Salta al contenuto principale

La «settimana rossa» di Benito Mussolini

Tempo di lettura: 
4 minuti 12 secondi

Era l’aprile del 1914 quando ad Ancona il congresso nazionale socialista sfociò nella «congiura» rivoluzionaria che scatenò la «settimana rossa» guidata da Benito Mussolini. Fu la rivolta popolare alle spese per la guerra in Libia, nel frattempo divenuta sanguinosa guerriglia. In molte città del nord Italia soffiava un vento decisamente antimonarchico e a Milano l’amministrazione socialista fece sapere che si sarebbe astenuta «da qualsiasi cerimonia o manifestazione che potesse suonare omaggio alla monarchia. Si sappia dunque sin d’ora che se, ad esempio, domani Sua Maestà Vittorio di Savoia avesse idea di venire a Milano troverà il portone di Palazzo Marino solidamente sprangato».

La guerra libica con i suoi morti, i mutilati, i feriti, le atrocità commesse da arabi e italiani, aveva accentuato le campagne contro il militarismo, la corsa agli armamenti, le spese militari e nel Regno d’Italia le forze proletarie, scoperto l’inganno nazionalista e colonialista dell’avventura a Tripoli, si allearono contro il militarismo diventato il nemico principale, sopravanzando persino il capitalismo.  Si cominciò con le donne che, in massa, si sdraiavano sui binari per bloccare le tradotte dirette ai porti dove venivano imbarcati i soldati destinati alla «quarta sponda» e i brevi filmati dell’epoca ci mostrano la cavalleria che arresta la carica a pochi metri dai muri formati dai corpi delle «popolane» mentre i sindacati rivoluzionari avevano promosso una giornata di solidarietà nazionale con le vittime del militarismo, da effettuare la prima domenica di giugno, in contrapposizione alla festa dello Statuto.

Si legge sui giornali la «Volontà» e «L’internazionale» l’invito «alle masse a levare alta la protesta contro il militarismo che costituisce il mezzo più terribile di violenza e di prepotenza di cui ogni governo si vale per soffocare nel sangue le aspirazioni del proletariato». Ci fu lo sciopero. I Reali Carabinieri sparano. Morirono due operai, altri rimasero feriti, il telegrafo diramò le notizie e a Roma i dimostranti innalzarono barricate. Barricate sorte anche a Firenze, Parma, a Napoli, Bari, in Sardegna mentre le linee ferroviarie venivano minate, quelle telegrafiche sabotate, gli edifici pubblici e le chiese assaliti e incendiati al canto della Carmagnola con quel «dinamite ai palazzi e alle chiese – pugnalate l’odiato borghese» che seminava spavento mentre a Savio, in Romagna, i rivoltosi catturano un generale e sei ufficiali. Grande sconcerto nel mondo in divisa perché nelle accademie si insegnava che un ufficiale, se assalito, o soccombeva oppure uccideva l’assalitore mentre ogni altra soluzione era viltà.

Aumentò la psicosi rivoluzionaria; i vertici del socialismo proclamarono «non si tratta più di sciopero ma di rivoluzione» ma all’improvviso – era l’11 giugno del 1913 – a Milano, Mussolini invitava i lavoratori a cessare lo sciopero pubblicando un fondo sull’ «Avanti!» dal titolo «Tregua d’Armi». Scriveva che «lo sciopero è stato effettuato da un capo all’altro dell’Italia… è cominciato un periodo di tregua sociale, ne profitteremo per consolidare i nostri organismi politici, per reclutare nuovi operai… cosicché quando batterà nuovamente la diana rossa, il proletariato si trovi sveglio, pronto e deciso al più grande sacrificio…».

Questa era l’Italia un anno prima del famoso maggio. Una nazione in rivolta, un esercito che nella «terra promessa» – ma si era scoperto che era solo arida – non riusciva a piegare i ribelli che difendevano la propria religione, le proprie donne e si opponevano al colonialismo perché avevano sentito dire cosa accadeva là dove dominavano inglesi e francesi. Un’economia in crisi, un’agricoltura vessata dal latifondo, dalla malaria, dalle tasse sul pane e sul sale. Davvero un anno dopo gli stessi italiani che si erano ribellati all’avventura libica volevano impugnare le armi per liberare il Trentino dal giogo austriaco? Scrisse Claus Gatterer che resta il più importante e il più corretto biografo di Cesare Battisti: «Appena arrivato in Italia, Battisti dovette constatare che il triplicismo, cioè la politica della Triplice alleanza, era più popolare di quanto avesse pensato». Si trovò nel mezzo di una grande crisi dove una minoranza interventista istigava il Paese alla guerra mentre la maggioranza in Parlamento, benché orientata contro la guerra, si rassegnava alle pressioni delle masse sobillate da Gabriele D’Annunzio, dai futuristi, da Mussolini.

A proposito di futuristi. Filippo Tommaso Marinetti nel Manifesto del Futurismo pubblicato per la prima volta sulla «Gazzetta di Parma» poi il 20 febbraio del 1909 a Parigi, sul «Figarò», enunciava al punto nove e dieci: «Noi vogliamo glorificare la guerra, sola igiene del mondo, il militarismo, il patriottismo… e il disprezzo della donna. Noi vogliamo distruggere i musei, le biblioteche, le accademie di ogni specie e combattere contro il moralismo, il femminismo… ». Uno sciopero generale contro la guerra organizzato a Milano – dove era forte il ricordo delle Cinque Giornate e di conseguenza l’odio all’Austria – si concluse con scontri sanguinosi; a Roma gli studenti che stavano per essere gettati nella fornace del conflitto, assalirono e devastarono Montecitorio. Nessuno sapeva che era stato firmato il Patto di Londra: prevedeva l’entrata dell’Italia in guerra contro l’Austria. Rimase segreto fin quando nel 1917, i bolscevichi giunti al potere con la Rivoluzione d’Ottobre, lo resero noto.

Ti sei ricordato di condividerlo con i tuoi amici?