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3 febbraio 1998, ore 15.13:

aereo USA, strage al Cermis

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I venti morti del Cermis fanno ancora male, vent'anni dopo che un aereo militare Usa tranciò i cavi della funivia di Cavalese volando troppo basso. Era il 3 febbraio 1998.

ORE 15.12, SILENZIO SUL CERMIS (Alberto Folgheraiter)

Vent’anni, come il numero dei morti, venti, dal «Cermis numero 2». Perché ci fu pure un «Cermis numero 1» che accadde 42 anni fa. Anche questo coincidente con la conta delle vittime che furono 42.
Per la Val di Fiemme, per il Trentino, per l’Italia e per l’Europa il 3 febbraio 1998 e il 9 marzo 1976 sono date scolpite nella pietra. Se poi ci mettiamo nel mazzo pure il 19 luglio 1985 con il disastro di Stava e i suoi 268 morti immediati più le decine di vittime collaterali (familiari, amici, scomparsi nei mesi successivi), il cimitero è completo. 

Per ricordare i morti del Cermis numero 2, di quel gelido inverno del 1998, il comune di Cavalese alzò una stele di porfido nel parco della Pieve. E lì attorno si è allargato un nuovo cimitero poiché nel primo, addossato alla Pieve dell’Assunta, non c’era più posto. Tra gli ultimi inumati, nell’estate del 1998, Carlo Schweizer, il manovratore della funivia del Cermis «numero uno», l’unico che pagò con il carcere per quel disastro del 1976. Aveva eseguito un ordine: far scendere il vagoncino con il suo carico di studenti e di stranieri, anche se i sensori di sicurezza lo avevano bloccato a mezz’aria. Era accaduto che la fune traente s’era sovrapposta alla fune portante. Il peso e lo sfregamento avevano fuso quel mazzo di cavi d’acciaio cui era appesa la vita di 42 ignari sciatori della settimana bianca. Il vagoncino si schiantò su un prato di là dall’Avisio e la neve si tinse di rosso.
Ventidue anni dopo, un velivolo dei marines degli Stati Uniti, un «predatore» (Prowler) che si esercitava per la guerra elettronica nei cieli della Bosnia, portò nuovamente la morte nei cieli di Cavalese. Venti le vittime nel vagoncino della funivia scagliato di là dall’Avisio dopo che il velivolo militare, a bassa quota, aveva tranciato i cavi nell’istante in cui la «gondola» gialla della funivia stava compiendo l’ultimo tratto di 400 metri, prima della stazione d’arrivo, sospesa a 110 metri sopra la valle dell’Avisio.
Accadde attorno alle 15, 12 primi e 51 secondi del 3 febbraio del 1998. E sul fondovalle, che aveva già visto e vissuto analoga strage, il ruggito del «predatore» dei marines, ormai lontano, si smorzava in un silenzio di morte.
L’aereo tornò alla base militare di Aviano, in Friuli, sia pure un po’ ammaccato, ma con l’equipaggio in buone condizioni. Tanto buone che due dei quattro piloti, prima di lasciare il velivolo avevano avuto la scaltrezza di levare e distruggere il filmato del registratore di bordo. 

 

Nel corso di una testimonianza rilasciata per un documentario del National Geographic (mandato in onda il 31 gennaio del 2012 da SKY Tv) il navigatore dell’aereo della morte, Joseph Schweitzer ammise che, poco prima di tranciare i cavi della funivia, il velivolo volava a bassa quota perché lui stava girando un video, un filmato ricordo delle Alpi per il pilota Richard Ashby il quale, il giorno seguente, sarebbe tornato negli Stati Uniti.

