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Il racconto di Alessandro Dalvit

Tra le macerie con il fedele Muttley

«Non ci si allena per quel dolore»

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Alessandro Dalvit, cembrano, quarant'anni è un imprenditore. Assieme al fratello e ad un altro socio è titolare di una ditta che produce serbatoi e cisterne per la conservazione del vino. Dal 2003 fa parte della Scuola provinciale dei cani da ricerca presieduta da Nicola Canestrini. È operativo con Muttley,femmina di labrador retriever di sei anni e mezzo e di Maverick, pastore belga di tre anni. Dalvit é istruttore di obbedienza e ricerca in superficie e tra macerie, con certificazione internazionale. Con Muttley in primavera ha vinto il campionato italiano per i cani da soccorso; con Maverick lo scorso anno si è aggiudicato il quarto posto nel campionato del mondo per la ricerca in caso di terremoto. Non coppe e medaglie da esporre in casa ma, come si è visto in queste ore, gare utili per tenere cani e conduttori sempre in forma per quando, purtroppo, si deve entrare in azione non per una forma spietata di agonismo: quello contro il tempo, gli elementi, la morte. È lui stesso a raccontare le emozioni vissute tra le macerie alla ricercha dei dispersi.

«Venerdì siamo ritornati a Trento, da Amatrice, alle 7. Ho dovuto passare la mattinata al telefono con qualche amico, per riuscire a superare la crisi che mi stava investendo. Ho dovuto parlare, raccontare a persone care quello che ho visto e vissuto in queste ore. Perché è stato davvero terribile. Non era la prima volta che mi chiamavano a intervenire in occasione di un terremoto, come istruttore della Scuola provinciale cani da ricerca e catastrofe. Lo avevo già fatto all'Aquila ed in Emilia.

Ma questa volta è stato tutto ancora più duro.

Perché mai come in questi giorni ho sentito l'odore della morte. È qualcosa di difficile da descrivere: lo senti quando i cani ti fanno capire che sotto le macerie c'è un corpo e ti avvicini. Lo senti e sentito una volta lo riconosci subito poi, le altre volte. E questa volta l'ho respirato tante volte e da vicino. Perché all'Aquila gli spazi erano più ampi, gli altri soccorritori avevano potuto iniziare a lavorare con i macchinari fin da subito. E noi avevamo dovuto solo individuare le persone ed i corpi. Ed erano altri a proseguire nell'intervento. Questa volta, invece, tra Accumoli, Saletta e Amatrice dove Michele Cesarini Sforza, Claudio Di Filippo ed io - prima che ci dessero il cambio Gabriele Castaman, Pierluigi Morandini e Massimo Stefani - abbiamo operato, è stato tutto diverso. Abbiamo dovuto individuare i corpi e poi metterci a scavare con le pale, o a mani nude, per recuperarli fisicamente, quei cadaveri che i nostri cani ci avevano detto essere sotto i cumuli di macerie. E se i cani si possono addestrare, e anche noi possiamo prepararci fisicamente, atleticamente, o dal punto di vista del rapporto con i nostri cani, dal punto di vista emotivo è più difficile prepararsi.

Non ci si può allenare.

Non ci si può mai dire pronti ad estrarre i corpicini di bimbi senza vita da quel che resta di una cameretta o una coppia di anziani da una stanza mentre un figlio cerca di gettarsi sotto i blocchi di cemento, per provare a convincersi che quel che sta vedendo non sia successo. Mercoledì mattina tutto è cominciato molto rapidamente. Ero pronto per uscire di casa ed andare al lavoro, nell'officina che produce serbatoi per il vino, che gestisco assieme a mio fratello e ad un altro socio a Spini. E ho acceso la radio. Saranno state le 6.30 e le notizie del terremoto stavano già circolando. Ho subito chiamato Nicola Canestrini, il nostro presidente, per chiedergli se ci fosse la possibilità che venissimo allertati. Quando mi ha risposto che le probabilità erano molto concrete, ho subito pensato al lavoro, alla famiglia, al poco tempo a disposizione per capire che cosa fare. Poi ho lasciato perdere tutto, riflettendo sul fatto che, da soccorritore che si impegna costantemente per preparare sé stesso ed i propri cani a prestare aiuto in caso di necessità, non c'erano scelte da valutare. Si doveva solo partire.

