Un nuovo approccio al fare città

Un nuovo approccio al fare città

di Impact Hub Trentino

Raons Públiques: costruir, partecipar, educar. Un nuovo approccio al fare città

Effetti collaterali - positivi - degli appuntamenti del Festival dell'Economia. A margine della presentazione del libro di Giovanni Semi (Gentrification. Tutte le città come Disneyland? - Ed. Il Mulino) ho scambiato quattro chiacchiere con Giovanni Roncador. Conoscevo sommariamente la sua storia da libero professionista "emigrante", ma la breve chiacchierata avuta con lui mi ha convinto che la sua storia meritasse di essere raccontata in maniera più diffusa.

È stata l'occasione di parlare di Raons Públiques e - prendendo spunto dall'esperienza di lavoro innovativa di un gruppo di professionisti - di come stiano cambiando le traiettorie dell'urbanistica e con esse il modo di guardare alla rigenerazione dello spazio pubblico e più in generale alla gestione (obbligatoriamente sempre più partecipativa e inclusiva) delle città. Non abbiamo mancato di puntare lo sguardo sull'esperienza politica e comunitaria della sindaca Ada Colau e su come Barcellona - il contesto dentro il quale Giovanni opera - reagisce alle sollecitazioni dell'azione della cooperativa Raons Públiques che basa il suo lavoro sul motto "Costruir, partecipar, educar"


Architetto in Spagna. Come ti sei mosso? Come hai cercato collaborazioni e punti di appoggio in città?

La mia esperienza lavorativa in Spagna comincia nel 2010, grazie a una borsa di studio del Ordine degli Architetti di Trento. Da tre anni stavo collaborando con alcuni studi professionali e con l’Università di Venezia dopo aver conseguito la laurea in Architettura nel 2007. In questi anni anche un po' tutta l’economia italiana , ma soprattutto il mondo dell’edilizia stava attraversando un momento di grave crisi. La possibilità di esplorare nuovi paradigmi lavorativi arriva da un Fondo Europeo per giovani professionisti destinata ad iniziative da realizzare all’estero. Scelsi di passare i seguenti sei mesi nella ONG Arquitectos Sin Fronteras che nel 2010 era molto attiva in Spagna e a Barcellona.

[[{"type":"media","view_mode":"media_original","fid":"1472026","attributes":{"alt":"","class":"media-image","height":"635","width":"1379"}}]]

Fu il momento in cui entrai a contatto con la realtà parallela della città, con la capillare rete associativa, formale e informale, con cui ASF lavorava e sviluppava progetti a scala locale. In quei mesi all’interno della ONG alcuni volontari stavano sviluppando un progetto chiamato Raons Públiques (Ragioni Pubbliche) che aveva come obiettivo l’integrazione della cittadinanza in piccoli interventi nello spazio pubblico. Il gruppo cominciò a crescere, imparare da altre discipline, incorporare figure professionali differenti, collaborare con altre realtà associative, costruire metodologie e finalmente porre obiettivi comuni verso la costruzione di una città più inclusiva e sensibile alla reali esigenze della popolazione. In quel momento (2012) Raons Públiques contava con 11 volontari provenienti da realtà geografiche, culturali e professionali differenti.

Il gruppo integrava profili diversi provenienti dal mondo dell’architettura/urbanistica, della sociologia, dell’antropologia, della grafica e delle costruzioni. Abbiamo deciso quindi di fondare un'associazione, affittare un piccolo spazio nel quartiere de Poble Sec, e investire un po' del nostro tempo in questo progetto comune.

Raons Públiques. Quali motivi vi hanno spinto a scegliere questa forma, spazio di co-working da un lato e e luogo della condivisione professionale dall'altro?

Creare una realtà professionale in un momento così difficile per l’economia spagnola non é stato facile. Il progetto di Raons Públiques ha dato risposta primariamente alle inquietudini e alle necessità dei suoi fondatori. Il passaggio del gruppo a cooperativa nel 2015 ha permesso di dare valore all’esigenza di un compromesso sociale che potesse avere un impatto diretto sulle nostre vite sia come cittadini sia come professionisti. In generale ci trovavamo in disaccordo con una prassi urbanistica sviluppata in maniera settoriale e segmentata, con un basso livello di coinvolgimento della cittadinanza.

La maggior parte dei processi di trasformazione corrispondevano a un modello di città obsoleto e insostenibile rispetto ai cambi che stava subendo la società. La sfida principale di Raons Públiques è stato scommettere su modello differente di fare città, basato su una proposta metodologica interdisciplinare di partecipazione che potesse essere riconosciuta dagli spazi istituzionali come valida, efficace e potesse garantire la sostenibilità dei progetti urbani. L’approccio e la metodologia orizzontale di ricerca/azione partecipativa è alla base sia dell’organizzazione del gruppo sia di ogni progetto che si presenti a differenti scale.