Avevano sorvolato il lago di Garda, ripreso le Alpi «filmando il comandante Ashby, poi ho rivolto la telecamera portatile verso di me e ho sorriso», dichiarò l’ex capitano Joseph Schweitzer. Quel filmato, una volta atterrati in emergenza alla base di Aviano, in Friuli, mentre l’aereo che perdeva carburante a fiotti, fu tolto dal registratore di bordo e sostituito con un nastro vergine. «Non volevo che alla CNN si vedesse il mio sorriso e poi il sangue dei morti» si giustificò Schweitzer sei mesi dopo la strage.
Come poi accertò l’inchiesta militare, non c’era alcuna giustificazione perché il velivolo volasse a bassa quota, se non la necessità di quel video-ricordo per il comandante che tornava a casa.
Il 4 febbraio, il film con le immagini girate a bordo del velivolo fu bruciato dai due marines e per questo Richard Ashby e Joseph Schweitzer furono condannati dalla corte marziale a Camp Lejeune, nella Carolina del Nord. Condannati non per i venti morti, ma per aver distrutto un filmato. Al solo Ashby furono comminati sei mesi di carcere ma dopo quattro mesi fu rilasciato per buona condotta.
Quanto alla condotta dell’aereo, Richard Ashby nel marzo del 1999 fu assolto anche se volava sotto la quota minima autorizzata dal piano di volo.
Due mesi dopo, pilota e navigatore furono degradati e rimossi dal servizio per aver intralciato la giustizia con la distruzione del filmato-souvenir.
Gli atti che seguirono portarono al rimborso record di 4 miliardi di lire (più o meno due milioni di euro al cambio di oggi) per ognuna delle vittime e ad una commissione parlamentare d’inchiesta sul disastro.
Nel frattempo, ci fu la guerra nei Balcani per la quale i gemelli del «predatore» del Cermis si dimostrarono utilissimi nei voli a bassa quota. La funivia, almeno nel tratto iniziale, fu sostituita da una cabinovia, meno slanciata sulla valle, più sicura di quei cavi aerei, alti sulla gola. 

E i morti?
Un monumento di porfido li ricorda nel nuovo cimitero nel parco della Pieve. Tra le vittime ci fu anche Marcello Vanzo, 56 anni, dai Masi di Cavalese.
Una Spoon River replicata, allestita come un giardino in faccia alla valle.
Restano le molte coincidenze fra il primo e il secondo disastro funiviario del Cermis: entrambi i manovratori, uno della funivia, l’altro del velivolo-killer, avevano il cognome Schweitzer; nel primo disastro vi furono 42 morti; nel secondo, accaduto 22 anni dopo, le vittime furono 20.
Nel primo e nel secondo caso i veri colpevoli pagarono con una moneta simbolica.


STRAGE SENZA COLPEVOLI: ASSOLTI (Sergio Damiani)

Gli americani l’hanno classificato come «disastro»; per gli italiani quella del 3 febbraio 1998 è stata invece una «strage». La differenza lessicale fotografa due visioni molto diverse di quella tragedia. Il dato certo - sconcertante anche a distanza di vent’anni - è che per la morte dei 19 passeggeri e del manovratore che quel pomeriggio affollavano la cabina della funivia del Cermis, nessuno è mai stato condannato.
Ci sono i morti innocenti, tanti morti, ma non c’è un colpevole. Il pilota Richard J. Ashby e il navigatore Joseph Schweitzer, ai comandi del Prowler EA-6B in forza alla «31st Fighter Wing» dei Marines di stanza ad Aviano, sono stati condannati e congedati per aver cancellato il video del volo, un selfie con tanto di sorrisone finale di Schweitzer. I due ex ufficiali sono stati giudicati not guilty, non colpevoli, per i 20 morti del Cermis benché volassero ad un’altezza criminale (l’aereo in missione di addestramento sulle Alpi impattò il cavo della funivia, tranciandolo, a 113 metri di altezza) e ad una velocità esagerata (oltre il limite di 450 nodi). Era quello che in gergo militare chiamano flat-hatting, cioè un volo spericolato.

