oltre due ore, insieme agli avvocati Andrea de Bertolini e Filippo Fedrizzi, mentre si svolgevano le operazioni per il ripristino della “normalità”, ho atteso di poter svolgere la visita ispettiva che è un diritto (e direi anche un dovere) del consigliere regionale. Comprendo come non sia stato possibile, nei particolari frangenti delle operazioni di oggi, essere ammesso nella zona di detenzione: di certo mi ripresenterò presto a quei cancelli. Per cercare di capire».

Per Ghezzi, «Senza voler fare alcuna speculazione politica su una tragedia umana e sulle circostanze particolari (e complesse, come abbiamo potuto apprendere) del caso di Sabri, le dimensioni della protesta che è divampata dopo che si è diffusa la notizia della morte del detenuto, nel cuore della notte, ripropone il tema dei diritti umani dentro la struttura carceraria di Trento. Un alto livello di tensione interna, che a detta degli stessi responsabili va al più presto abbassato, non è compatibile con la dignità che va riconosciuta anche ai detenuti: Futura 2018 è coinvinta infatti che la pena debba avere, secondo i principi della nostra civiltà giuridica, una funzione socialmente riabilitativa oltre che “retributiva” dei reati commessi».


ORDINE DEGLI AVVOCATI: OCCORE FARE QUALCOSA: Al carcere, in visita, anche l'avvocato Andrea de Bertolini, presidente dell'Ordine degli avvocati di Trento, il quale all'uscita ha commentato con poche parole la gravità della situazione: «Gli avvocati sono disponibili per qualsiasi iniziativa che possa aiutare in una situazione che non è più accettabile», ricordando che il numero dei suicidi nel carcere di Trento è al livello di guardia.

IL VIDEO 

L'arrivo dei Vigili del Fuoco per domare le fiamme

 

La tragedia e la rivolta di oggi concludono un periodo di grande agitazione della struttura carceraria di Trento Nord. L’ultimo episodio si era verificato il 16 dicembre scorso, con una detenuta della sezione femminile che aveva ingerito una sostanza tossica, ma era stata salvata in tempo. L’episodio - come scrivemo allora - confermava una certa «turbolenza» da parte dei detenuti del carcere di Spini.

Nelle ultime settimane ci sono stati altri quattro episodi di intossicazione: in quel caso i detenuti avrebbero assunto un mix di solventi e farmaci. Dopo aver inalato le sostanze avevano dato in escandescenze e iniziato a compiere gesti di autolesionismo. Anche per loro è stato necessario il ricorso al pronto soccorso, ovviamente sempre piantonati dal personale della polizia penitenziaria che in queste settimane - riferiscono fonti sindacali - vive un periodo di forte stress lavorativo, come confermerebbe anche l’alto numero di agenti assenti per malattia.

Infine nei giorni scorsi c’era stato anche un altro tentativo, per fortuna sventato, di suicidio da parte di un detenuto.

Purtroppo solo un mese fa si era però verificato un suicidio: il 20 novembre scorso è morto Kelvin Osaro Osaigbovo, giovane nigeriano che alcuni giorni prima aveva tentato di suicidarsi in carcere, al rientro dal Tribunale dove era stato condannato per violenza sessuale.

Il 20enne era accusato di violenza sessuale di gruppo e di rapina. Accuse che lui, e così anche i suoi presunti complici, ha sempre respinto. Al termine di un processo con rito abbreviato Kelvin Osaro Osaigbovo era stato condannato a 7 anni e 6 mesi, più di quanto avesse chiesto la Procura.

Nelle carceri italiane, ricorda l’Associazione Antigone, nel corso del 2017 sono avvenuti 52 suicidi (uno a settimana).