E come vanno gli affari? E soprattutto, conta solo la dimensione economica (quante fatture, quante consulenze, ecc.) o c'è qualcosa di più dentro questo nuovo paradigma lavorativo?

L’impulso verso la formazione della cooperativa viene da un fervore nell’ambito catalano verso una nuova economia di tipo sociale, che ha permesso l’affermazione di molte alternative professionali nell’ambito della costruzione delle città, pensate e gestite in modo collettivo e più responsabile. Per questo cerchiamo con il nostro modus operandi di superare la visione dei ruoli classici e settoriali dei professionisti: l’urbanista non si limita più a redigere planimetrie e normative svincolate dalla realtà sociale dei quartieri, mentre il ruolo dell'educatore sociale non rimane solo vincolato all’analisi e all’assistenza. 

Abbiamo cercato quindi di generare, attraverso l’economia cooperativa, uno spazio di conciliazione professionale, dove riuscire a scambiare capacità e esperienze con un chiaro progetto di auto-remunerazione. Dopo quasi cinque anni, il progetto garantisce a sei soci uno stipendio minimo, con l’obiettivo di aumentarne il numero in futuro coinvolgendo differenti profili professionali.

Veniamo al "corpo" del vostro lavoro? Come sono cambiate le città? Cosa sta succedendo dentro i contesti urbani (colpiti dalla crisi e da nuove ri-composizioni sociali) e di conseguenza come varia il ruolo degli architetti, degli urbanisti, dei sociologi, degli animatori di comunità?

In generale i maggiori cambi che interessano le città e di conseguenza il nostro lavoro sono avvenuti nell’ambito sociale: le categorie classiche (giovani, anziani, operai, classe media, etc) e i gruppi sociali sono molto più eterogenei con traiettorie e obiettivi di vita complessi che riflettono in ambito politico una duplice componente: se da un lato stiamo vivendo un ritorno dell’interesse verso la cosa pubblica, dall’altro c’è una forte crisi verso la legittimità delle istituzioni. Se poi aggiungiamo il momento economico sfavorevole in cui versano le istituzioni locali per far fronte alle problematiche urbane, possiamo capire da dove sorgano le crescenti pressioni locali che rivendicano un crescente bisogno di rappresentatività nella presa di decisione e nella gestione dei conflitti.

In questo ambito diventano obsolete alcune delle competenze “classiche” dei professionisti. Se ci chiedessero se siamo uno studio di architettura o dei consulenti di partecipazione dovremmo rispondere: entrambi. Lavoriamo per la creazione di nuovi spazi di partecipazione, dove la formazione e la responsabilizzazione dei cittadini possa trasformarci da “oggetto” a agente attivo per il cambio del contesto. Il nostro ruolo di mediazione è parte di un “azione comunitaria” più ampia; formando un gruppo di attori che sviluppano insieme un progetto partendo dall’analisi delle necessità, traduciamo e trasformiamo il linguaggio tecnico, creiamo sinergie fra le associazioni e gli agenti interessati, disegniamo strategie e processi, fino alla concretizzazione di una proposta e nel migliore dei casi del progetto stesso.

Ë importante infatti che ogni progetto contenga la dimensione di miglioramento sociale (mettendo in relazione gli agenti, formando i cittadini) e la dimensione fisica (di trasformazione degli spazi stessi).

Come reagisce Barcellona a questi stimoli? E cosa sta succedendo con la nuova Sindaca, dal background particolare (è un ex-occupante di case e attivista sociale) e dal programma elettorale decisamente radicale?

Ada Colau e gran parte del suo team politico fa parte di quella parte di popolazione che cinque anni fa si riunì nelle piazze per protestare e “indignarsi” verso l’allora sistema istituzionale (quel movimento che conosciamo come “indignados” o 15M). Il suo gruppo “Barcelona en comú” adesso si trova a dover gestire grandi responsabilità: rispondere alle esigenze che la gente rivendicava nelle piazze anni prima, rendere più trasparente la propria politica, debellare la corruzione e diversificare l’economia del centro di Barcellona, alleggerendo l’impatto del turismo di massa.

Questa serie di obiettivi non hanno bisogno solo di una politica valida e innovatrice, ma anche di un gran sforzo empatico da parte della stessa cittadinanza, che deve espandere questa volontà di coinvolgimento per capire che la città sarà migliore se ci co-responsabilizziamo per il suo futuro e per la sua costruzione.