 


La strage del Cermis è anche una storia di giustizia negata, seppellita sotto la ragion di Stato. Il procuratore capo di Trento dell’epoca, Francantonio Granero, e il sostituto Bruno Giardina, un’inchiesta per disastro, omicidio colposo plurimo e attentato colposo alla sicurezza dei trasporti, l’aprirono senza indugi. Si presentarono alla base di Aviano dove sequestrarono il Prowler.
Nelle settimane successive finirono sotto inchiesta sette militari Usa: i pm non si accontentarono di indagare sui quattro membri dell’equipaggio, ma scavarono in cerca di eventuali responsabilità della catena di comando dei Marines. Il 13 luglio del 1998 il gup Carlo Ancona respinse la richiesta di rinvio a giudizio presentata dalla procura disponendo il «non doversi procedere per difetto di giurisdizione». Una decisione ineccepibile da un punto di vista del diritto: in forza della Convenzione di Londra del 1951 sullo status dei militari Nato, la giurisdizione è in capo al paese d’origine dei militari da giudicare.

L’approccio della giustizia militare americana, però, era molto diverso rispetto a quello dei magistrati italiani. Lo ricordò nel 2000, durante un’audizione di fronte alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul Cermis, l’ex procuratore Granero: «Quando sono venuti i procuratori generali per concordare la rogatoria, ci hanno chiesto qualche pezzo di sci rotto. Noi ci siamo guardati, perché con tutto il lavoro che avevamo fatto per ricostruire il volo e per cercare le prove, non capivamo a cosa potesse servire il pezzo di sci. Loro ci hanno spiegato che dovevano farlo vedere alla giuria popolare e noi abbiamo offerto anche la cabina schiacciata, tanto che l’hanno trasportata negli Stati Uniti. Ahimè, non è servito: com’è finita lo sappiamo tutti!» I rottami, i pezzi di sci, le foto del sangue che macchiava la neve non basteranno infatti per colpire al cuore i giurati. 

Il procedimento penale ripartì negli Stati Uniti sotto la giurisdizione militare. A conclusione dell’istruttoria preliminare, condotta dal tenente colonnello Roland Rogers, solo due dei quatto Marines che si trovavano sul Prowler vennero rinviati a giudizio. Il 10 luglio 1998 il capo dei Marines per l ’Atlantico e l’Europa, generale Peter Pace archiviò i procedimenti a carico dei capitani Chandler Seagraves e William Raney (a bordo in qualità di addetti ai sistemi di guerra elettronica), ma spedì di fronte alla Corte marziale sia il pilota Ashby, sia il navigatore Schweitzer. Venne respinta dal generale Pace, il cui cognome tradisce origini italiane, l’ipotesi, sostenuta dagli avvocati della difesa dei piloti, di altre responsabilità nella catena di comando. Le accuse contestate erano pesanti: violazione dei propri doveri, danno colposo alla proprietà militare, strage colposa e omicidio colposo.  

Le posizioni dei due imputati vennero separate. Il 3 agosto del 1998 a Camp Lejeune, nella Carolina del Nord, si tenne la prima udienza presieduta dal giudice militare Robert Nauley. Erano presenti anche alcuni parenti delle vittime. Il verdetto arrivò il 4 marzo del 1999: dopo sette ore e mezza di camera di consiglio il capitano Ashby fu assolto da tutti i capi di imputazione. La sentenza, come prevede la legge americana, non ha motivazioni. Evidentemente non era stata raggiunta una maggioranza sulla colpevolezza dell’imputato «al di là di ogni ragionevole dubbio».  

I dubbi insinuati dalla difesa sull’influenza di errori da parte dei superiori (Ashby sostenne che non gli era stato comunicato il limite di volo a 2.000 piedi, inoltre sulle carte i cavi della funivia non erano indicati) e della presunta inconsapevolezza di trovarsi così in basso (l’imputato disse che l’altimetro era rotto) avevano fatto breccia. Di conseguenza fu archiviato anche il procedimento a carico di Schweitzer. Quest’ultimo però venne incriminato per cospirazione e ostruzione alla giustizia per aver cancellato il video girato durante il volo. Il capitano ammise l’accusa: patteggiò la pena, ma evitando il carcere grazie alla collaborazione prestata. Le giustificazioni addotte da Schweitzer certo non sono all’altezza della fama dei Marines: «La televisione italiana - disse in riferimento al video - lo avrebbe trasmesso accanto alle immagini dei corpi sanguinanti vicino alla funivia. Già ci chiamavano cowboy ed aereo killer...».  

