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Stava, la folle corsa alla fluorite

Nella miniera lavoravano in 120

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Stava, un minatore al lavoro nell'impianto per la fluorite

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Lo sfruttamento industriale della fluorite sul monte Prestavel iniziò nel 1934. Nel dopoguerra nella miniera lavorarono uomini della Montecatini, di Montedison, e per ultima dal 1980 al 1985, della Prealpi Mineraria. Fu proprio la Montecatini negli anni Sessanta a costruire un impianto di flottazione con l’obiettivo  di ottenere fluorite pura al 97-98 per cento, utile per l’industria chimica. La nuova tecnologia aveva bisogno, però, di molta acqua e di un luogo dove depositare i fanghi di scarto prodotti attraverso la lavorazione del minerale. Oggi appare incredibile costruire una discarica in cima ad una valle incontaminata, ma allora le sensibilità erano diverse e la val di Stava sembrò il luogo più idoneo per realizzare un bacino di decantazione.

Nel 1961 furono costruiti un impianto di flottazione sul fianco della montagna a quota 1420 metri sul mare, un acquedotto, una teleferica per il trasporto del materiale estratto in miniera e una seggiovia per il trasporto dei minatori dagli impianti di lavorazione agli imbocchi delle gallerie della miniera posti a quote diverse, fra 1550 e 1787 metri sul mare. Era una vera industria che dava lavoro, allora come oggi merce rara, a 120 fra minatori, operai e tecnici.

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Descrizione: 

Stava, un minatore al lavoro nell'impianto per la fluorite

Alla fine del 1969 si iniziò la costruzione di un secondo bacino, al di sopra del primo. «Le finalità per cui si costruì il secondo bacino - si sottolinea nel materiale informativo messo a disposizione dalla Fondazione Stava 1985 - non vennero tuttavia mai realizzate, perché nel frattempo vennero scoperti nuovi filoni di minerale: il secondo bacino, dunque, fu utilizzato non già per la seconda lavorazione dei fanghi del primo bacino, ma per la discarica della lavorazione della fluorite di nuovo rinvenimento e, in seguito, anche di minerale proveniente da altre miniere».

Nell’estate del 1985, quando la forza di gravità ebbe la meglio, i bacini erano alti complessivamente oltre 50 metri e contenevano circa 300 mila metri cubi di materiale. Gli argini avevano una pendenza di 39 gradi. Il «castello di sabbia» stava crollando: parte del rilevato superiore cedette e finì nel rilevato inferiore innescando la tragedia.

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