Lettere / Il direttore risponde

Calciatori in piedi, complici del razzismo

Un lettore riapre la discussione sulla mancata adesione di 6 su 11 giocatori italiani all'iniziativa in sostegno del movimento antirazzista Black Lives Matter, prima della partita con il Galles. La risposta del direttore, Alberto faustini

Caro direttore, mentre tutta la nazionale gallese si inginocchiava in onore del movimento Black Lives Matter, solo cinque azzurri hanno seguito il loro esempio.

Gli altri sono rimasti in piedi. Imbarazzante! Saranno anche degli atleti di talento, strapagati per tirare calci ad un pallone, ma non mi rappresentano e, come persone, non hanno la mia stima.

Il razzismo è un problema gravissimo, non solo negli Usa, ma anche in Italia. L'esempio dei giocatori della nazionale potrebbe fare una grande differenza.

Il movimento Black Lives Matter non è una moda, ma un movimento di giustizia. Chi rimane in piedi è complice.

Mark Pisoni


 

Un gesto ha senso se è spontaneo

Capisco e in parte condivido, avendo io stesso provato un certo fastidio vedendo che non tutti si stavano inginocchiando. Penso però che un gesto di solidarietà, un gesto di denuncia, di vicinanza o di ribellione, abbiano un senso solo se fatti spontaneamente.

C'erano dunque due strade.

La prima è che la decisione venisse presa direttamente dalla squadra, ma in questo caso non sarebbe stata una decisione spontanea, ma spintanea, come dice mia moglie quando "gentilmente" faccio delle cose che mi vengono in realtà caldamente richieste.

La seconda è la libera scelta, che in fondo dà maggior valore al gesto di chi s'è inginocchiato (certo mettendo in risalto chi invece non si inginocchia).

 È vero: l'esempio dei giocatori della nazionale può fare la differenza, soprattutto quando si parla del sostegno a un movimento di giustizia, ma chi non si inginocchia, forse (ripeto: forse), non ha semplicemente capito fino in fondo di cosa si stia parlando. Dunque non è necessariamente complice.

Vediamo cosa faranno i nostri ragazzi sabato. Può essere che abbiano imparato la "lezione" e che siano pronti a lanciare un messaggio universale al mondo. Mi piace immaginarlo. In democrazia, però, le forzature stridono. L'unanimità deve essere un valore, non un'imposizione.

lettere@ladige.it

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