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Trento, capitale di ogni evento

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Insomma: Trento è ormai una capitale dell’evento. Ultimo, il Dolomiti Pride, e prima il Festival dell’Economia, e prima ancora l’adunata nazionale degli alpini, e il Filmfestival e Educa e la festa dei popoli, e poi stanno già per arrivare la Notte Bianca, le Feste vigiliane e poi ci sarà il primo festival dello sport (pochi giorni prima del torneo elettorale); e la fiera degli editori, e le feste del chilometro zero, della birra e dello street food e del bio e poi infine naturalmente l’interminabile mercatino di Natale.

I turisti accorrono, baristi e commercianti incassano, il pil provinciale ingrassa. Nelle piazze, un tendone si disfa e dopo una settimana un altro rispunta. E in mezzo a tutto questo sfavillìo di eventi, l’emozione contagiosa delle magiche squadre di volley e di basket, ai più alti livelli in Italia, sempre a sfiorare una finale, la storia, la gloria.

Per fortuna il Carnevale trentino non è mai riuscito a decollare, e resta evento malinconico ad uso di bambini mascherati e di cortei imbarazzati, altrimenti saremmo in una fiesta mobile permanente e incessante, 365 giorni su 365. Città del Concilio, città del coniglio, certo non più dello sbadiglio.

Come si conviene alla capitale di una piccola repubblica, più che al capoluogo di una provincia minima, Trento è ormai una città costantemente in scena. Sempre in finale. Sovraesposta. Sotto i riflettori. Anche - un po’, forse - sotto stress?

La Chiesa, che ha una saggezza bimillenaria, assai più antica dello statuto di autonomia, prevede nel corso dell’anno liturgico trentatré domeniche di «tempo ordinario», che sono come il respiro normale fra le solennità e i tempi straordinari del sacro e dell’emozione.

Si ha la sensazione che, nella comunità civile, le proporzioni si siano rovesciate. Piccole isole di tempo ordinario sopravvivono in mezzo a una catena quasi ininterrotta di eventi, di occasioni, di festival grandi e piccoli. Se in Italia si è arrivati ben oltre i mille festival (ed è spuntato, inevitabilmente, anche il festival della depressione) il Trentino è in prima linea come produttore di richiami di calibro nazionale.

Quasi una malattia della contemporaneità, quello che si potrebbe definire «eventismo», una flebo di adrenalina permanente: evento dopo evento, l’anno ne è costellato ma anche macinato. Così come le strade di una città ormai cosmopolita e universitaria sono affollate di tavolini e di brindisi in ogni stagione.

Certo, è il segno della contemporaneità. Cinquant’anni fa, solo il Sessantotto diede qualche scossa tellurica all’immobilità di una città di settantamila abitanti, pacificamente addormentata in mezzo alle montagne, e risvegliata da appena due fiere in tutto l’anno: San Giuseppe a primavera, Santa Lucia d’inverno. Una noia pacificamente inspirata e assimilata, ogni giorno, come caratteristica ma anche carisma grigio della provincia dell’impero, dove nulla mai accadeva che non sia già stato visto e dove i ritmi del cambiamento erano lenti come un rimescolare di densa polenta.

Oggi Trento è quasi il doppio di allora, in termini demografici, ma in quanto a circenses, colti e meno colti, cult cool & class, offerti alla  popolazione, la proposta è decuplicata, ipertrofica, iperesposta, con il rischio di cannibalizzarsi da sola, in uno scontro tra eventi che puntano a numeri sempre più alti.

Ed è la stessa logica, a ben guardare, della politica: anche in quella, il tempo non è mai «normale». Non c’è più distinzione tra campagna elettorale (periodo straordinario) e tempo post-elettorale (ordinario). Le tecnologie dei social aiutano in questa sovraesposizione permanente, da «democratura», più che da democrazia. Dire dire dire gridare gridare gridare, invece che fare, decidere, amministrare.

Una petizione per tornare alla Trento noiosa non è percorribile né auspicabile. Però, che sollievo, almeno trentatré sere all’anno, sarebbe il constatare: in città non c’è niente, che silenzio, che pace. Stasera cammino con il cane, ascolto gli uccelli, accarezzo il gatto, non partecipo a niente; lascio che la sera scenda: dolce, discreta, indolente.

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