La Protezione civile ci ha dato 20 minuti di tempo per presentarci a Mattarello: il tempo prendere un paio di pantaloni, lo zaino con tutto il necessario per avere un'autonomia di 48 ore che teniamo sempre pronto e per preparare Muttley. Ma i cani sono sempre pronti. Li addestriamo in maniera scrupolosa, facendo sentire loro, tramite altoparlanti, il rumore delle ruspe, il sibilo delle fughe di gas, il vociare dei gruppi di soccorritori. Così, quando si ritrovano davvero in uno scenario d'emergenza, non si ritrovano disorientati ma in un ambiente con cui, seppur artificiosamente, hanno già avuto modo di confrontarsi. Sono animali meravigliosi, in grado di fiutare la presenza di persone, vive o morte - il che per loro è ancora più complicato - anche sotto metri cubi di materiale.

È davvero difficile poter apprezzare appieno le loro potenzialità, anche perché quello che riescono a fare è incredibile. Assieme a Michele Cesarini Sforza, siamo arrivati alla base del Nucelo elicotteri, da dove in poco meno di due ore di volo abbiamo raggiunto i luoghi colpiti dal terremoto. Quando siamo partiti non sapevamo ancora dove saremmo atterrati. Solo poi ci è stato detto che saremmo arrivati ad Accumoli, dove siamo atterrati verso le 9.30. Alle 11 avevamo già individuato la famiglia con i due figli piccoli.

È stato davvero un dolore infinito.

Quando, dopo l'intervento di Muttley, sono riuscito a individuare il bimbo di otto mesi - il primo che abbiamo estratto - ho pregato perché fosse vivo.

Ma non lo era, era rimasto schiacciato dalle macerie, così come i genitori, che abbiamo trovato abbracciati, sorpresi nel sonno, e l'altro loro figlio, di otto anni. Poche ore dopo, ci è stato chiesto di trasferirci ad Amatrice, ma arrivati a Saletta, una sua piccola frazione, ci hanno fermato, ci hanno chiesto di dare una mano là. Un paese minuscolo, con quella che doveva essere la piazza, scomparsa sotto le macerie. Il primo corpo che abbiamo trovato è stato quello di un anziano, avrà avuto ottant'anni: era in casa da solo. Poi una coppia, con il loro figlio trentenne che si è gettato tra i blocchi di cemento per cercarli. È stata una scena straziante, terribile. Hanno dovuto allontanarlo per evitare che potesse farsi male a sua volta, sotto i pezzi della casa dei suoi genitori. A Saletta siamo rimasti tutto il pomeriggio.

A darci una mano nello scavare è arrivato un gruppo di muratori. Senza di loro sarebbe stato impossibile farcela: mercoledì, senza mezzi meccanici, tutto è stato devastante, con la fatica che si aggiungeva al dolore. Ce ne siamo andati verso mezzanotte, per arrivare alle 2 del mattino ad Amatrice. Tutti e tre esausti. Al giovedì, abbiamo operato attorno all'hotel Roma trovando altre vittime, anche se con l'arrivo di ruspe e scavatori tutto è stato più semplice almeno dal punto di vista logistico. Il nostro lavoro è terminato verso mezzanotte, quando il furgone dei vigili del fuoco permanenti di Trento, che aveva appena trasportato laggiù Gabriele, Pierluigi e Massimo, ci ha raccolti. Siamo arrivati qui verso le 6.30 e devo ancora cambiarmi. Sono andato subito in ditta, per non lasciare alla mia mente il tempo di ripensare a tutto. Finché sei lì, devi darti da fare, devi rimanere concentrato. Non c'è tempo di lasciarsi andare alle emozioni o comunque il modo di reagirvi è diverso. Il problema è il dopo, quando tutto finisce e la mente ha tempo di ripensare a tutto quanto.

È sempre il dopo, il momento peggiore».

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