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Canestrini, un vero tribuno che amava le sfide

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Era il tribuno. L’uomo delle sfide cresciuto nell’universo giuridico e affascinato dalle piazze nel ribollire degli scontri politici. Un personaggio amato, apprezzato, temuto, odiato in un’epoca che oggi ci appare lontanissima ma che, solo mezzo secolo fa, ha cambiato il nostro modo di vivere, pensare, agire.

Con Sandro Canestrini la memoria corre ad altri personaggi nel mondo della toga che segnarono il Trentino dalla fine degli anni Cinquanta: Enrico Cristanelli che fu vicesindaco di Trento all’epoca di Nilo Piccoli, il commendator Giuseppe Frizzi l’uomo che nel giorno dell’inaugurazione, sempre solenne, dell’anno giudiziario portava sulla toga le medaglie al valor militare e fu parte civile nel processo ad Aldo Garollo, il pluriomicida di Vetriolo, e poi Carlo Dolzani, i de Bertolini, gli Stefenelli, insomma i portagonisti di quello spettacolo giudirico che innescava tensioni emotive oggi relegate nella leggenda del palazzo di giustizia.

C’erano giovanissimi avvocati come Paolo Mirandola, Ivo Dario Gerola, Michele Pompermaier o studenti come Noris Zanin che seguivano i dibattimenti fra il pubblico per poi leggere sulle pagine dell’Alto Adige le cronache firmate da Piero Agostini. Davvero altri tempi.
Si va indietro nella memoria, al 1951 quando a emigrare eravamo noi. Novecento trentini varcarono il mare per cercare fortuna in Cile, a La Serena, trovando terreni salati e sabbiosi, baracche malsane e vita grama: qualche anno dopo cominciava un carteggio a denunciare quel disastroso migrare con Canestrini che raccoglieva, annotava, cercava una qualche soluzione giuridica e politica anche per non dimenticare quella che fu una scelta sfortunata dettata dalla miseria.

Ecco, ricordando il Sessantotto dire - intanto sono passati 30 anni - «mi trovai fra quelli che approvarono il contraddittorio di Paolo Sorbi in cattedrale, che nei cortei affrontavano le violenze della polizia. Nei tribunali difesi studenti e operai trovandomi a fianco di coloro che in quell’epoca avevano ripreso in mano le bandiere gloriose» e alla domanda: «A proposito di bandiere, sei ancora per quella rossa, oppure ti ha deluso?» risponde: «Continuo a interrogarmi, mi sono definito un rosso-verde; non posso dimenticare il rosso, vengo da una lunga militanza politica, ma per me più che la connotazione marxista interessa quella antifascista e pacifista» e subito la memoria corre al 3 novembre del 1968 «quando in via Manci, bloccato il corteo del presidente della Repubblica Giuseppe Saragat, l’ho preso di petto, quasi con le mani, rimproverandogli che, con il suo passato socialista, veniva a celebrare una guerra, che fu una strage, di conquista territoriale, quindi imperialista».

Certo, il blocco del corteo presidenziale rimane l’unico nella storia italiana; l’inchiesta che seguì fu lenta, dirompente e sfociò il 21 dicembre del 1968 in 53 denunce. Il primo nome: quello di Canestrini che scrisse sul giornale: «Ho un solo torto, pur assai grave, avere una precisa collocazione ideologica, aggravata da una pratica costante di difesa giudiziaria nei processi politici. Nel mio studio entrano zingari, testimoni di Geova, studenti. Certo, anche sudtirolesi, anche le famiglie delle vittime del Vajont».

Canestrini era stato legale di parte civile nel processo per la tragedia che distrusse Longarone, Erto e Casso e scrisse «Il genocidio dei poveri», un estratto del processo che si celebrò all’Aquila, cioè molto lontano dal luogo del disastro per tener lontani i superstiti da un’aula di giustizia. «Anch’io ero dell’opinione che il 9 ottobre del 1963, quando la tragedia cancellò più di 2.000 persone, quei grandi errori non si sarebbero più ripetuti. Ero fermamente convinto che la giustizia avrebbe provveduto a punire in modo severo i responsabili della strage. Così il 19 luglio del 1985, circa vent’anni dopo il Vajont, nei primi momenti in cui arrivò l’annuncio dei 269 morti per la strage di Stava, davvero non credevo che fosse possibile il ripetersi di una simile tragedia. E invece era vero, con una ripetizione alla lettera degli atteggiamenti criminali di taluni personaggi dell’industria. Ci si trovò di fronte a operazioni speculative che, sul piano della realizzazione, manifestavano una loro intrinseca debolezza da parte del pubblico e del privato e dirigenti che trovavano in ingegneri e progettisti, validi portavoce delle loro speculazioni. Così crollò il Vajont. Così crollò Stava ... Perché a Stava, come per l’altro precedente, tutti gli amministratori sapevano quello che doveva accadere. Da ricordare Tina Merlin, la giornalista condannata per diffusione di voci false, perché sei mesi prima che crollasse il Vajont aveva scritto un articolo di allarme e denuncia di quello che stava succedendo. Aveva ragione Bertolt Brecht ammonendo: quel che succede ogni giorno, non trovatelo naturale».