Dopo il primo anno di mandato il gruppo di Ada Colau sta cercando di rivedere alcuni meccanismi esistenti, e soprattutto il significato di partecipazione. Approfittando del lavoro già realizzato, del capitale umano a livello tecnico, associativo e cooperativo esistenti si sta lavorando sui sistemi di co-decisione nei problemi di interesse pubblico, dove le istituzioni possano garantire processi di trasformazione urbana efficaci, concreti e condivisi.

Costruir, partecipar, educar. Le parole chiave della vostra proposta che sembrano corrispondere fedelmente a questo mandato cittadino? Quali sono le ambizioni e quali le difficoltà di questo approccio?

I nostri progetti hanno tre principi fondamentali: il coinvolgimento dei cittadini, l’educazione/formazione e la trasformazione fisica dello spazio. Educare significa “imparare a conoscere” il nostro intorno urbano; “imparare a vivere insieme” con lo scopo di conoscere e capire per poi riuscire a formulare un analisi condivisa delle necessità e dei bisogni del nostro Habitat (quartiere, scuola, strada, piazza, luogo di lavoro, etc.). 

Costruire per materializzare e dare forma ai desideri e alle opportunità formulate dai diversi agenti del processo; costruire é anche prendere parte alla trasformazione, sporcarsi le mani, assumere una responsabilità sulla buona riuscita del progetto. Partecipare per sentirsi parte, decidendo come saranno gli spazi del proprio intorno. Le difficoltà principali di questo tipo di approccio sono principalmente la mediazione dei conflitti fra i gruppi sociali e la rappresentatività reale dei processi di partecipazione.

La gestione di questi tipi di progetto vuole rendere consapevole la cittadinanza, riformulare le problematiche, aprire il dibattito alla maggior parte possibile della popolazione - organizzata e non -, animare le relazioni fra i gruppi sociali smuovendo il normale equilibrio dei poteri amministrativi (il classico procedimento per cui le proposte arrivano dall’alto, e i gli spazi di consultazione sono minimi). Si mescolano i ruoli e si producono quindi nuovi livelli di consapevolezza che spesso portano a ulteriori conflitti. La presa di posizione, il coinvolgimento nel processo e il riconoscimento dell’altro come figura presente nell’intorno creano conflitti che in generale se analizzati e sistematizzati non possono che essere positivi e utili, e quindi generativi.

[[{"type":"media","view_mode":"media_original","fid":"1472036","attributes":{"alt":"","class":"media-image","height":"480","width":"480"}}]]

 

L’altro aspetto controverso in questi tipi di esperienze è il tema della rappresentatività legale. Dopo decadi di processi e consultazioni popolari su progetti di trasformazione senza valore amministrativo la popolazione ha necessità di sentire che gli sforzi e le idee messe sul tavolo trovino una reale materialità. La rappresentatività di un processo partecipativo è però difficile da misurare; certamente il suo valore va ricercato negli aspetti più qualitativi che quantitativi o statistici.

Per esempio la qualità delle analisi previe al progetto, la capacità di coesione dei differenti gruppi sociali per formare un solido gruppo motore, il buon funzionamento degli spazi di comunicazione e dialogo, la sistematizzazione delle necessità e delle proposte, e infine la maturità politica dei cittadini stessi secondo il loro grado di coinvolgimento nel processo urbano in questione.

Come vi immaginate tra dieci anni? Come saranno le città sulle quali continuerete a operare?

I membri della cooperativa hanno origini e traiettorie diverse; il progetto evolve con essi. Abbiamo sempre pensato che Raons Públiques sia uno spazio di apprendimento per tutto il gruppo. Chissà se tra 10 anni possa esserlo per più persone o gruppi. 

Sicuramente è importante e stimolante lavorare in contesti urbani come quello di Barcellona, città con una lunga tradizione partecipativa e in continua mutazione. Abbiamo da poco cominciato a collaborare con altre medie e piccole città della Catalunya, dove le dinamiche e le problematiche locali sono differenti non solo per un fattore di scala. 

[[{"type":"media","view_mode":"media_original","fid":"1472041","attributes":{"alt":"","class":"media-image","height":"472","width":"394"}}]]

Le sfide per le città tra 10 anni? Per esempio la formazione di tecnici e professionisti più improntata verso questi tipi di esperienze. Nell’ambito accademico c’è una domanda reale da parte degli studenti inerente ai nuovi approcci all’urbanistica che non trova compimento nelle materie “tradizionali”. Lavorare verso una reale corresponsabilità fra amministrazione e cittadini per le politiche pubbliche e la gestione della città, lasciando per esempio da parte il modello di sviluppo “estrattivo” basato in economie di “monocoltura” come il turismo di massa, per puntare verso economie con maggior etica e diversità.

comments powered by Disqus