Il 10 maggio del 1999 si chiuse l’ultimo capitolo giudiziario di questa vicenda: anche Ashby venne riconosciuto colpevole per la distruzione del nastro: condannato a 6 mesi, fu radiato dai Marines. Uscirà di prigione cinque mesi dopo per buona condotta.


LE VITTIME

Hadewich Antonissen (24, Vechelderzande), belga;
Stefan Bekaert (28, Lovanio), belga;
Dieter Frank Blumenfeld (47, Burgstädt), tedesco;
Rose-Marie Eyskens (24, Kalmthout), belga;
Danielle Groenleer (20, Apeldoorn), olandese;
Michael Pötschke (28, Burgstädt), tedesco;
Egon Uwe Renkewitz (47, Burgstädt), tedesco;
Marina Mandy Renkewitz (24, Burgstädt), tedesca;
Maria Steiner-Stampfl (61, Bressanone), italiana;
Ewa Strzelczyk (37, Gliwice), polacca;
Philip Strzelczyk (14, Gliwice), polacco;
Annelie (Wessig) Urban (41, Burgstädt), tedesca;
Harald Urban (41, Burgstädt), tedesco
Sebastian Van den Heede (27, Bruges), belga;
Marcello Vanzo (56, Cavalese), manovratore della Cabina in discesa, italiano;
Stefaan Vermander (27, Assebroek), belga;
Anton Voglsang (35, Vienna), austriaco;
Sonja Weinhofer (22, nata a Monaco, domiciliata a Vienna), austriaca;
Jürgen Wunderlich (44, Burgstädt), tedesco;
Edeltraud Zanon-Werth (56, nata ad Innsbruck, residente a Bressanone), italiana.


 IL RAPPORTO SEGRETO DEI MARINES (Sergio Damiani)

Per la strage del Cermis non ci sono colpevoli, ma le responsabilità si conoscono. Ci sono voluti 13 anni perché le colpe delle forze armate Usa emergessero. C’è voluta un’inchiesta condotta da due giornalisti de «La Stampa» entrati in possesso di un documento classificato. Il rapporto riservato dei Marines, completato un mese dopo la tragedia, concludeva senza lasciare spazio al dubbio che le responsabilità erano tutte da cercare in casa americana: è colpa nostra, dobbiamo pagare, ammetteva nella sostanza il generale Peter Pace.

«La causa di questa tragedia - scrisse «La Stampa» nel luglio del 2011 riportando stralci del rapporto investigativo - è che l’equipaggio dei Marines ha volato molto più basso di quanto non fosse autorizzato, mettendo a rischio se stesso e gli altri. Raccomando che vengano presi i provvedimenti disciplinari e amministrativi appropriati nei confronti dell’equipaggio, e dei comandanti, che non hanno identificato e disseminato le informazioni pertinenti riguardo ai voli di addestramento. Gli Stati Uniti dovranno pagare tutte le richieste giustificate di risarcimento per la morte e il danno materiale provocato da questo incidente». 

I parenti delle 20 vittime del Cermis - 7 tedeschi, 5 belgi, 3 italiani, 2 polacchi, 2 austriaci e un olandese - non hanno avuto giustizia, ma indennizzi importanti e abbastanza rapidi questo sì. Il tema dei risarcimenti era rimasto di giurisdizione italiana dopo che gli Stati Uniti sul fronte civile si erano «sfilati». Una commissione del Congresso degli Stati Uniti, contrariamente a quanto aveva raccomandato il generale Pace, non confermò lo stanziamento da 40 milioni di dollari inizialmente stanziati per le vittime dal senato americano. Toccava dunque all’Italia agire sul fronte dei risarcimenti per poi, prevedono i trattati Nato, venire rimborsata al 75% dagli Stati Uniti per i danni provocati dall’aereo a stelle e strisce. 

