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La medicina non è una scienza esatta

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La medicina non è una scienza esatta. La medicina non è e non potrà mai diventare una scienza esatta e ogni pretesa di esattezza e infallibilità dev’essere accantonata quando si riflette senza pregiudizi sulle potenzialità e i limiti della medicina.

Sebbene nel corso della storia la tendenza ad attribuire alla medicina un carattere prettamente scientifico si ripresenti con una certa frequenza, si può considerare ormai acquisita, per lo meno nella comunità scientifica, la tesi della non riducibilità della medicina alle cosiddette «scienze esatte», quali la matematica e la fisica, o a quelle più nuove dell’informatica e della telematica.

Almeno fino a quando il fulcro principale dell’indagine medica resterà la clinica, cioè un’attività complessa, non riconducibile a un procedimento standardizzato su base matematica, sarà inevitabile che la medicina conservi una fondamentale ambivalenza divisa tra una base scientifica rigorosa e lo sviluppo di un’attività decisamente condizionata da una pluralità di variabili soggettive.

Il sogno più grande della medicina è quello di diventare da scienza empirica scienza esatta, ma non lo sarà mai perché è una pratica basata sicuramente su scienze, ma che opera in un mondo di valori. In altri termini possiamo definirla una tecnica dotata di un proprio sapere conoscitivo e valutativo, e che differisce dagli altri saperi perché il suo oggetto di studio in realtà è un soggetto, ed è l’uomo.

Contrariamente a quanto possiamo pensare non si può raggiungere la certezza di una diagnosi e al tempo stesso non possiamo aspettarci che una terapia risolva completamente e senza complicazioni un problema di salute. Nessun test diagnostico è perfetto e nessun trattamento è parimenti efficace in tutti i pazienti.

Nonostante il numero sempre più crescente di esami diagnostici disponibili e di terapie efficaci, non potremo mai raggiungere la certezza di cosa accade nel nostro organismo, né sapere a priori se un trattamento sarà effettivamente risolutivo per quella singola persona. La notevole disponibilità di esami ci può illudere che si possa indagare tutto e può farci perdere il senso del limite.

«Io molto loderei quel medico che poco sbaglia, ma la certezza raramente è data vedere» (da «Antica Medicina» di Ippocrate): Ippocrate pone a fondamento e misura dell’arte medica la convinzione dell’inesistenza di punti di riferimento per un’esatta conoscenza e definisce l’impossibilità della certezza non come un difetto ma piuttosto come condizione della validità del sapere medico.

È sicuramente difficile convivere con l’incertezza, soprattutto quando si tratta della propria salute. La richiesta di un numero esagerato e inappropriato di analisi e indagini strumentali, spesso pretese dai pazienti, dipende dalla difficoltà di accettare l’incertezza. Il non conosciuto ci spaventa, immaginiamo malattie incurabili, esageriamo i rischi amplificando le nostre paure, esorcizziamo l’incertezza cercando qualsiasi soluzione che la possa ridurre, preferiamo illuderci e rassicurarci sulla prevedibilità del futuro.


Arriveremo mai a una sospirata medicina senza incertezze? Penso che dovremo rassegnarci a convivere con l’incertezza e cercare di non rovinarci la vita nell’ostinata ricerca di certezze. Un problema sempre oggetto di discussione è se il medico abbia il compito di rassicurare i propri pazienti, fornendo loro delle certezze, oppure debba renderli consapevoli della imprevedibilità di qualunque decisione.

Spesso i pazienti non accettano di ritrovarsi con il peso di una decisione, ma preferiscono raccomandazioni e consigli che tengano conto del loro punto di vista. Penso sia importante aiutarli a confrontarsi con l’incertezza, piuttosto che illuderli di poterla dominare anche se l’incertezza crea ansia, soprattutto quando si devono prendere decisioni riguardanti la propria salute.

Sottolineando i limiti delle conoscenze scientifiche e le difficoltà della previsione possiamo incoraggiare la partecipazione del paziente nel percorso decisionale. Al giorno d’oggi i pazienti vengono in ambulatorio con un corredo di informazioni acquisite da internet, dalla stampa, da parenti e amici, sono molto carichi di informazioni ma incapaci di utilizzarle.

Il compito del medico può essere quindi quello di aiutarli a elaborare tutte quelle informazioni e i dati provenienti dalle norme statistiche e dalle linee guida per costruire assieme a loro un percorso diagnostico e terapeutico condiviso. E’ importante anche parlare un’altra lingua oltre a quella della scienza se si vuole sperare in una possibile condivisione, anziché in un’obbedienza che nel migliore dei casi sarà di breve durata.

I protocolli e le linee guida possono sicuramente servire per avere una valutazione generale di una determinata malattia, ma saranno anche le paure, i desideri, le aspettative del paziente, la sua fiducia nel proprio medico che guideranno scelte difficili in uno scenario di incertezza.

Il medico si troverà sempre più ad affrontare i problemi di un’umanità di cui sarà necessario cercare non solo di ripristinare la «piena salute» servendosi degli strumenti della tecnica a sua disposizione, ma anche di rendere compatibile con una buona qualità di vita la «salute residua» e per raggiungere questi obiettivi il medico dovrà poter contare sulla collaborazione dei suoi pazienti e impegnarsi con loro nella tutela della salute.

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