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Battisti informatore e la Strafe-Expedition

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È il 22 aprile del 1916. Cesare Battisti scrive alla moglie raccontandole che a Milano la sua conferenza intitolata “Gli Alpini” è andata molto bene. “Non hanno fatto che applaudirmi ed erano oltre duemila… c’erano generali e bestie grosse a dovizia”. Poi le comunica di essere tornato “con prontezza” a Verona, a Forte San Procolo, perché “fra pochi giorni si attende la grande offensiva austriaca nel nostro Trentino… proprio oggi era utile la mia opera di informatore. Da stamane e fino a tardi sono stato in mezzo a prigionieri (molti sono trentini) e ho potuto ricavare e commentare delle notizie che stasera sono il tema di discussione e di preoccupazione e qui [Verona] e a Udine”.

Proprio la frase “e qui e a Udine” dove il generale Luigi Cadorna aveva stabilito il comando supremo del Regio Esercito, dimostra come – appunto in quel comando – non si volle credere a Battisti, alla sistematica ricognizione aerea che aveva individuato sugli Altipiani le postazioni dei cannoni di grosso calibro identici a quello in mostra, da un secolo, a Rovereto davanti al Municipio, ai racconti di disertori e prigionieri, alle intercettazioni – le prime compiute sul fronte italiano – di dispacci radio. Scrisse ancora Battisti: “Sono stato per vari giorni sugli Altipiani e in Valsugana. I preparativi austriaci contro di noi sono di proporzioni colossali. Si vuol ripetere per opera austriaca l’attacco [germanico, sul fronte francese] di Verdun”.

Finita la guerra, era stata Ernesta Battisti Bittanti a scrivere che la lettera del 22 aprile “esplicitamente attesta la certezza assoluta del Comando della Prima Armata non solo sulla preparazione ma sulla imminenza della Strafe-Expedition. La frase ‘E qui e a Udine’ potrebbe far pensare che a Verona si ritenesse o si sperasse che il Comando Supremo [a Udine] avesse senz’altro preso in considerazione le informazioni documentate arrivate da Verona” sull’imminenza dell’offensiva austriaca. Ma, prosegue Ernesta Battisti Bittanti nella sua accusa “già dalla lettera successiva si comprenderà come ciò non fosse avvenuto e dagli scritti del generale Cadorna si capisce che riteneva poco probabile l’offensiva” che invece si stava preparando, che fu violentissima ma fallì per l’eroico sacrificio di migliaia di soldati italiani e perché la Germania non aveva concesso al generale austriaco Franz Conrad von Hὂtzendorff, il geniale ideatore di quell’assalto, quelle tre o quattro divisioni che avrebbero permesso lo sfondamento del fronte. Soprattutto nel pianificare l’offensiva, gli austriaci avevano commesso un grosso errore perché sul fronte dell’Isonzo, il generale croato Svetozar Borὂjevic barone di von Bojna, il Leone dell’Isonzo, contrario alla Strafe-Expedition, non scatenò una sia pur simbolico assalto permettendo a Cadorna di trasferire dall’Isonzo agli Altopiani, con una interminabile colonna di autocarri, quella massa di soldati che blocco il piano di Conrad.

E’ il 30 aprile quando Battisti scrive alla moglie un laconico “stanotte mi reco per servizio a Udine”. Nelle sue memorie, Ernesta Battisti Bittanti scriverà: “A me resta chiaro il ricordo che Battisti, reduce da una missione al Comando Supremo [di Udine] mi dichiarò esserne stato incaricato perché erano rimaste senza risposta le sollecitazioni più volte ripetute dal Comando di Verona” dove Battisti operava, “riguardo alle probanti informazioni sull’imminenza e sulla gravità dell’offensiva austriaca. Mi pare sia stato in questa occasione ch’egli si dichiarò sgomento che al Comando Supremo non si fosse creduto alle informazioni della Prima Armata”. Dunque, sgomento di Battisti di fronte all’incredulità del Comando Supremo con quella frase “non ci hanno creduto!” riportata da Tullio Marchetti nel libro “Luci nel buio”. E Marchetti aggiunge: “Battisti mi narrò che al Comando Supremo non aveva trovato Cadorna… aveva insistito per parlare con il generale Carlo Porro, il sottocapo di Stato Maggiore con il quale era stato in rapporti fin dal 1914” quando l’Italia era neutrale. Porro fu impressionato e persuaso dal discorso di Battisti ma al colloquio era presente un ufficiale il quale si affannava ad interrompere, quasi con ironia, la foga del discorso di Battisti con la frase ‘Ma sì, ma sì tenente! Sua Eccellenza ha capito benissimo!’ Quell’ufficiale era il maggiore di stato maggiore Ugo Cavallero della segreteria di Cadorna, giannizzero fedele alla consegna dell’isolamento di Cadorna e Porro”. Cavallero venne nominato il 5 dicembre del 1940 da Benito Mussolini, Capo di Stato Maggiore del Regio Esercito prendendo il posto di Luigi Badoglio che il 28 luglio del 1943, dunque tre giorni dopo la caduta del fascismo, si vendicò del defenestramento facendolo arrestare.

Aggiunge Marchetti: “Si narrò che l’ufficio informazioni del Comando Supremo non avesse inoltrato, per invidia di ufficio, le notizie arrivate da Verona”; si può pensare – e solo di supposizione si tratta – che il maggiore di stato maggiore Cavallero non avesse visto di buon occhio un tenente – certo era il leader degli irredentisti, il deputato austriaco passato all’Italia, ma pur sempre un tenente – che voleva insegnare a far la guerra addirittura a Cadorna. In più Battisti era visto, ne poteva essere diversamente, come un traditore da quegli ufficiali che avevano frequentato le accademie militari dove venivano sapientemente inculcati i concetti di onore, fedeltà, devozione alla patria, alla bandiera, al re, al giuramento.

(3-continua)

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