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Fermiamo quei giovani neofascisti

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In una candela accesa c’è sempre un cuore che aspetta qualcuno o qualcosa. L’avvento appena iniziato è per questo sempre caratterizzato dalle fiammelle ardenti. Si fa luce a chi arriva. Si fa luce nel luogo dove si attende.

Questa che viviamo oggi è la prima domenica che ci introduce al mistero del Natale. In essa iniziamo a comprendere come il principio di ogni cosa sia veramente l’attesa. Faticosa e insieme preludio a sentimenti profondi, ad incanto che si mostra poi come raggiungimento, come risposta e infine come presenza. Se fossi un pittore, per spiegare l’attesa, la raffigurerei così: due volti che, seppur ancora distanti, sono l’uno di fronte all’altro e guardano l’uno verso l’altro. Quello che li separa è un sentiero, non certamente arido, bensì pieno di fiori, nati sotto le lacrime, coltivati dalle preghiere e dalle speranze, versate lungo il tempo dell’attendersi.

Esiste, infatti, tutto un ricamo comunicativo di pensieri, di emozioni, che si annidano dentro di noi, quando tutto questo avviene. Chi attende non è mai pigro. Chi non attende, invece, è come già uscito dalla scena della vita. Straordinaria in questo contesto si pone la prima lettura, proposta proprio oggi dalla liturgia domenicale. È del profeta Isaia. Da essa traggo tre versetti in particolare perché sono carichi di messaggio e di attualità per ciascuno. «Abbiamo peccato contro di te, o Dio - scrive Isaia - da lungo tempo e siamo stati ribelli. Siamo divenuti avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento. Nessuno invocava il tuo nome, nessuno si risvegliava per stringersi a te».

Com’è vero che il male ci rende avvizziti, cioè inariditi, senza più fioritura, sterili. Mi preoccupano e molto le realtà squadriste che stanno prendendo piede qui nel nostro Paese. Il problema non è affatto da prendere alla leggera. Dietro queste forme razziali che ritornano più arroganti ci sono volti giovani e questo ci deve seriamente allarmare. Non bisogna permettere che in nessuna parte del mondo si affacci più alcun movimento d’odio, proprio perché il rischio è che un gruppo di giovani neofascisti possa arrivare a rianimare dalle ceneri del fallimento più oscuro altre tragedie nella storia umana.

Le barbarie, ogni forma di coercizione e di discriminazione siano portate via dal vento del mai più! Come foglie dalle quali non si può ricavare mai vita, ma giustizia perché sono di per sé mortifere. Non abbiamo forse imparato a caro prezzo le conseguenze che portano simili atteggiamenti di violenza, di repressione? Perché perseverare su questa strada di morte? La vicenda di Como non sia perciò assolutamente trascurata dalle Istituzioni.

Il nostro Paese ha bisogno di giovani istruiti, con coscienze ben formate e radicate nei valori della vita, del rispetto, aperte a realtà di bene comune, non a mentalità di esclusione o peggio di dominio sugli altri. Si lavori ininterrottamente nelle scuole, nelle famiglie, nelle comunità, perché non si commettano né perpetuino errori abominevoli come fu il nazismo e quei movimenti e quelle ideologie disumanizzanti che hanno distrutto e mai reso migliore il mondo. Educhiamoli e rieduchiamoci tutti a considerare come sola verità il fatto che l’altro ha un volto come me, come te, come tutti noi e che non si ha davanti un nemico, ma un fratello, con gli stessi sogni e le medesime paure davanti al mondo e al futuro! Stringersi a Dio, ci fa capire tra le righe il profeta Isaia, è stringersi all’uomo, ad ogni uomo, non a foglie appassite!

Facciamo anche nostre le parole che il Papa ha proferito lo scorso venerdì a Dacca, visitando il Bangladesh, durante l’incontro interreligioso per la pace, davanti alla minoranza Rohingya: «Vi chiedo perdono, a nome di tutti quelli che vi perseguitano e vi hanno fatto del male, soprattutto nella indifferenza del mondo, chiedo perdono, perdono». Teniamo perciò viva la fiamma della comunione. E la pace che attendiamo ci farà certamente visita per dimorare con noi e in mezzo a noi.

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