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Le donne, gli orecchini e gli auricolari sessisti

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Programmi, ragazze, che si fa? No, non per il weekend. Programmi per i computer. Perché giustamente anche le femmine possono «smanettare» con i software. Portabandiera di questa occupazione, un tempo tipicamente maschile, è Reshma Saujani, statunitense di origine indiana, avvocato di grido e fondatrice, appunto, dell’organizzazione no-profit Girls Who Code, donne che programmano. Secondo la Saujani, scrivere codici diversi, cioè con maggiore empatia e più attenzione ai rapporti umani, può cambiare il mondo. E potrebbe essere vero. A patto di non cadere nella trappola degli orecchini.

Nel mondo dell’informatica le donne sono ancora pochissime, ben venga un’educazione digitale al femminile. Fantastico che le persone, di qualunque sesso, possano seguire le proprie inclinazioni senza perdere fascino, anzi, acquistandone.

Tra gli uomini, poi, c’è a chi piace la donna dolce e «con la gonna», come cantava Roberto Vecchioni, e chi invece apprezza di più la donna decisa, grintosa e in carriera. E chi un po’ e un po’: anche noi uomini siamo esseri complessi e pieni di contraddizioni. Benissimo, il mondo è bello perché è vario. Dunque niente in contrario che le ragazze codifichino stringhe informatiche, ci mancherebbe. Abbasso il sessismo, il conservatorismo, i pregiudizi, il maschilismo e tutto quello che volete.

Però, c’è un però. Ascoltando un’intervista radiofonica con Reshma Saujani avverto qualcosa di stonato. È il racconto di un aneddoto relativo alla progettazione dei nuovi auricolari EarPods, da parte di Apple. I designer maschi sarebbero colpevoli di non aver preso in considerazione il fatto che le donne portano orecchini pendenti, che cozzano con quegli auricolari. Se ci fosse stata una delle Girls nella stanza degli ideatori lo avrebbe detto subito, sostiene Reshma Saujani, bocciando quel design irrispettoso e «invasivo».

Ebbene, al netto di tutti gli stereotipi, questa cosa del maschilismo dei programmatori che non hanno pensato agli orecchini pendenti, francamente, mi sembra una cavolata. Anzi, forse è qualcosa di più importante di una cavolata: è un’incoerenza, un trabocchetto di genere.
Un po’ come altre iniziative sull’onda delle quote rosa, che anziché dare giustamente pari opportunità alle donne, perpetuano un ghetto. Di colore rosa, appunto.

Portare gli orecchini pendenti non è affatto un handicap naturale da compensare con oggetti politicamente corretti. È invece una (bella) scelta, estetica e culturale. In California, poi, notoriamente lo stato più gay friendly degli Stati Uniti, a portare gli orecchini non sono soltanto le donne, ma anche molti uomini. E questo detto senza dare per scontato che siano solo gli omosessuali a portare gli orecchini a pendente. Portare questi orecchini non è dunque una connotazione particolarmente simbolica, né una bandiera femminista.

O magari se uno/a porta pesanti orecchini pendenti, santo cielo, li toglie per mettersi gli auricolari, e morta lì. Lungo questa china rischiamo il delirio. Come quella che ha fatto causa al Comune perché una sera, rientrando a casa, i suoi tacchi a spillo si sono incastrati tra i bolognini. Dai, per favore.

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