Il Sessantotto era l’epoca che vedeva le donne insorgere nei movimenti femministi, dei ragazzi che nel nome di ideali di pace e libertà contestavano il servizio militare, del racconto sulle cinque piaghe della Santa Chiesa, di Canestrini che seduto per terra, partecipava ai sit-in guidati da Mauro Rostagno, in piazza Duomo e in piazza Pasi, sotto le finestre del giornale Alto Adige, del crescere con la figura prima di Sisinio Tribus poi di Giuseppe Mattei e di Sandro Schmid, della forza sindacale. Sarà minacciato il 31 marzo del 1973 dai «Giustizieri d’Italia», formazione di militi che furono nei reparti della repubblica di Salò, che lo odiavano davvero.

Forse l’epoca politicamente migliore, la visse nella primavera del 1974 nei giorni del referendum sul divorzio. Un impegno enorme che la Democrazia Cristiana inaugurò nel convento delle suore di via Borsieri con il comizio di Amintore Fanfari e Flaminio Piccoli. La sinistra replicò con Canestrini, Marco Pannella e Marco Boato nel Teatro Sociale rigurgitante di popolo, al culmine di settimane di battaglie nel nome dei diritti civili e di quella libertà che in quegli anni si andava smarrendo. Adesso resta nella memoria quella pagina di memorabile rivolta all’oscurantismo nato dal connubio fra la Dc e l’Msi, il Movimento sociale italiano di Giorgio Almirante.

I giorni del divorzio, quelli per difendere Dario Fo in un’epoca dove un lavoro teatrale poteva venire accusato di vilipendio, di Giangiacomo Feltrinelli poi morto sul traliccio di Segrate che aveva minato quando nasceva la lotta armata che diede origine agli anni di piombo, alle Brigate Rosse, alla notte della Repubblica. Visse con angoscia la strage - il 16 marzo saranno quarantuno anni - di via Fani, il sequestro di Aldo Moro costretto per 55 giorni nella tragica «prigione del popolo» dove verrà assassinato; della presenza nell’aula bunker di Palermo, accogliendo nel gennaio del 1986, l’appello di Nando Dalla Chiesa, come difensore delle parti civili contro uomini della mafia. Un altro brandello di storia. In quegli anni le rinate camicie nere scandivano nelle piazze: «Ankara, Atene, adesso Roma viene». Aggiunge Canestrini: «Ricordo amici che avevano passato notti a bruciare documenti. Eravamo in un momento molto duro con dittature fasciste in Spagna, Portogallo e Grecia e si sentiva parlare di tentativo di colpi di stato. Poi ho letto sull’Espresso il mio nome nell’elenco di quelli destinati dal generale Giovanni De Lorenzo al campo di concentramento in Sardegna nel caso di un rovesciamento violento del governo del Paese».

I campi di concentramento hanno segnato, orrendamente, il Novecento e quasi tutti gli aguzzini sono sfuggiti alla giustizia. Compreso i due assassini che massacrarono ebrei, partigiani, italiani nella Risiera di San Sabba a Trieste. Canestrini fu patrono di parte civile in quel processo; i due condannati all’ergastolo, rimasero liberi in Germania che si guardò bene dal consegnarli alla nostra giustizia. Un ultimo ricordo: il processo attorno all’Enciclopedia Sessuale, edita da Mondadori, distribuita dalla Provincia, esposta nella biblioteca di Cembra. Scattò una denuncia per oscenità; fu uno scontro memorabile che divise l’opinione pubblica, mobilitò i movimenti femministi e tutta la sinistra. «Dico subito che ottenemmo piena assoluzione, che davanti al palazzo di giustizia ci fu un presidio di centinaia di studenti, donne, operai». Il presidente del tribunale Romolo Zamagni che guidò il processo con la consueta correttezza disse: «Questa manifestazione imbarbarisce Trento».

Sandro Canestrini si alzò dal suo scranno in uno svolazzare di toga e rispose: «Presidente, lei si sbaglia. La nobilita».

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