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Maturità: Bassani, rifugiati e discriminazioni

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Molti studenti di quinta continuano purtroppo a svolgere programmi che non vanno oltre i primi decenni del ’900, e quindi non hanno affrontato l’opera di Giorgio Bassani, oggetto della prima traccia del tema di italiano della Maturità.

Tuttavia la grande fama e diffusione del romanzo in oggetto, «Il giardino dei Finzi Contini», e il tema della persecuzione antisemita su cui è incentrato il testo, hanno consentito a più maturandi del solito di cimentarsi con questa tipologia, in genere poco frequentata. Si tratta poi di un brano di grande presa ed efficacia, che nel rappresentare il dramma della discriminazione razziale in una dimensione intima e quotidiana lo rende ancora più lacerante.

Il protagonista e narratore dà conto di come non abbia potuto fare a meno di criticare aspramente un altro personaggio per lo sguardo superficiale, «da turista» con cui questi esprimeva un giudizio benevolo su Ferrara.

Un giudizio benevolo su Ferrara, sulla indulgenza e la tolleranza a suo dire dimostrata dalla città, evidentemente in merito alla scottante questione di cui si parla poi. Per dimostrare il contrario, racconta di quanto gli è capitato pochi giorni prima, e cioè di come è stato proditoriamente allontanato, in quanto ebreo, dalla Biblioteca Comunale, luogo a lui caro e frequentato fin dagli anni del ginnasio. Nella parte finale del brano il protagonista si sofferma ad analizzare l’assurdità di un tale provvedimento, anche in rapporto all’apertura e alla integrazione da sempre praticate dalla propria famiglia, o ad essa imposte.

A ferirlo più crudamente è stato proprio il fatto di avere grande familiarità con quella Biblioteca, dove si sentiva «un po’ come a casa» e poteva contare su «confidenza e famigliarità». Ma anche che la sala era in quel momento affollata di ragazzi, intimiditi o atterriti davanti alla scena che hanno seguito in un «silenzio sepolcrale», da cui il disagio e l’imbarazzo con cui lui ha dovuto raccogliere la sua roba e andarsene, dopo che l’inserviente Poledrelli gli ha intimato di farlo.
Di estrema efficacia è a questo riguardo che tale inserviente venga definito «ottimo», aggettivo carico di amaro sarcasmo, per il modo zelante e ostentato con cui questi applica la sordida normativa da poco entrata in vigore.

Il protagonista spiega perché l’emarginazione di cui viene fatto oggetto gli appaia del tutto incongrua e inaccettabile nelle righe 22-34, dove ricorda come, al contrario ad esempio di quella dei Finzi Contini, la propria famiglia non si sia isolata dalla «vita associata cittadina», ma in tutti i propri componenti, volente o nolente, ne abbia fatto parte.
La concitazione del protagonista, che contribuisce non poco ad alzare la temperatura emotiva del testo e perciò a renderlo coinvolgente, compare fin dall’incipit («Una sera non mi riuscì di trattenermi», e «gridai»), poi nella serie di domande retoriche poste nel finale, con un’enfasi carica di sdegno, fino all’amara conclusione finale («Lasciamo perdere!»), in cui sembra sopraggiungere una forma di fatalismo, se non di rassegnazione al corso inesorabile degli eventi in atto. E qui sta anche l’implicita denuncia della pretestuosità, della profonda ipocrisia che sta alla base delle pratiche di discriminazione.

Nel suo insieme, il brano rappresenta un’efficace attestazione della sorpresa, dello sgomento e dell’angoscia provata dal protagonista, e con lui, come lui, da tanti altri ebrei, che da un giorno all’altro si vedono cacciati da una realtà che apparteneva loro intimamente, troncando di netto legami umani, affettivi, professionali, il tutto sulla base dell’odiosa discriminazione razziale, poi sfociata in olocausto, voluta dal nazismo contro gli ebrei e diligentemente applicata, non dimentichiamolo, anche dal regime fascista in Italia. Numerose sono le opere, libri e film, che hanno affrontato tale dramma, e almeno alcune dovevano essere note ai maturandi, se non altro per quanto hanno acquisito nelle «Giornate della memoria». Penso, fra i libri, anzitutto al Diario di Anna Frank e a Se questo è un uomo di Primo Levi, a La banalità del male di Hannah Arendt, a Suite francese di Irène Nemirovsky, e soprattutto al celeberrimo L’amico ritrovato di Fred Uhlman, molto vicino al brano di Bassani nel mostrare la dolorosa frattura dei legami famigliari e affettivi. E fra i poeti che dovrebbero essere patrimonio degli studenti, si poteva ricordare almeno La capra di Saba, col suo breve ma fulminante accenno.

Ai maturandi era infine lasciata l’alternativa di una riflessione più generale sul tema della discriminazione e dell’emarginazione, e qui gli si offrivano ampie possibilità, collegandosi anche a questioni oggi più scottanti mai. Basti ricordare che la prova di Maturità si è svolta il 20 giugno, giornata mondiale del rifugiato, e che nel contempo proprio in questi giorni abbiamo dovuto assistere al respingimento da parte del governo italiano di una nave carica di profughi in condizioni disperate, o la brillante proposta da parte di un nostro vice-premier di un censimento dei Rom (in cui l’aggettivo svolge funzione analoga a quella dell’«ottimo» usato da Bassani). Ma chissà quanti di loro hanno avuto il coraggio e le conoscenze per avventurarsi su un terreno così insidioso.

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