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L’ultima discesa della stagione

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La neve di solito è quella marcia che non piace agli sciatori d’oggi, ma può essere anche polvere sopraffina. Generalmente è abbondante, come sempre in primavera. L’atmosfera è quella dell’ultimo giorno in cui funzionano gli impianti di risalita in una stazione di sci: silenziosa e nostalgica. Le piste sono finalmente deserte, prive dei pericoli del sovraffollamento. I fuori pista non si trasformano in poche ore in piste battute. I pochi, pochissimi sciatori e snowboarders finalmente si guardano in faccia, si sorridono, chiacchierano in seggiovia, anche se non si conoscono. Comunicano fisicamente, senza bisogno di alienarsi nei social network. Si sentono complici privilegiati nel vivere questo gran finale di stagione.

Per tutti, lo si capisce bene dall’espressione felice e rilassata dei volti, si tratta di un momento vero, in cui finalmente lo sci si fonde con la natura ancora invernale, con l’amata neve che si scioglie. Eppure è un momento melanconico, come sempre quando qualcosa finisce. In questo commiato si può rivivere tutto il proprio passato sciatorio, gli amici di ieri e di oggi, i grandi amori nati sulla neve, si può scendere come per incanto negli abissi profondi delle primi sciate di tanti anni fa. Riemergono imperiosi momenti magici vissuti nello scenario grandioso della montagna bianca. È l’ora in cui si fanno i bilanci, in cui si avverte chiaro il senso del tempo che passa, del non ritorno.

La stagione è passata troppo in fretta. Si programmano stagioni sempre più brevi, ignorando lo sci di primavera. Così si perdono meno soldi: ogni giorno di funzionamento in più di un impianto significa di regola un aumento nelle croniche perdite di esercizio degli impiantisti. E dire che anche per questa stagione avara di neve si potrebbe sciare senza problemi fino a maggio. Almeno sulle piste alte, chiudendo gli impianti parzialmente. Ma non è più come una volta. La rigidità impera nella grande fabbrica dello sci: tutto chiuso o tutto aperto. La data di chiusura è stata decisa da persone che capiscono poco o niente di montagna e di neve molto tempo fa’, con quella di apertura, indipendentemente dall’innevamento naturale. Si crea così a caro prezzo il “bisogno di sciare” in novembre, quando di norma la neve non c’è o è insufficiente. Si sostengono elevati costi per la promozione e per l’innevamento artificiale ad inizio stagione, che vanno ad aumentare i prezzi degli skipass rendendoli insostenibili per i bilanci familiari. Al stesso modo, seguendo strategie sempre aberranti, si crea il “bisogno di caldo e di mare” ad inizio primavera, quando di norma la neve naturale è bella ed abbondante. La neve artificiale ha reso possibile questa tendenza assurda e che, costi e degrado ambientale a parte, non fa’ che rendere lo sci sempre meno attraente e sempre più pericoloso, accelerandone l’evidente crisi.

Eppure gli impiantisti e i politici specialisti nell’elargizione di contributi pubblici non vogliono sentire parlare di crisi, continuano imperterriti a investire in megaimpianti , a credere che sia ancora possibile vincere la partita attirando nuovi sciatori offrendo confort, sicurezza e alta tecnologia da città in montagna, conquistando a caro prezzo nuovi mercati.

Ora, che il grande lunapark dello sci sta per chiudere, queste assurdità sembrano tutto sommato meno gravi, passano in secondo piano. Come se gli impianti, vecchi e nuovi, dovessero chiudere per sempre e la montagna venisse restituita allo sci delle origini. Ciò che conta è che l’ultima discesa deve essere la più bella, quella che da un senso ad un intera stagione. È l’ora dell’ultima salita sulla seggiovia, in cima la luce è quella calda prima del tramonto. La neve è perfetta: marcia in superficie, compatta sotto. I cinque centimetri superficiali in fusione permettono una sciata lenta e controllata anche sul ripido. Più sotto i larici radi costituiscono un meraviglioso percorso naturale di slalom. Ci si ferma spesso per vivere una seconda volta, guardando le proprie tracce, il piacere della discesa. Non c’è fretta di arrivare in fondo: una buona sciata, come il buon vino, va centellinata.

Perché non fermarsi e stendersi sul legno asciutto e caldo del balcone di quella vecchia baita? Spogliarsi e chiudere gli occhi per sentirsi più nudi e vulnerabili, per ripensare ai semplici piaceri della vita? Il meraviglioso silenzio è rotto unicamente dallo stillicidio dei ricordi che, come la neve, si sciolgono all’ultimo sole.

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