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Nella clausura delle Clarisse

il tempo dilatato ma intenso

delle suore al tempo del virus

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L'emergenza del Covid-19 ha come dilatato il tempo al monastero di Borgo. Ha esteso in profondità le giornate. Per suor Veronica e le 11 monache le ore si sono fatte più intense. «Proprio così. Intense, non più lunghe come quando si veglia nelle notti di malattia perché il sonno non arriva: no, intense. Riempite di un essenziale che non pensavamo di trovare proprio qui. Proprio in un'emergenza. L'essenziale della preghiera d'intercessione, che pianta esistenzialmente al centro del cuore il Mistero della Croce in cui tutto è stato riconciliato. Non perché la nostra preghiera abbia il potere di piegare il cuore di Dio, ma perché Lui, dall'alto della Croce, sta intercedendo per noi, per il nostro mondo tanto amato e ci attira lì».
Sulle pendici del monte Ciolino, proprio sotto Castel Telvana, questo tragico tempo viene vissuto con grande intensità. Ogni giorno, dall'agosto del 1984 quando venne aperto il monastero delle Clarisse. A Borgo, dal 1673 al 1782, era già presente il monastero di Sant'Anna, nell'edificio in piazza Degasperi attuale sede del municipio. «Speriamo e preghiamo che tutto questo finisca presto col suo indicibile carico di sofferenza e di lutto. Fragilità davanti alla malattia e alla morte, alla possibilità per niente remota che il contagio possa prendere noi, i nostri cari o le nostre comunità. Una morte, dolorosamente ancora più solitaria, che spesso colpisce nelle nostre case coniugi e familiari, o i genitori che abbiamo affidato alle cure di una casa di riposo, consci che la loro assistenza va al di là delle nostre reali possibilità. Fragilità davanti alle conseguenze economiche dell'attività lavorativa sospesa fino a data da destinarsi, come se fossimo in guerra».

Una lettera, quella delle consorelle del monastero San Damiano di Borgo, che viene dal cuore. Non uno solo, da 11 che battono all'unisono. «Lacera il cuore - si legge - il pensiero che i nostri anziani, che stanno vivendo le loro pasque in solitudine, erano bambini durante la seconda guerra mondiale. Protagonisti di un doppio dramma, dolorosamente grande, all'inizio e alla fine della vita. Torna alla mente un'espressione di Ungaretti nella poesia "Mio fiume anche tu" che condensa tutto il dolore del mondo in un'immagine fortissima: E pietà in grido si contrae di pietra». Un grido scolpito per sempre nel cuore, come nella pietra. Ruggente e silenzioso come quel «Miserere!» che Dante, nella Divina Commedia, alza nel momento in cui si scopre braccato e nudo davanti alle conseguenze delle sue scelte. «Miserere, abbi misericordia è il grido che si alza silenziosamente cosciente dalla nostra fragilità. Parole povere, essenziali - ricordano le consorelle - che sentiamo corrispondere fino in fondo a ciò che siamo e viviamo. In questi giorni il Crocifisso sta lì, appeso alle pareti delle nostre case, che in questo tempo possono svelarsi per quel che sono: chiese domestiche, luoghi dove la fede può essere celebrata in piccoli gesti di dono, di attenzione, di premura, di intercessione per tutti e di riconciliazione». Ma, come sottolinea suor Veronica, «non è scontato che l'imperativo Fermati ci trovi effettivamente capaci di fermarci. Ci è imposto dal dovere di limitare e possibilmente azzerare il contagio, ma abitare questo imperativo da protagonisti non è scontato. Siamo stati costretti a fermarci all'improvviso e lasciarci alle spalle la vita frenetica e frammentata a cui, pur nello stress, ci eravamo abituati. E ora che abbiamo la possibilità di stare davanti a noi stessi rischiamo di sperimentare o sperimentiamo il vuoto».

La storia, anche recente, presenta figure colossali di uomini e donne che hanno saputo fare di situazioni di limitazione enorme l'occasione per incontrare nella verità se stessi e l'umanità, per prendere coscienza della realtà e per abitarla in modo nuovo. «Pensiamo a figure come Viktor Frankl (il fondatore della logoterapia) - si legge nella lettera - che in campo di concentramento ha maturato la coscienza della debolezza e della forza dell'essere umano. Pensiamo al Nobel per la letteratura, Alekander Solženitsyn che, prigioniero nei Gulag, ha confermato la sua decisione di vivere senza menzogna tratteggiando le basi di un eroismo quotidiano come quello vissuto in questo tempo dal personale medico e da quanti sono in prima linea per fronteggiare la pandemia. O, ancora, a Etty Hillesum, questa piccola e fragile ragazza ebrea deportata ad Auschwitz che, perso tutto, la libertà e gli affetti, si è trovata davanti alla sfida di abitare sé stessa scoprendo che proprio il coraggio di abitarsi fa scaturire forza e amore da donare agli altri».
Al monastero di Borgo la vita delle Sorelle Povere si appoggia su tre grandi cardini: la preghiera contemplativa, la vita di fraternità e la vita di povertà. «Nel desiderio che il tempo che ci è dato da vivere sia il luogo abitato da quel lavoro su noi stesse che ci renda un po' migliori, un po' più umane e cristiane. Il principale lavoro del monaco è la conversione, il cambiamento di mentalità che riporti al centro l'essenziale. Con le sorelle stiamo sperimentando un grande paradosso: l'emergenza del Covid-19 ha come dilatato il tempo».

Suor Veronica e le altre consorelle pongono e si pongono una domanda. Possiamo fare qualcosa per mobilitare la nostra libertà a dire "sì" a quel che sta succedendo e alle sue conseguenze? Si può liberamente dire "sì" all'imperativo "Fèrmati!"? «Crediamo di sì: forse un primo modo è sentire che questa brutta storia ci appartiene: che ci appartengono tutti coloro che, in prima linea, stanno combattendo la battaglia contro il Covid-19: i malati sono i nostri malati, sono i nostri medici, tutto il nostro personale sanitario, le nostre forze dell'ordine, sono i nostri politici. Sono i nostri morti. Questo già fa dire di sì alla realtà e fa assumere la propria responsabilità, solidali con dei volti, dei nomi, delle persone concrete ben prima e ben al di là dei decreti che ci vincolano».
Un'ultima considerazione. «Non dobbiamo rinunciare a essere uomini e donne adulti, capaci di reggere lo smacco del nostro stesso vuoto, di quella vertigine che sempre prende quando ci si sente braccati e ci si scopre più fragili, deboli e soli di quanto ci illudevamo di essere. Non sforziamoci di riempire ciò che è rimasto vuoto, ma andiamo insieme (di là e di qua della grata) fino in fondo allo smarrimento dell'impotenza e della novità che questo tempo porta con sé. Navigando a vista - concludono le consorelle del monastero San Damiano di Borgo - certamente, ma con la fiducia che il Signore è Pastore e che ci precede nel cammino: ovunque dirigano i suoi passi, a noi è chiesto di porre i nostri nella sua orma».

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