 

LIBERI E UGUALI - Il partito Leu ha diffuso oggi un comunicato stampa: «L’ennesimo suicidio nel carcere di Spini di Gardolo, questa volta, ha scatenato la rivolta. Cento detenuti su trecento si sono asserragliati in una sezione, dopo la morte in cella di uno di loro. Nel primo pomeriggio la rivolta si è conclusa con la mediazione del Questore e della polizia penitenziaria. Prendo a prestito la frase finale di un interessante articolo di QT dell’aprile 2017: “Il carcerato è sì il delinquente, ma anche la persona comune. Non si tratta di “noi” e “loro”. E allora l’ultima domanda è: di cosa avrei bisogno, sia in termini di tutele che di supporto, se a finire in carcere fossi io?” I rivoltosi chiedevano un presidio sanitario in carcere e maggior flessibilità nella concessione delle misure alternative. 

  1. I dati dicono che, dove ci sono, i percorsi riabilitativi funzionano. Per contro, laddove non si interviene sulla rieducazione si riscontra un alto tasso di recidiva, con le relative spese, economiche e sociali, per lo Stato. Ma, ancor oggi, il presupposto primo della pena detentiva, ossia la possibilità di riscatto e reinserimento sociale, viene meno per lasciare spazio alla punizione da un lato e all’esclusione dall’altro. 
  2. Il carcere di Trento non ospita detenuti particolarmente pericolosi. Ci sarebbe spazio, dunque, per misure alternative alla detenzione, specialmente prima che il processo sia concluso: la custodia cautelare, infatti, si rende necessaria solo dove sussista il pericolo di inquinamento delle prove, fuga o reiterazione del reato. Molto spesso accade, purtroppo, il contrario; l’utilizzo eccessivo della custodia cautelare (che non va confusa con la pena) si traduce nello scontare la pena quando ancora l’indagato è presunto non colpevole. Chi è in custodia cautelare, per di più, non può essere seguito dai servizi di supporto; un’assurdità che rende la sua condizione carceraria ancora più gravosa.
  3. Manca una solida rete di protezione psicologica e sociale, per il recluso, e le istituzioni non garantiscono un sostegno efficace prima del carcere (ovvero prima che il reato sia compiuto), né lo forniscono dopo. Si tratta di lacune organizzative alle quali non possono supplire volontariato e buona volontà, che pure sono presenti a Spini.
  4. Da un questionario della Camera penale “M. Pompermaier” di Trento, somministrato a tutta la popolazione carceraria ospitata nella struttura di Spini di Gardolo, emergono una condizione complessiva di disagio e alcuni risvolti critici, come la difficoltà a ottenere in tempi rapidi permessi per incontri con i familiari, un colloquio con il magistrato di sorveglianza, una risposta dal direttore del carcere o una visita del proprio legale, le possibilità limitate di svolgere attività lavorative e non.
  5. Si tratta di problemi legati al fatto che il personale penitenziario impiegato è circa la metà di quello che dovrebbe essere e i sindacati di polizia hanno più volte sottolineato le condizioni problematiche nelle quali i propri iscritti sono costretti a operare. Certo questo non può giustificare atti di violenza nei confronti dei detenuti, atti che, invece, sono stati segnalati.

Le precedenti giunte di governo provinciale hanno investito molto, economicamente, nella costruzione del nuovo carcere, ma non altrettanto nella volontà di inserire nel territorio, in maniera responsabile, questa struttura, intervenendo nella sua gestione. L’attuale giunta, che ha fatto leva in tutta la campagna elettorale sulla paura, l’insicurezza, la pericolosità dei soggetti deboli e/o scomodi, probabilmente non saprà fare di meglio. Chiediamo a tutte le forze politiche che condividono con noi riflessioni approfondite sul “problema delle carceri” di creare una rete per affrontare la questione ed individuare strade percorribili.  -  Liberi e Uguali del Trentino


 

IL COMMENTO ONLINE DI GABRIELE BIANCARDI DI RADIO DOLOMITI


 


 

FOTO E VIDEO Paolo Pedrotti

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