Lavoro / Carovita

«Inflazione e salari bloccati, ora in Trentino si rischia la bomba sociale»

L'allarme di Michele Guarda, segretario provinciale della Fiom Cgil: i metalmeccanici recupereranno a fine anno, con 12 mesi di ritardo, il 4,5%. Con un’inflazione al 12%. Vuol dire che l’inflazione ha mangiato loro quasi due paghe, ma non riescono a recuperarle

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di Chiara Zomer

TRENTO. Lavoratori, ma poveri. Questo il rischio concreto che anche nel ridente Trentino si corre, ogni giorno di più. Perché l’inflazione si mangia gli adeguamenti da contratto nazionale e perché i contratti di secondo livello non riescono - quando ci sono - a colmare un divario sempre più pesante. Risultato: il 2023 si apre con il potere d’acquisto dei salari eroso in modo pesantissimo. In un quadro di stipendi pressoché bloccati da decenni.

«Si rischia la bomba sociale - riassume Michele Guarda, segretario provinciale della Fiom Cgil - una situazione così non si vedeva dal primo dopoguerra». Lui per altro ha un osservatorio privilegiato: i metalmeccanici sono la categoria del manifatturiero più sindacalizzata, più garantita, con i migliori contratti. Se va male lì, figurarsi nel resto del mondo del lavoro.

Non si è mai lavorato come ora, in Trentino. Il tasso di disoccupazione è al 3,5%, al netto del dramma Neet, i giovani che non studiano e non lavorano, le imprese hanno fame di manodopera e faticano a trovarla. Si direbbe che è un buon momento per i lavoratori.

«E invece no. Io credo che nella storia italiana non abbiamo mai vissuto un periodo di inflazione così elevata, senza un meccanismo di protezione dei salari. Negli anni Ottanta c’era la scala mobile. Nel 2022 abbiamo in qualche modo tamponato ma adesso è un problema che credo sia sottovalutato».

Partiamo da quest’anno. Come si è fatto fronte alla crisi energetica?

«Le aziende avevano la possibilità di erogare fino a 3 mila euro esentasse. Era una misura una tantum, per sostenere il caro bollette. È un sistema che a noi piace poco, preferiamo contrattare aumenti salariali permanenti. Ma la misura c’era e quindi noi, anche se spesso avevamo chiuso i contratti integrativi e quindi non avevamo titolo per chiedere, abbiamo bussato ad ogni porta».

E le imprese hanno risposto?

«Direi di sì, in massima parte. Chi più chi meno, certo. La maggior parte ha garantito 200 euro in buoni spesa o in stipendio a fronte delle bollette pagate, in altre aziende c’è stato un sostegno più marcato. Metalsistem aveva garantito mille euro a primavera e ha aggiunto altri 400 euro, in Sicor, dopo le difficoltà degli anni scorsi, un faticoso lavoro di ricostruzione delle relazioni sindacali ha portato ad un’apertura importante, di quasi una mensilità e mezza, la Sata, in Valsugana, ha erogato senza che lo richiedessimo, 400 euro, la Sapes di Storo ha dato mille euro. Sono solo esempi e sono il risultato di una certa sensibilità, legata a bilanci evidentemente non negativi. Il problema è adesso».

Adesso inizia l’anno. Con l’aumento dei prezzi ormai consolidato.

«Sì. Posto che dove abbiamo contratti non scaduti, non possiamo fare nulla, ma anche dove, in sede di rinnovo del contratto di secondo livello, solleviamo il tema inflazione in modo esplicito, troviamo chiusure. E adesso il potere d’acquisto dei salari è davvero eroso in modo preoccupante. Anche perché vanno riviste le regole: è il sistema che non funziona».

Si spieghi.

«Dal 2009, grazie ad un accordo non firmato dalla Cgil, il rinnovo della parte economica del contratto nazionale non è più legato all’inflazione, ma ad un indice, che prende atto dell’inflazione al netto dei costi energetici. Per quest’anno significa 4,5%. Questo significa che i metalmeccanici recupereranno a fine anno, con 12 mesi di ritardo, il 4,5%. Con un’inflazione al 12%. Vuol dire che l’inflazione ha mangiato loro quasi due paghe, ma non riescono a recuperarle. Va sollevato il problema».

E tutto in un contesto di stipendi mediamente fermi da tempo.

«L’Ocse dice che in trent’anni abbiamo perso il 2,9%, mentre il resto d’Europa sono cresciuti».

E non si è riusciti a recuperare coni contratti di secondo livello.

«Era previsto che gli incrementi di produttività dovevano essere discussi azienda per azienda. Ma non ha funzionato, perché il potere contrattuale è inferiore. Noi chiediamo di compensare il delta non compensato dal contratto nazionale, per andare in pari, ma la risposta delle aziende è no».

Temono forse la recessione.

«Dipende. Tutti prevedono la recessione. Ma quel che registriamo noi per l’industria è che le aziende che nel corso della crisi 2008 - 2009 si sono ristrutturate puntando sull’export si stanno avvantaggiando della debolezza dell’euro. Dana e la filiera, prima di tutto, ma non solo. L’euro debole ha compensato la necessità di alzare i prezzi a fronte dell’aumento dei costi. Per ora il 2022, salvo qualche eccezione negativa, non si è chiuso male».

Eppure non si rivedono i contratti.

«Sì, dicono che stanno pagando di più i fornitori, l’energia, i trasporti, la materia prima. Da un lato è comprensibile, dall’altro i lavoratori sono la parte più debole. E dico questo pensando alle imprese metalmeccaniche sindacalizzate, che rispetto al resto del mondo del lavoro non stano malissimo, fatta salva l’estrema precarietà. Il resto del mondo del lavoro, dalla logistica ai servizi, dal commercio alle pulizie, è in estrema sofferenza e così anche il mondo del metalmeccanici di alcune imprese artigiane, che hanno contratti poverissimi. Qualcosa va fatto, o la situazione esplode».

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