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Diabete: ormai è una «epidemia»

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Il 14 novembre del 1891 nasceva in Canada Frederick Banting, lo scopritore dell’insulina che con la sua scoperta ha permesso la sopravvivenza di migliaia di persone insulino-dipendenti, che fino ad allora erano destinate a morire rapidamente. In Italia le persone insulino-dipendenti, per lo più bambini o ragazzi, che devono iniettarsi 4-5 volte al giorno l’insulina, sono quasi 300.000.

È in onore di Frederick Banting, premio Nobel per la Medicina nel 1923, a soli 32 a anni, che l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha scelto proprio il giorno del suo compleanno, quale giornata dedicata all’informazione ed alla sensibilizzazione sul diabete che si celebra in 160 paesi di tutto il mondo.

Il diabete di tipo 2, quello più diffuso, detto anche diabete senile, conta in Italia circa 3,5 milioni di pazienti e secondo le previsioni, nel 2030, i malati in Italia saranno quasi il doppio.

Questa «epidemia» costa al nostro Servizio sanitario nazionale circa 10 miliardi di euro all’anno.

In soli 40 anni il numero dei diabetici nel mondo si è quadruplicato ed oggi si contano circa 422 milioni di diabetici e quasi altrettanti che lo hanno in forma preclinica, avvero in loro l’aumento della glicemia non si è ancora manifestato. Il maggior numero di nuovi casi si riscontra in paesi emergenti come Cina, India, Brasile, Russia e purtroppo anche in Africa l’incidenza di diabete sta aumentando in maniera esponenziale.
Le cause sono presto dette. Lo zucchero fino a prima della scoperta dell’America era sconosciuto in Europa. All’inizio del 1900 avevamo un consumo di zucchero che era di circa 1 kg all’anno pro capite. Oggi in Italia consumiamo circa 28 kg di zucchero per ogni persona all’anno e negli Stati Uniti quasi 40 kg. E poi come possiamo sorprenderci se l’epidemia di diabete e di obesità sta dilagando?

Lo sanno tutti che il diabete si caratterizza per la presenza dei valori della glicemia superiori alla norma, quello che la gente non sa è che prima che la glicemia aumenti nel sangue passano magari 20 o 30 anni.
Devo premettere che stiamo parlando del diabete di II tipo, quello dell’anziano per capirci, perché nel caso del diabete di I tipo, quello cosiddetto giovanile, il discorso è diverso. Mentre nel primo caso il pancreas si esaurisce un po’ alla volta molto lentamente, il diabete giovanile è malattia autoimmune, caratterizzata dalla morte pressoché completa e repentina delle cellule beta del pancreas, quelle responsabili della produzione di insulina, tanto che questo ormone deve essere iniettato più volte giornalmente.

Chi sviluppa un diabete di II tipo, ha ereditato da uno, o da entrambi i genitori, un pancreas «difettoso», incapace di mantenere la produzione di insulina in là negli anni. Il pancreas di ognuno di noi ha una cosiddetta «riserva funzionale», vale a dire un «serbatoio di insulina», che gli permette di coprire tutta la durata della vita. Il problema del soggetto che diventerà diabetico sta nell’«esagerata produzione» di insulina nei primi 40-50 anni di vita, tanto da svuotare il serbatoio durante la terza età. Il diabetico non diventa diabetico a 50-60 anni ma nasce con un «metabolismo diabetico» e la malattia si manifesta solo quando ormai il danno è stato fatto.

Un esempio ci aiuterà a capire meglio questo concetto. Immaginiamo un soggetto di 50 anni, senza alcuna famigliarità per diabete, che agli esami trova un valore di glicemia di 90 mg/dl. Allo stesso modo un individuo della stessa età, però con genitori diabetici, trova lo stesso valore: 90 mg/dl. Apparentemente non c’è alcuna differenza tra le due situazioni, in realtà le cose sono ben diverse. Se noi avessimo dosato anche l’insulina presente nel sangue del soggetto normale, avremmo trovato, supponiamo, un valore di 5 mcU/l, mentre nel secondo caso avremmo trovato un valore di 15 mcU/l. In pratica il futuro diabetico «spreca» una doppia o tripla quantità di insulina per ottenere lo stesso risultato.

Il diabete è una malattia dalle due facce. Negli anni di malattia preclinica si produrranno le complicanze legate all’eccessiva produzione di insulina che a sua volta determina aumento del peso, aumento della pressione, deposito di colesterolo nelle arterie e di conseguenza aumentato rischio di infarto e di malattie cardiovascolari. Quando la produzione di insulina risulterà insufficiente, allora con l’aumento della glicemia si incominceranno a sviluppare le complicanze legate alla microangiopatia, ovvero all’occlusione dei più piccoli capillari causato dall’eccessiva quantità di glucosio circolante.
In altre parole nella fase preclinica della malattia, quando la glicemia risulta ancora normale, noi danneggiamo il cuore e le grosse arterie, mentre quando la glicemia è alta noi sviluppiamo la retinopatia, la neuropatia e la nefropatia, quando cioè le arterie più sottili di un capello vengono chiuse da molecole piccole come il glucosio.

Mi raccomando, indagate sempre accuratamente la vostra famigliarità per il diabete e non aspettate di avere la glicemia alta, perché questa è una malattia che per manifestarsi richiede sempre la presenza di due condizioni: una predisposizione genetica, ed un comportamento alimentare scorretto che favorisca l’insorgenza di questa malattia. Se soddisfate entrambe queste condizioni, vi conviene correggere il vostro stile di vita il più presto possibile, perché prima si incomincia e tanto meglio è! Il futuro è nelle nostre mani, perché abbiamo la possibilità di impedire l’evoluzione di questa malattia, riducendo il consumo di alimenti e bevande zuccherate, evitando il disordine alimentare e mantenendo uno stile di vita attivo, sempre rivolto verso lo smaltimento di zuccheri e grassi ingeriti in eccesso.

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