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Bolzano europea, Trento dorme

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Venerdì a Bolzano è stato approvato il piano di sviluppo del Virgolo: nascerà un parco di sei ettari, con funivia, impianti sportivi, uno studentato universitario e campo di rugby. Giovedì, sempre a Bolzano, è stato abbattuto il degradato e abbandonato palazzo di via Cassa di Risparmio, per ridisegnare il centro storico, con una nuova piazza, spazi verdi, garage interrati e abitazioni in stile con il quartiere, realizzati da Podini. Sempre nel capoluogo altoatesino a dicembre, con l'acquisto da parte di Benko del palazzo ex Upim, si è sbloccata una parte importante della città vuota da anni con una pianificazione di qualità che rimetterà in collegamento le due più belle piazze di Bolzano, Domenicani e Walther. 

A settembre è partito il cantiere Gries, che riprogetterà l'intero quartiere, sostituendo la vecchia cantina con parco, ciclabili e alloggi omogenei al contesto architettonico, con una densità ridotta per evitare agglomerati inguardabili. Nello stesso tempo è partito il grande piano di riqualificazione urbanistica tra le vie Perathoner, Alto Adige, viale Stazione e Garibaldi, con negozi, aree ad uso pubblico, lo spostamento della stazione autocorriere, dando vita al famoso «Waltherpark». A breve ci sarà poi tutta la partita dell'Areale, con lavori che si quantificano in un miliardo di euro per spostare la ferrovia. 

In aggiunta ai 500 milioni messi sul tavolo solo dalla squadra Benko-Hager, in un modello di intesa pubblico-privato che sta funzionando molto bene, con vantaggi per tutti. Mentre Bolzano si attrezza a diventare città europea con un fervore di iniziative e di progetti, pronta per il 2027 quando sarà inaugurato il tunnel del Brennero, a Trento tutto (o quasi) tace. La città del Concilio dorme placidamente quando i nostri vicini invece corrono.

Non ci sono solo il tasso di crescita del Pil, l'export, l'occupazione, il reddito pro-capite, la ricchezza diffusa a fare del Sudtirolo il motore trainante della regione, surclassando alla grande il Trentino, un tempo locomotiva regionale. Adesso anche la città capoluogo ha spiccato il volo, diventando sempre più bella, più verde, più efficiente, rimodernando in maniera innovativa il suo volto

Trento, che con l'amministrazione Goio si era dato uno slancio incredibile, da anni si appassiona invece ai dibattiti, alle riunioni-fiume, alle dichiarazioni pompose a cui non segue nulla, e tutto giace inesorabilmente fermo. Non si è riusciti nemmeno a rendere usufruibile per gli Alpini l'area ex Italcementi, da vent'anni in attesa di definizione, spettrale spianata abbandonata con le due orribili ciminiere che spuntano nel deserto. E sì che l'adunata del 2018 era immaginabile ormai da quasi dieci anni. Per non parlare dell'ex carcere e relativo polo giudiziario, di cui si teorizza da almeno quindici anni, con i ruderi abbandonati in pieno centro. Qualche metro più in là il «buco Tosolini», da trent'anni voragine a cielo aperto, che forse (forse?) vedrà dopo tre decenni una soluzione. E poi si potrebbe andare avanti all'infinito: il Palazzo delle Poste, storico edificio del centro, in stile futurista con la genialità di Mazzoni, lasciato ai graffitari e a fungere da orinatoio alla luce del sole; la stazione dei treni, ormai fra le più brutte e mal funzionanti d'Italia; gli ecomostri cittadini come la «Nave» del quartiere San Pio X, sigillati e abbandonati, lugubri alla vista. E poi l'ex hotel Panorama, una delle posizioni più belle e attrattive di Trento, colpevolmente consegnata ai vandali; le aree ex Sloi, che resteranno perennemente inquinate e barricate; il deserto di via «al Desert»; la telenovela dello stadio da spostare e del polo fieristico, una barzelletta che ha fatto spazientire perfino l'Università. Per non parlare del fantasmagorico «rilancio del Bondone», di cui si riempiono la bocca tutti quanti quando non si sa cosa dire, cavallo di battaglia ormai da mezzo secolo. 

