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Blitz anti 'Ndrangheta nel Nord

Infiltrati anche in Trentino

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La conferenza stampa sulla mazi operazione anti 'ndrangheta "Aemilia"

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La maxi-operazione contro le infiltrazioni della 'ndrangheta in Emilia, in Lombardia e nel Veronese che ha portato all'arresto di 160 persone ha consentito di colpire, per la prima volta con queste accuse, gli infiltrati dell'organizzazione criminale in Trentino. Si tratta di alcuni esponenti dell'imprenditoria mafiosa di Crotone e di Cutro, in Calabria, in particolare Antonio Muto e Cesare Muto. Negli anni scorsi i Muto si erano installati a Reggio Emilia e Mantova ed erano arrivati anche in Trentino. Tra i tentativi di infiltrazione, l'ottenimento di subappalti nel trasporto di materiale da scavo e l'acquisizione dell'azienda trentina Marmirolo Porfidi, per svuotarla dei beni.

La clamorosa denuncia del tentativo di infiltrarsi in Trentino nel settore dei trasporti e delle pietre fu fatta pubblicamente dal presidente della sezione autotrasporto di Confindustria Andrea Gottardi il 13 maggio 2011. «Non abbiate paura a denunciare - disse Gottardi - Ve lo dice un imprenditore che la denuncia l'ha fatta, l'ha firmata assumendosi le sue responsabilità, e che purtroppo è stato lasciato solo non dalla sua associazione locale e nazionale, ma dai colleghi che fanno lo stesso lavoro». La denuncia di Gottardi, però, lasciò fredde le istituzioni.

Ora, finalmente, l'inchiesta della Dda di Bologna e Brescia e il blitz di ieri dei Carabinieri hanno portato alla luce, tra le tante connessioni con la 'ndrangheta, anche quelle trentine. Gli indagati sono 200, gli arrestati 163, di cui 117 in Emilia e 46 in Lombardia. Coinvolti, tra gli altri, il sindaco di Mantova Nicola Sodano , l'avvocato Giuseppe Pagliani , consigliere comunale e provinciale reggiano di Forza Italia, Giuseppe Iaquinta , padre del noto calciatore e aspirante acquirente del Trento Calcio due anni fa. È stato chiesto il sequestro di beni per 100 milioni di euro.

Tra le accuse, associazione di stampo mafioso, estorsione, usura, porto e detenzione illegali di armi da fuoco, oltre a intestazione fittizia di beni, reimpiego di capitali illeciti, emissione di fatture per operazioni inesistenti, commessi con l'aggravante di aver favorito l'attività dell'associazione mafiosa e dalla transnazionalità del reato per aver agito in più di uno Stato, cioè, oltre che in Italia, in Austria, Repubblica di San Marino e Germania. Secondo gli inquirenti, gli indagati sarebbero compromessi con la cosca Grande Aracri, una potente 'ndrina con base a Cutro.

La pista più concreta sulle infiltrazioni in Trentino è stata quella della Marmirolo Porfidi, l'azienda di lavorazione di materiali inerti con una cava per l'estrazione di materiale ghiaioso in provincia di Mantova. Fino al 2007 la società prospera, con un fatturato di oltre 7 milioni. Un anno dopo inizia la crisi, gli effetti sono pesanti. È a quel punto che si fa avanti una società di Reggio Emilia, la Cms srl, con sede a Gualtieri, una delle località del blitz di ieri. La Cms va «al salvataggio» della Marmirolo Porfidi ma, come spesso è accaduto in questi casi, la boccata d'ossigeno è solo apparente. In realtà i nuovi proprietari spogliano l'azienda dei beni, lasciandola in fallimento con 8 milioni di debiti.

Amministratore della Cms era Cesare Muto. Nella Marmirolo Porfidi Cesare Muto diventa nel 2009 presidente del consiglio di amministrazione. In cda c'è anche Antonio Muto. I due, che sono parenti, erano in affari insieme anche in altre società con sede in Emilia e Lombardia, come la Muto Logistica & Trasporti di Suzzara (Mantova) e la C-Project di Reggio Emilia. In entrambe erano soci al 50%.

Per le operazioni sulla Marmirolo Porfidi, i Muto e altri complici operanti fra Trento, Reggio Emilia e Crotone erano sotto indagine a Trento per bancarotta fraudolenta. La connessione con la criminalità organizzata non era stata però finora provata. Come non avevano fino ad oggi portato a riscontri investigativi i controlli fatti su alcune aziende di trasporto inerti che avevano ottenuto subappalti nella nostra provincia. Alcune di queste ditte facevano capo allo stesso gruppo imprenditoriale che aveva rilevato la Marmirolo Porfidi.

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