Riconocendo la sussistenza di un danno del tutto particolare e per evitare un giudizio civile che rischiava di trascinarsi per anni, il governo italiano imboccò una «scorciatoia». Nel dicembre del 1999 il Parlamento italiano approvò la legge 497 che prevedeva un indennizzo per i familiari dei deceduti pari a 3,8 miliardi delle vecchie lire per ogni vittima. 

All’unico superstite della tragedia, il manovratore della cabina a monte Marino Costa, andò circa un miliardo e mezzo di lire. Era l’indennizzo per essere rimasto per quasi un’ora a penzolare nella cabina, bloccata nel vuoto e ad alto rischio di precipitare al suolo, finché non fu recuperato da un elicottero dei vigili del fuoco di Trento (ai comandi c’era Bruno Avi). Costa, difeso dall’avvocato Beppe Pontrelli, ricevette un signor indennizzo per quell’ora di autentico terrore, ma il denaro non gli consentì comunque di dimenticare le scene agghiaccianti vissute il 3 febbraio 1998: «Il rumore del cavo che si spezza me lo sogno tutte le notti», disse ad un giornalista nel 2011. 

Liquidati i parenti delle vittime e l’unico superstite, rimanevano da definire i danni materiali e d’immagine per tutta la valle di Fiemme, segnata per la seconda volta da una tragedia che toccava la funivia del Cermis. Il tema dei danni venne sollecitato dall’allora presidente della Provincia Carlo Andreotti che nel giugno 1998 volò a Washington dove la delegazione trentina fu ricevuta ad alto livello. Ricevette promesse e impegni da parte americana, ma non soldi. Per il risarcimento infatti fu necessario attendere fino al 2004 quando il Tribunale civile di Trento condannò il Ministero della difesa riconoscendo alla Provincia (che aveva anticipato i soldi per la ricostruzione dell’impianto a fune secondo criteri di massima sicurezza ed efficienza) e alla società Funivie del Cermis un risarcimento di quasi 10 milioni di euro. Infine nel marzo del 2007 la Corte d’appello di Trento riconobbe al Comune di Cavalese un milione di euro circa di danni morali subiti in seguito il disastro. Ma l’impatto su scala mondiale di quei 20 morti innocenti meritava forse di più: il rischio era che nell’immaginario collettivo un luogo magico come l’Alpe del Cermis fosse collegato ad una, anzi due tragedie.


I SOCCORSI: «QUEI CORPI STRAZIATI» (Luigi Longhi)

«Ero in una riunione qui a Cavalese quando sentimmo un forte boato. Una specie di tuono che risuonò in tutta la valle. Subito fu difficile capire cosa fosse successo. Passarono alcuni minuti e in caserma arrivò la notizia: era caduto un aereo sul Cermis». La notizia non era vera come si venne a sapere alcuni minuti più tardi. Quel boato era il rumore provocato dal cavo delle funivia tranciato dal Prowler EA-6B. Stefano Sandri, nel febbraio del 1998 aveva 34 anni ed era comandante dei Vigili del fuoco volontari di Cavalese dal 1994. Attualmente è l’Ispettore Distrettuale di Fiemme. Fu tra i primi ad arrivare sul luogo del disastro insieme ad alcuni colleghi che si mobilitarono immediatamente. Dalla stazione a monte vide i rottami della cabina e una chiazza scura che si spargeva sulla neve. Era sangue. Quel giorno faceva freddo, dice Sandri, e la sera venne presto o almeno così ricorda.