Intanto i nostri vicini altoatesini, lanciati verso l'Europa, ci hanno ormai distaccato di parecchie lunghezze. È di giovedì scorso il rapporto Astat sul conto economico della provincia di Bolzano, che ci umilia ulteriormente, mostrando cifre alla mano come loro galoppano e noi seguiamo a rilento, surclassandoci di oltre 3 miliardi all'anno in più di Pil, quando solo qualche anno fa eravamo appaiati. Oggi i sudtirolesi hanno superato i 22 miliardi di Pil, mentre il Trentino è fermo a 18 miliardi e 800 milioni.
A questo punto non è solo questione di ricchezza prodotta: c'è differenza di visione. I due capoluoghi ne sono la plastica raffigurazione. Grazie a una proficua intesa pubblico-privati, cioè Comune e società di investimento, la città è tutta un cantiere dovunque si vada. Il cuore pulsa, con un'amministrazione attenta e capace di valorizzare le idee dei privati traendone vantaggio pubblico (e bilanci fortemente in utile), e soprattutto un dinamismo che ha contagiato i cittadini, come dimostra il referendum che l'investitore tirolese Benko ha vinto alla grande l'altr'anno, nonostante l'opposizione di tutti i poteri forti del vecchio sistema. 

Bolzano sta dando l'ennesima lezione ai trentini: da noi amministrazioni deboli e politica divisa si disperdono in inutili, logorroici dibattiti, in estenuanti consultazioni della base (che servono per mascherare l'assenza di idee portanti e la capacità di realizzarle), in infinite procedure burocratiche (quella dell'ex Italcementi è da manuale). Il risultato è sotto gli occhi di tutti: anche spostare un chiodo diventa un affare di stato, con tanto di comitati di opposizione, gruppi pseudo-ambientalisti che intasano di documenti le redazioni dei giornali, associazioni che si oppongono all'allargamento necessario di una strada come sta avvenendo a Romeno, e via discorrendo nell'immobilismo più totale. 

Pure gli imprenditori trentini hanno una parte di responsabilità: per molti di loro investire sulla città vuol dire acquistare palazzi storici e vivere di rendita, non contribuire a rendere più bella ed europea la collettività, sostenendo progetti innovativi e «di visione» come si vede a Bolzano. Basta vedere cosa è successo col PalaTrento, l'impianto sportivo per eccellenza della città, che ha preso il nome di Blm Group Arena, perché nessuno sul territorio si è fatto avanti. Anche il quartiere delle Albere è lì, rimasto a metà, con una buona fetta degli appartamenti non solo invenduti ma nemmeno completati, e probabilmente non lo saranno mai. Cosa si farà poi del resto dell'ex area Michelin, quella della parte Sud ora abbandonata a ruderi e cementata per evitare le occupazioni degli anarchici, non si sa. A meno che anche lì l'ente pubblico non decida di finanziare qualche studentato o struttura provinciale, così da risollevare il quartiere e le finanze dei privati. 

A Bolzano si è visto in azione un metodo diverso, di proficua collaborazione fra ente pubblico e soggetti proprietari, di sinergia costruttiva con la realizzazione di verde e opere pubbliche da parte dei gruppi immobiliari in cambio di una valorizzazione degli spazi. Non è stata avviata una guerra pubblico-privato come è in atto a Riva del Garda sull'area ex Cattoi, che non porterà ad alcunché se non a lasciare una delle aree più belle del lungolago gardesano desolatamente derelitta per chissà quanti anni.
È inutile: Bolzano si sta attrezzando ad essere protagonista tra le città europee dei prossimi decenni. Quando il progetto sarà completato, Trento sarà relegata a periferia dell'Alto Adige (o del Grande Tirolo). 

Quando (e se) i trentini si sveglieranno, sarà troppo tardi.

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