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In scena Simone Moro e Tamara Lunger

La storica sfida invernale al Nanga Parbat

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La fragilità provata in cima ad una vetta rende possibile vedere, sentire, la mano di un Grande Architetto. Secondo Simone Moro , alpinista bergamasco, reduce dal primato di salita invernale sul Nanga Parbat sentirsi fragili è la condizione per provare a superare delle sfide.

Sarà oggi, 5 maggio, alle 21, sul palco dell'Auditorium Santa Chiara per la serata proposta dal Trento Film Festival. Con l'alpinista Tamara Lunger: insieme hanno condiviso quel viaggio sulla montagna pakistana.

A Moro abbiamo chiesto di descrivere il suo senso del limite.
Fin dove arrivare e perché?
Sono una persona che vuole esplorare i propri limiti ed eventualmente anche quelli degli altri. Non per stuzzicare e provocare: ma se sto realizzando qualcosa per primo, in una impresa dove altri non sono ancora riusciti, provandoci direttamente, sulla mia pelle, allora indirettamente fisso un nuovo limite e lo faccio per chi verrà dopo di me.
Significa che il limite va sposato in avanti?
È come nel salto in alto. Ad un certo punto arriva qualcuno che sposta in sù l'asticella. Gli altri devono misurarsi con un nuovo limite. È un processo evolutivo: più si porta avanti il limite più si dovranno attendere i tempi giusti e le condizioni che permetteranno di spostare l'asticella ancora più in alto.
Quanta competizione c'è in questo processo?
No, non cerco la sfida, nel senso sprezzante ed arrogante del termine. Il limite mi piace pensarlo in continuo movimento: solo spostando in avanti il traguardo si rende possibile ciò che attualmente è impossibile.
Lei realizza utopie dunque?
Se la parola limite e impossibile avessero la stesso significato nessuna utopia sarebbe realizzabile. Trent'anni fa moriva una persona su trenta di cancro, oggi ne muore una su tre: significa che non troveremo mai una cura al tumore? No, non possiamo arrenderci: il limite non è un chiodo fissato. Tornando alla questione: il mio senso del limite non è riferito alla performance in una determinata scalata. Per me significa esplorazione: che sia medica, scientifica o sportiva.
Superare limiti, esplorare l'inesplorato: c'è del divino in tutto questo?
Per i valori messi in campo nel cercare il mio e l'altrui limite c'è qualcosa di divino. Voglio vivere per realizzare un sogno e non morire per farlo, perdendo il senso delle mie responsabilità quando si è padri o mariti. Avere dei valori significa continuare ad essere un punto di riferimento per tutte quelle persone che ti seguono e credono in te. In questo senso della responsabilità vedo il divino e dei valori. Costantemente mi chiedo se sono un esempio positivo o meno e cerco di non restare solo tenendo accanto a me questo compagno di viaggio che è Dio.
Va bene, questo per l'aspetto morale dei limiti: ma esteticamente parlando? Quant' è bello e divino arrivare sulla cima di una montagna?
In cima ad una montagna vedo la mano del Grande Architetto. Quando arrivi in vetta, fosse il Nanga Parbat o il Bondone, guardi verso il basso e vedi i grandi spazi, non senti nessun rumore apparente, allora scopri che stai ascoltando e ascoltandoti. Guardando e guardandoti. Se sei così in alto da vedere curvarsi la linea dell'orizzonte, percepisci che la terra è tonda, allora capisci molto di più di te stesso, della tua collocazione. Percepisci quanto grande sia un sogno tale da spingere un uomo piccolino ad arrivare fin lassù. Ma, sopra di tutto, emerge un senso di fragilità assoluta. Giammai di onnipotenza. Non voglio sembrare un prete mancato: ma la mia fede si conferma percependo quella fragilità che si prova salendo in cima ad una vetta. Il superare il limite dunque non mi dà un senso di onnipotenza: esattamente il contrario, mi fa sentire fragile e bisognoso di qualcosa di assoluto.
Provo a riassumere: conoscendo i propri limiti si può provare a superare quelli esterni?
La più grande, perenne, infinita, delle esplorazioni è dentro di noi. Anche quando tutte le montagne del mondo saranno scalate avremo ancora da esplorare la nostra vita. L'esplorazione è quel viaggio che ognuno di noi è chiamato a fare. Possiamo scegliere se intraprenderlo e con chi. C'è più rischio però di perdere la propria vita non esplorando mai, morendo nell'apatia.
L'esplorazione, la scalata però è solo la fine di un processo: quanto conta la preparazione?
La metafora giusta è quella della vendemmia: non puoi raccogliere se da maggio a settembre non hai lavorato il terreno. Devi essere stato resiliente, quando grandinava. Dietro ogni risultato c'è un grande lavoro, che però non ti garantisce. Se vuoi scalare il Nanga Parbat devi conoscere il Pakistan, entrare in quel contesto. Ma sopratutto devi saper perdere e capire che l'eccellenza è uscire dall'ordinario. Per una grande impresa ci vuole una grande preparazione. Tenacia e voglia anche di spaccarsi la schiena. Quando perdi non hai fallito: devi solo ripartire correggendo gli errori. Per il Nagna Parba l'ho dovuto fare quattro volte di rifare «la lista della spesa» per recuperare i miei errori. Ogni spedizione è durate tre mesi: significa un anno intero della mia vita per una montagna e per scrivere, con i miei compagni, la storia di quella scalata. Dietro c'erano altre 54 spedizioni fatte nel corso della mia vita per accumulare quell'esperienza necessaria ad una impresa.
La classe 1967, quella di cui fa parte, forse ancora non aveva la mentalità del «tutto e subito» quella di cui sono vittime le generazioni dei nativi digitali, della velocità e virtualità. Come possiamo difenderli da quest'illusione?
Bisogna essere d'esempio: abbiamo bisogno di qualcuno che ci ispiri. La mia generazione aveva di fronte una marea di esempi positivi. Gente retta: nella scuola, famiglia, politica. Guardiamoci intorno oggi? Chi possono emulare i nostri ragazzi? Loro sono lo specchio di questa società.
Lei che frequenta le zone alte e fredde della terra: il clima sta cambiando?
Non c'è dubbio: le temperature salgono. Gli effetti di un ciclo naturale, accelerato dalla scelleratezza dell'uomo, è sotto gli occhi di tutti. Non sono un catastrofista, ma guardando cime e montagne mi accorgo che solo poco tempo fa erano molto più innevate o ghiacciate. Oggi spesso vedo solo dei grandi fiumi d'acqua che scendono a valle.
Dopo tutte le polemiche come affronterà il palco assieme a Tamara Lunger al Festival?
L'idea mi rasserena: finché le polemiche vengono riportate da altri e la comunicazione, anche, se in buona fede, risente delle logiche giornalistiche o televisive, non emerge la verità. Con la Lunger possiamo dire come stanno effettivamente le cose. Racconteremo la storia di quattro persone che sono salite sul Nanga Parba. Una si è fermata un pochino prima della vetta, il 26 febbraio del 2016. Tutto qui: parleremo di alpinismo, non di polemiche, dove tutti risultano alla fine dei perdenti.