Un freddo di morte, che penetrava dentro l’anima. Per molto tempo alcuni vigili del fuoco hanno sognato quel pomeriggio. «All’inizio ero concentrato sulle cose da fare - racconta Sandri - il mio dovere era quello di intervenire per verificare se ci fossero feriti da aiutare ed invece non ci fu nulla da fare. Erano tutti morti. Solo alcune ore dopo ho realizzato quanto orrore avessi accanto. Era importante aiutarci a vicenda per non sprofondare in quell’abisso di dolore». Quello che pensavano fosse un Piper, un aereo da turismo, che aveva sbattuto contro un pilone, si rivelò invece una cabina della funivia. Il cavo tranciato era adagiato sulla neve come un serpente, tutto attorno, il silenzio. Le vittime, aggiunge il comandante, erano tutte dentro la cabina che si era accartocciata su di loro. Uniti nella morte. Alzando i rottami della cabina, apparvero i cadaveri. Per Sandri e i colleghi fu una visione tragica che segnerà la vita: l’impatto del cavo con l’aereo americano aveva provocato la fuoriuscita dei bulbi oculari dai volti delle vittime, trasformandoli in maschere spettrali. Solo un ragazzo polacco finito con la faccia sul fondo della cabina fu recuperato con il viso intatto.

Ai Vigili del fuoco il pietoso compito di ricomporre i corpi e metterli nei sacchi per portarli nella camera mortuaria e raccogliere materiale organico per le procedure sanitarie. «Furono ore drammatiche - aggiunge l’Ispettore - rese ancora più difficili dal calare della sera. Le luci, il freddo, l’angoscia dei primi familiari, la stanchezza con il rischio di crollare psicologicamente e poi...l’assalto dei media». Stefano Sandri sottolinea l’importanza del supporto dei psicologi anche dopo un bel po’ di tempo. «Per alcuni dei colleghi certe notti erano diventare un incubo». Quell’anno il dolore non sembrava mai finire. A fine anno, oltre il Cermis, i Vigili del fuoco intervennero in incidenti che provocarono undici vittime.

Il piccolo paese di Cavalese diventò il centro del mondo e questo fu un altro «scossone» che Sandri sottolinea con forza perché imparò cosa significhi essere sotto i riflettori. «Tutto accade in maniera velocissima. In pochi istanti mi trovai al centro dell’attenzione di giornalisti della televisione, della carta stampata, di tutto il mondo. Ero entrato io insieme ad alcuni altri in una realtà sconosciuta dove ognuno voleva un pezzetto di verità. Fu davvero difficile districarsi anche perché si era in mezzo alle guerre Balcaniche e c’era di mezzo un aereo militare. Una lezione però capiì subito: la gestione dei media è essenziale in questi eventi per evitare che notizie fasulle diventino notizie vere e si propaghino invenzioni». Una lezione che è servita molti anni dopo quando ci furono cinque turisti morti per un gatto delle nevi uscito dalla pista. «Per evitare speculazioni noi e le Funivie abbiamo lavorato insieme». Decine di inviati dei giornali e delle televisioni arrivarono a Cavalese. Era una specie di delirio dove politica internazionale e cronaca si mescolavano come la frutta in un frullatore. «Alle 5,30 del giorno dopo iniziò quello che io chiamo l’assalto dei media con l’arrivo dei primi giornalisti nazionali ed internazionali». Sandri non punta il dito contro i media. «So bene quale sia il loro compito e la loro importanza ma la pressione fu davvero enorme». Quel pomeriggio Sandri era un uomo maturo con grandi responsabilità mentre nella prima tragedia del 1976 era un ragazzino che si allenava per le gare di sci alpino «e mio padre tornò di corsa a casa con la paura che fossi su quella maledetta cabina». Ma tornando a quel giorno del 1998, la morte di quelle persone segnò un punto di non ritorno. «La tragedia mi convinse ancor di più a lavorare per i vigili del fuoco. Purtroppo non potemmo salvare nessuno in quel pomeriggio ma il nostro compito era ed è quello di essere presenti quando qualcuno soffre o è in difficoltà. Se una lezione c’è stata dietro questa inutile strage è proprio questa: la solidarietà in una comunità passa attraverso l’aiuto reciproco in ogni circostanza».

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