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Agli albori della tragedia

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Il 27 luglio del 1914 Luigi Cadorna prendeva possesso dell’ufficio riservato al capo di stato maggiore del Regio Esercito e il giorno dopo le edizioni straordinarie dei giornali gli portarono la notizia – il Governo si era dimenticato di avvertirlo – che l’Austria aveva dichiarato guerra alla Serbia. In poche ore tutta l’Europa si trovò mobilitata e il generale si preparò a schierare l’Italia a fianco dell’Austria e della Germania contro la Francia.

Il re Vittorio Emanuele gli comunicò che aveva scelto la neutralità e il comandante supremo una volta compreso che la neutralità preludeva allo scioglimento dai vincoli della Triplice Alleanza, cominciò a pensare alla guerra contro quelli che da trent’ anni erano alleati del Regno.

Senza capire cosa stesse accadendo sul fronte francese dove il conflitto aveva già assunto i contorni di una logorante guerra di posizione con stragi di uomini ed enorme consumo di materiali, non si era reso conto che l’italico esercito «era poco agguerrito moralmente. Le nostre popolazioni rurali che dovrebbero darne il nerbo, non hanno più gli stimoli semplici ed istintivi della guerra come possono sentirli dei primitivi (sic!) quali i contadini russi; e viceversa, non hanno ancora acquistato il pensiero, la coscienza di cittadini, come i tedeschi, i francesi, gli inglesi».

Questo era il pensiero di Giovanni Giolitti, l’uomo che aveva voluto la guerra in Libia e nel 1914 aveva dovuto lasciare la presidenza del Consiglio ad Antonio Salandra. Neutralista convinto, scrisse a Olindo Malagodi direttore della «Tribuna» di Roma una lettera nella quale si legge: «Credo molto, nelle attuali condizioni dell’Europa, potersi ottenere senza la guerra» perché l’ambasciatore di Germania a Roma aveva fatto balenare l’ipotesi che l’Austria, in cambio della neutralità, avrebbe ceduto il Trentino all’Italia. La frase venne modificata. Passò alla storia come: «Potrebbe essere, e non apparirebbe improbabile, che nelle attuali condizioni dell’Europa, parecchio possa ottenersi senza una guerra» e quel sostantivo – definito infame dagli interventisti decisi a volere tutto con la guerra – accompagnò le giornate di maggio che divennero subito tragiche nei primi giorni di giugno quando il Regio Esercito cominciò a «grattare» le doline del Carso.

Il Governo cominciò subito la «politica del doppio binario», cioè trattando con Vienna e Berlino da una parte, con Parigi e Londra dall’altra. In Europa si capì che la guerra non sarebbe durata «un paio di settimane»; l’Italia non poteva cominciare il conflitto sulla soglia dell’inverno e il 4 marzo del 1915 Roma cominciò il segretissimo negoziato con i nuovi alleati che si sarebbe concluso il 26 aprile con la firma del Patto di Londra: garantiva all’Italia di potersi espandere fino al Brennero, a Trieste, in Istria e parte della Dalmazia.

Fu un accorso segretissimo: solo Salandra, il ministro degli Esteri Sidney Sonnino e il re erano a conoscenza. Insomma dal 26 aprile al 24 maggio l’Italia fu alleata della Serbia, della Francia, Russia e Inghilterra, e di Berlino, Vienna. Era il «sacro egoismo» e nonostante gli insuccessi militari in Libia, il devastante terremoto che il 13 gennaio del 1915 aveva distrutto la Marsica causando oltre trentamila morti e mostrando una tragica impreparazione nelle operazioni di soccorso e la rivolta contro il militarismo della «settimana rossa», Cadorna era sicuro che l’intervento italiano avrebbe fatto concludere la guerra in breve tempo.

Nei primi giorni di maggio il «partito della guerra» prese il sopravvento. Al grido di «morte a Giolitti» l’uomo del parecchio da ottenersi senza la guerra, guidati da Benito Mussolini e Gabriele D’Annunzio, infiammati dai discorsi di Cesare Battisti scatenò in quasi ogni città d’Italia la violenza contro neutralisti e giolittiani. Sarebbero passate alla storia come le «radiose giornate di maggio».

In realtà si trattò di un golpe mentre i dirigenti del partito socialista sancivano la sconfitta del proletariato coniando lo slogan «né aderire né sabotare».
 
Intanto Cadorna si presenta alla ribalta dell’Italia con la prima circolare datata 19 maggio. Dieci punti e tutti dedicati alla disciplina. Rigore esemplare. Nessuna tolleranza. Punizione pronta e immediata. Estreme misure di coercizione. Mentre gli inglesi negavano all’Italia le loro mitragliatrici perché non sapevano se venivano pagate e contro chi avrebbero sparato, al popolo di contadini, dei braccianti, degli analfabeti per lo più ignaro della posta il gioco chiamati, anzi richiamati, a bagnare con il sangue quel Carso che la leggenda vuole non creato da Dio ma dal Demonio, si promettevano punizioni e repressioni.

In quelle condizioni il Regio Esercito veniva spinto contro profonde trincee, reticolati, fortificazioni che rimasero imprendibili fino al tardo autunno del 1918. Così cominciò la tragedia continuata ben oltre il 3 novembre del 1918 con l’avvento del fascismo, la guerra coloniale per la conquista dell’Abissinia e la seconda guerra mondiale finita nel maggio del 1945.

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