 

Tamara Lunger: «Io donna, mai discriminata tra gli alpinisti. Le polemiche del Nanga Parbat mi hanno reso forte»
 

E ssere donna e alpinista: secondo Tamara Lunger non c'è differenza di genere che tenga quando si scala una montagna assieme a degli uomini. Le abbiamo domandato se come donna si sentisse discriminata nell'ambiente dell'alpinismo.
«No, direi proprio che non esiste discriminazione. Quando parto in una spedizione il mio ruolo non è legato all'essere donna: vado da alpinista. Esattamente come per un uomo: medesime responsabilità, capacità decisionale: siamo proprio uguali!. Anzi: direi che per una donna è più facile oggi trovare degli sponsor che la sostengano nel settore dell'alpinismo da professionisti».
Se dovesse pensarsi come «madre e alpinista» le sorgerebbe qualche dubbio nell'affrontare certi rischi?
Non penso mai direttamente al rischio: la passione è tale in me da non pensare ai risvolti negativi. Altrimenti proprio non partirei. Mi guida la positività, la passione e l'energia. Certo, sulla montagna i rischi ci sono: ma li puoi vedere e prevedere. Se il tempo volge al peggio, se le condizioni diventano pericolose allora si deve avere l'intelligenza di capire cosa fare e non fare.
Quali le altre qualità di una buona alpinista?
La pazienza di saper aspettare il momento giusto.
Come ha vissuto le polemiche all'indomani della spedizione sul Nanga Parbat?
Quella spedizione mi ha cambiata molto: mi sento più forte e consapevole di me stessa. Le polemiche sono molto meno difficili da affrontare per me oggi. Con Simone Moro a Trento avremo la possibilità di spiegare le nostre distinte esperienze. Per me è stata impagabile quella spedizione, e anche se non sono arrivata in cima, è stata la più intensa vissuta fino ad oggi.

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