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Ritorna Educa con don Milani

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Oggi a Rovereto inizia l’VIII edizione di Educa, il Festival dell’Educazione. Tra gli incontri, nel pomeriggio alle 17 «Lettera ad una professoressa cinquant’anni dopo», di cui anticipiamo i contenuti.

L’ottava edizione di Educa, festival dell’educazione, si apre oggi a Rovereto, a cinquant’anni dalla morte di don Lorenzo Milani e dalla pubblicazione di Lettera a una professoressa. Quel libretto, scritto da ragazzi di montagna con il loro maestro,  mise radicalmente in discussione il ruolo della scuola ritenuta luogo in cui si riproducevano le ingiustizie sociali. In questi cinquant’anni l’educazione - come il mondo nel quale si realizza - è profondamente cambiata. La scuola è accessibile ad un numero maggiore di persone, in molti paesi è di massa. Nella società della conoscenza l’educazione riguarda oggi tutte le età della vita.

L’educazione avviene inoltre non solo a scuola ma anche nella vita sociale, in famiglia e sul lavoro. È un’educazione globale, come il mondo stesso.

L’educazione è però spesso vista da molti come una tecnica per rendere le persone più istruite o, come si usa dire oggi, competenti. Abbiamo tecniche per ogni aspetto della vita quotidiana. Le tecniche governano la salute, il lavoro, la comunicazione tra le persone, gli affetti e, attraverso l’educazione, cercano di dominare la conoscenza. La tecnica intende far funzionare  dispositivi e persone nel modo più efficiente possibile. Quando la frenesia ha sconfitto la riflessione, le interazioni superficiali hanno soppiantato le relazioni autentiche, all’educazione è stato chiesto di far funzionare le persone al meglio. Cioè pensando il meno possibile. E questo l’educazione, purtroppo, spesso ha fatto.

Se la globalizzazione fa sentire soli, occorre allora imparare a vivere isolati, autosufficenti. Se la vita quotidiana richiede immediatezza, allora occorre imparare a fornire prestazioni sempre migliori nel minor tempo possibile. Per gran parte della popolazione mondiale sono necessarie poche conoscenze e approssimative; per pochi occorrono, invece, saperi esperti e complessi. In un modo assai più sofisticato rispetto al passato, ancora oggi, in tutto il mondo,  chi sa ha potere, chi non sa è escluso. Come ai tempi della scuola di Barbiana, né più né meno.
Il titolo di Educa di quest’anno è «Passaggi». Sono i passaggi spesso difficili per gli studenti da un grado di scuola a quello superiore, dalla scuola al lavoro ma poi anche dal lavoro al non lavoro o al rientro in formazione. Sono i passaggi dei migranti attraverso frontiere sempre più chiuse, oppure tra generazioni sempre più lontane. Sono passaggi critici da un’epoca delle certezze ad una dell’incertezza quotidiana; dalle vite lineari  all’imprevedibilità; dagli ideali per costruire un mondo migliore alla mancanza di speranza; dalle sicurezze alle paure. Questi passaggi travolgono le persone, isolandole.

Se l’educazione  insegna ad accettare come inevitabili questi passaggi, li rende acriticamente possibili. Se l’educazione, invece, fa il proprio mestiere, che consiste – direbbero i ragazzi di Barbiana – nell’imparare ad essere sovrani, padroni della propria vita e del mondo, allora va controcorrente e crea qualcosa che non c’è. Produce cioè  coscienza critica di sé e del mondo nel quale viviamo. Non l’economia, né la politica, né il diritto possono fare ciò che solo l’educazione può fare. Far crescere e liberare coscienze critiche, che guardano al mondo ponendo domande. Magari scomode, anche se apparentemente ingenue: perché molti giovani e adulti non lavorano? Perché se perdi il lavoro a 50 anni è difficile averne un altro? Perché A Zurigo l’acquisto di un iPhone richiede 22 ore di lavoro e a Manila circa 20 volte di più? Perché i più istruiti, ancora oggi, sono avvantaggiati nel lavoro e nella società?

Perché ancora oggi, in Italia, secondo dati OECD, solo il 27% degli studenti universitari proviene da famiglie con basso livello di scolarizzazione, mentre queste rappresentano i 2/3 della popolazione adulta? Perché i giovani che provengono da famiglie migranti riempiono i centri di formazione professionale (più del 30% a livello nazionale) e frequentano poco i licei? Queste situazioni sono dettate dal caso oppure tutto ciò serve a qualcosa, a mantenere una situazione nella quale  molti  lavorano e vivono con saperi ridotti e pochi  sanno molto e da ciò traggono vantaggio? L’educazione autentica, oggi come sempre, crea problemi, non li ignora o, peggio, li nasconde sotto la sabbia.

È critica, perché pone le questioni di fondo. Ciò è ancor più vero nei passaggi critici di oggi, che stiamo attraversando spesso senza porci  interrogativi cruciali sul senso e le conseguenze di ciò che viviamo. Per fare ciò l’educazione deve però tornare alle proprie fonti più autentiche. Una di queste sgorgò cinquant’anni fa a Barbiana, sui monti del Mugello. Da lì si generarono tantissime esperienze educative originali. Oggi, ad esempio, le scuole di seconda opportunità, che ripropongono la visione milaniana dell’educazione, permettono a molti giovani di rientrare nei percorso scolastici e formativi.

Propongono didattiche innovative, utilizzano tecnologie e sono attente ai percorsi individuali oltre che di gruppo. Tornare a Barbiana è oggi necessario per rigenerare l’educazione oggi. Ancora una volta attingere laddove si affrontano le maggiori difficoltà può offrire spunti di innovazione per tutti.  Lì possiamo trovare possibili risposte al senso dell’educare  oggi, per affrontare la sfida di una conoscenza che  sia effettivamente diritto per tutti.

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